Sambuca – 18 – Volare! O no?

Sambuca 18 – Volare, oh – oh!

“Miramare. Miramare Francesco”

“Destinazione?”

” Italiana. Ne scelga una a caso.”

“Residente a Napoli?”

“C’è scritto”

“Quindi è un sì?”

“Faccia lei”

A bassa voce… “Stronzo”

“Mi scusi?”

“Napoli…effetti personali?”

“Veramente vorrei sapere perché mi ha chiamato stronzo!”

“Non lo è?”

“Si che lo sono! Ma lei come si permette? Mi dica il suo nome almeno.”

“E lei ci prova così? Con una che ti da del lei e dello stronzo? Signor Miramare, lei è più stupido del suo fasullo cognome e questa fila dietro di lei spero si incazzi sul serio”

Effettivamente dietro di me una fila di persone arrabbiate come in ogni aeroporto che si rispetti c’era. Tutti fremevano di partire. Una signora anziana e quello che doveva essere il nipote apparivano la fusione perfetta di Travolta e Jackson in Pulp Fiction versione Stallio e Ollio politically correct.

“Che ne dici pesce a brodo? Ti pare normale? Paghiamo questa gente profumatamente e guarda cosa ci ritroviamo!” feci allo snello Vincent Vega, bianchissimo e con lo sgurdo perso sotto un cappellino dalla visiera troppo larga per il suo viso.

“What?” mi fa.

“This… hostess is a crazy!”

“Non sono un hostess imbecille.” La ragazza era un fuoco. Non avevo fatto nulla per farla arrabbiare a tal punto. Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?

“Basta io mollo tutto.”

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Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?
“Basta io mollo tutto.”

La tipa esce da dietro la sua postazione, si slega i capelli e se ne va. Appare una ciocca blu dai suoi capelli neri, ci mostra un dito medio e va via. Semplicemente, va via. Una collega in pausa prende subito il suo posto. Un’altra invece la segue subito.

Una situazione paradossale che mi fa chiedere a me stesso e alla nonna di Vincent “Pesceabrodo” “ma alla fine che cosa ha fatto di strano? Sta pazza s’è solo scocciata di aerei e viaggiatori come me”.

Gente terrorizzata senza un motivo inizia a discutere, chi fa per dimenarsi, finché la nonna urla “Boooomb!!”. L’aeroporto impazzisce, lei ormai con le cuffiette nelle orecchie evita l’amica e il caos, quando improvvisamente due poliziotti la placcano. È una scena ai limiti del normale. Il mio istinto rifiuta quel caos e accorre alla situazione. “Ehi. Ehiiii!”

Neanche il tempo di avvicinarmi e buuum. BOMB. Buio. Un manganello sui miei denti fa strike. Perdo un molare ma è come nei film: non ricordo nulla se non lo sguardo dei due poliziotti e la tipa ora seduta affianco a me. Per un attimo pensai davvero ad una bomba esplosa in aeroporto.

Avevo davanti delle sbarre che separavano la mia cella da quella della tizia dalla ciocca blu. La guardai e pensai che se non avessi vissuto quanto vissuto, non avrei mai usato il nome Miramare.  Miramare… che idea era? Usare un documento falso per tornare in Italia. Ma perché? Berenice mi aveva salvato, ma non da me stesso. Ero solo un bambino con la voglia di fare guai. Le avevo promesso che sarei andato in Italia. Idee a posto e sarei tornato da lei. L’avrei fatto? Avrei rivisto il suo biancore per possederlo ancora?

“Come lo sapevi? Era perfetto quel documento.”

“Ti conosco. Mi segui su instagram.”

“Ti seguo su Instagram…Cosa?” il mio mondo era una rete vera e propria di contatti e persone conosciute dopo una delusione d’amore. Una rete tesa dal peggiore dei ragni, perché per aver provocato tutte queste disavventure soltanto una pessima creatura combina-stronzate doveva essere.

“Siamo immersi in una rete a-sociale. E tu non hai la faccia del terrorista. Lo avrei capito. Sei solo un’imbecille e ti chiami Pisaca.. Pisaqualcosa…

“Pisacane.”

Cosa dirle? Aveva ragione. “ E hai ragione.”

Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

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Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

“ Ti ho già vista in qualche aeroporto.”

“Sì, ma non da vicino. Coglione”

Non reagivo. Anzi, mi veniva solo da ridere.

“Perché scappare?

“Mi sono scocciata di una vita senza brio. Vedere tutti i giorni gente girare il mondo e restare ferma a sorridergli e fargli i biglietti per partire… dicono che gli aeroporti siano essi stessi dei luoghi fantastici, ma … non per me. Non sono andata via dall’Italia per questo. Basta”

“E ti sembra il modo giusto? Correre dalla propria postazione come una esaltata?”

“Esaurita” sorrise “un po’ di brio.” disse prolungando quel sorriso in un’apertura ad una confidenza.

Facemmo amicizia. Una connessione nata per un bel fondoschiena e per una geolocalizzazione fatta non da un gps ma da due storie di vissuti diversi.

“Hai proprio la faccia dello stronzo”

Una guardia fece per mandarci via.

Apposto. Potevamo tornare alle nostre vite.

“Non partire – mi disse – conosco la tua storia. Dalle tue “storie””

“Dannato social. Vuoi che rimanga qui o vuoi partire con me?

“Abbiamo rischiato la galera per niente.  Smettila con sti capricci e offrimi un caffè. Devo ricordarti i cuori messi sotto le mie foto in costume?”

“Ma come ti chiami?”

“Su Instagram o nella vita?

Lei fu licenziata. Sofia si chiamava. Per qualche motivo non le stavo simpatico a chilometri di distanza, ma da vicino avevamo condiviso più di quanto avevo condiviso con chi conoscevo da vicino. La galera. Certo in un aeroporto, ma faceva il suo effetto. La portai a letto stanca per il placcaggio e per un lavoro non suo. Rollò una canna. Un purino d’erba. Voleva iniziare da lì il suo viaggio e facemmo l’amore, ma era come se io in quella stanza non ci fossi.

Ero solo brio.

“Come ti chiami su Insta?

“I love airport and travel”.

Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Sambuca – 17 – Coma Etilico

Più si beve più si va sotto.
Ma non come credono i bevitori occasionali: si perde il senso per gradi.
Non c’è nessun metodo, a parlare è l’esperienza.
Ogni fattore influisce sulla psiche: lo stomaco vuoto, la chiacchierata col vecchietto al bar, il tipo di liquore.
Di conseguenza, il modo in cui si reagisce, è diverso in base al tutto: io ero un esperto per circostanze, o almeno credevo di esserlo diventato. Uno di quelli che “barista! Il solito!” e poi nessuno mi cagava perché cambiavo sempre bar. E poi rimane una frase da film…

Ero con quattro tizi di diverse età. Questo lo so perché erano diversi, dannatamente diversi in tutto e se la barba bianca di Jackie, un ragazzo inglese, era bianca dall’inizio della serata, vuol dire che avevo trovato il gruppo più assurdo di tutta Londra.

Avevo conosciuto questo gruppo per caso, nel London Boulevard, un bar nuovo, ma che ebbe grande successo quella notte probabilmente solo grazie a noi.
Mi avevano beccato brillo a filmare il mio liquorino ripetendo le parole “no shottino, cicchettino”. Ero fuso. Per qualcuno su instagram anche simpatico.
Da quando i social hanno invaso la nostra vita abbiamo placato anche il “non ho nulla da perdere”. Ero uno che non aveva nulla da perdere, tranne quella pseudo dignità del mondo social.
Almeno lì fingevo di essere un viaggiatore, che tradotto in termini moderni significava “essere qualcuno”.

Vennero tutti verso di me e io l’unica cosa che compresi fu “Another Shot-tino!”, con quell’accento fastidioso che per fortuna non aveva grossomodo Berenice. Chissà che pensava. Ora.
Capii, quella sera, che in Inghilterra dovevano limitarsi alla birra, i super alcolici per loro erano roba assurda, nessun cazzo di drink fatto come si deve. E allora, convinto di questa assurdità frutto della mia mentalità tutta italiana, mi misi a insegnare l’alcol a un gruppo di pazzi. Divertente. Ma la realtà era che volevo evitare una improbabile rissa: Inghilterra – Italia sarebbe finita con il facile punteggio di 4-1.

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“Più si beve più si va sotto.”

“Cicchetto of Absinth!” gridavo dopo mezzo’ora di improbabili lezioni di drink. E sorridevo come se avessi davanti la nonna con la torta al cioccolato.
“Cicchetto of Disaronno!” e l’alcol divenne il mio linguaggio universale, come il calcio, ma più facile ancora. E ricordavo cose come la mia prima volta in bici, con le ginocchia sbucciate e mi chiedevo tra quelle risate “perché ora?”
“20 esimo cicchetto siiiiiii!” e cantavo Felicità di Albano, con gli inglesi che seguivano un karaoke fasullo trovato su Youtube.
“Chiamatelo pure Shottino ma che cazzo me ne fotteeeee!”  è la penultima frase che ricordo per davvero. Se sei convinto di essere sulle nuvole, ma i tuoi piedi sono diventati delle zavorre, delle ancore, che non ti permettono di camminare, se non di dire “raga se piscio è Tamigi!”, beh… quello è il momento in cui sono cazzi amari.

Come nel buon Trainspotting, facevamo chiasso e il mio bicchiere, lo lanciai mentre cadevo su quelle parole.
Mi ritrovai giù.
Partì una rissa.
Jackie doveva essere assolutamente più giovane per come incassava, questo me lo ricordo.
Caddi sotto un pugno quando pensavo di poter girare in sala illeso. Mi alzai solo a fine rissa, presi la bottiglia e caddi di nuovo.

Il verdetto era coma etilico.

E non avevo neanche dove dormire.
Chiamare Berenice era uno sbaglio.
Uno sbaglio che non feci io, ma quei simpatici inglesi.

In un ospedale di Londra mi accorsi che un padre di famiglia, Christian, suo figlio Alan, con ottimi voti a scuola, Jackie, un ragazzo rimasto solo dopo essere stato lasciato come me, e Freddy, il nonno del gruppo, erano la famiglia più bella del mondo. Da raccontare come ciò che non potevi mai aspettarti prima. Da raccontare perché erano anche la famiglia di Berenice.
Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare. Vallo a spiegare anche alla sua famiglia poi. Una buona famiglia di giorno, degli Hooligans del Tottenham di sera.

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“Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare.”

Sambuca – 10 – Lontani da casa, è sempre HANGOVER

Il vento caldo entrava dalla finestra spostando la tenda.

La stanza odorava di alcol e piscio.

Volevo andar via quella mattina, andare via dall’India.

Qualcosa mi portava lontano ma avevo il gran timore di dirlo a Giordano.
Sarei stato la Pantera Rosa se non avessi trovato la stanza così. In quel terribile stato.

E adesso. Attraversai la stanza e vidi Giordano steso con una bottiglia in mano.

Sarà buffo ma pensai “è Sambuca?”. Ormai quel liquore era un compagno di avventure. Un amico.

-Io non ci sto a capì un cazzo – sussurrai.

Giordano aprii gli occhi. Non aveva una bella cera.

-Gr…gr…graa…

La tenda attirò la mia attenzione più del tentativo di parola di mio fratello. Svolazzava quasi come in segno di saluto. Sembrava sapesse a cosa andavamo incontro e ci preparava con il suo agitarsi. Vento caldo per cuori freddi.

-Giordà! – gli feci.
Gli strappai di mano la bottiglia e feci un sorso di Sambuca. Quel mio atteggiamento quella mattina, trovò riscontro lì. In quel sorso.

-Graaaandissimo coglione io ti ammazzo! – urlò all’improvviso, tentando di afferrarmi. Trovò rovinosamente il pavimento piuttosto che la mia pelle.

Mi alzai. – Ma che cazz e fatt qua dentro?!
-Io? Mi scusi signor Nuova Dehli. Ha visitato tutta la città …SENZA DARE SUE NOTIZIE IN CULO AL MONDO?!
Yvonne doveva essersi svegliata e aver raccontato tutto. In quel momento uscì Nicoletta dal bagno.
Scene da Una notte da Leoni: Nicoletta aveva i capelli azzuffati e una mano sul seno a cercare i suoi vestiti.
Non salutò. Aveva avuto il sesso, bastava e avanzava per tornare all’educazione della sera precedente.

-Giordà io me ne vado – ripresi.
Riattaccò col dialetto. Era tipico quando litigavamo, – Ma aro cazz vaje tu…
-Giorda me ne voglio andare in Perù – esclamai senza senso. Era frutto di un’idea figlia di una filosofia mattutina.
– Frate tu te si drogat!
-…mmm… non è la cosa principale che mi è successa. Comunque, io parto stamattina. Ma… qua dentro che hai fatto? La guerra?
-Con me stesso ho fatto la guerra. Tuo fratello lascia a bordo piscina una francese ubriaca … così… senza senso. Comme a nu strunz…” disse fallendo il suo primo tentativo di alzarsi e ricadendo culo a terra, abbandonato da una mano scivolata su un letto malfatto.
-E che hai fatto, o poé?
-Mi so disperato.
-Ah così?
-Sì così.
-Naaaah. Ti credo poco. Mi faccio la valigia va.

-Ma chist’ che ha passat…? – fece a gran voce Giordano, che finalmente riuscì ad alzarsi.
Nicoletta apparve da questa cucina a petto nudo, incurante della mia presenza. Forse la mano che la copriva in precedenza serviva a mantenere un seno troppo grande per la schiena appena sveglia. Aveva perso quel minimo di pudore mentre baciava la schiena di mio fratello. Non finì nemmeno di fare colazione.
Quando finì la valigia ero convinto di dover partire da solo. Era successo davvero qualcosa dentro di me e avevo voglia di lasciarlo fare.

Subire me stesso.

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Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

D’altronde tutti siamo yin e yang. Luce e oscurità. 0 e 1. Non potevo fermarmi. Anzi. Non avrei potuto fermarlo.

-Senza di me non parti.
Giordano stava vicino alla porta con tanto di zaino in spalla.
-Perché cazzo vuoi andare in Perù?
-Non lo so, mi piace l’idea.
-Magari un’altra volta. La Tunisia ti va bene?

Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

Vattene. Non passerai mai più una notte così bella. Vattene per me. Vattene perché mi ami, ma non azzardarti a dirmelo. Amami in silenzio ogni volta che guarderai davanti a te con la voglia di esplorare. Guardami quando non ci sono. Ma non restare adesso. Vorrei farti restare, ma egoisticamente. Vai via adesso. Fallo per me e sorridi… che… che io sarò lì, tra i tuoi denti e quell’angolo delle labbra. Felice quando lo sei tu. Fai ciò che desideri e se non sai cosa vuoi, esplora”.
Tamara non mi diede il tempo di dirle nulla. Neanche un vero bacio. Mi innamorai di quell’atteggiamento: nelle sorprese e nel libero modo di agire trovai gratitudine.

Avrebbe lasciato il suo lavoro. Si sarebbe dedicata alla famiglia. Poi ai viaggi. Pensavo questo, perché mi attaccavo all’idea di lei. Ma era quello che lei non voleva. Voleva che quella notte fosse unica così da rimanere indelebile.
Ricordavo quelle parole guardando Giordano, il polo opposto di quella notte magica. Non era passata nemmeno un’ora, ma sembrava molto di più.

-Andiamo. Qua non puoi restare.

Jordie, sarebbe venuto comunque. Inutile opporsi. Sarebbe stato la mia eccezione alla regola.

“Non ti lascio solo”.

Era strano sentirlo così.
Un canto stonato arrivava da quel bagno che nonostante piccolo, sembrava potesse ospitare il mondo.

-Aaaaaaaah la france la vieeee! La vieeee en rose!

-Ma è Yvonne?
-Non sai che ti sei perso.
-E Nicolet…aspe… tutte e due.
-Due pazze.
-Ma come…?!
-Come? Come no! Eddaaaaai, non guardarmi così! L’India è un mistero! Come te fratello, come te.
-Su questo, senza dubbio, hai ragione.

La vie en rose impazzava per il Tivoli. Due donne non sapevano cosa stava succedendo e neanche più chi fossero.
E noi scappammo. Scappammo con la voglia di chissà cosa.

E io, gli occhi pieni di lacrime, a capire che puoi amare anche senza dover restare.

Jai guru deva om Tamara. Ti saluto Tamara.

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-Non sai che ti sei perso.

Prossimo capitolo Sambuca – 11 – La terrazza di Tunisi


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Sambuca – 9 – Per essere felici bisogna dimenticare

-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte. È stato qualcosa di… incredibile! Non hai mai saputo dirmi no. Ti ho trasformato in uno Yes Man!

Le lasciai questo merito. Tamara era stata incantevole, eppure io quella risposta non l’avevo fatta ancora mia. La felicità è una convinzione che applichiamo per poterci gridare felici di cose apparentemente futili, un assaggio di cose che sembrano belle, un insieme di piccole cose e personali definizioni.
Per me era così. Almeno prima di conoscerla. Prima di quella notte.

L’alba si faceva più lenta del solito in una serata che non aveva alcuna intenzione di finire.

-Perché hai avuto così paura davanti a… gli intoccabili?

Silenzio.

Cambiava passo, sembrava giocasse, ma non era così: solo un viso esperto può nascondere storie personali e lei ne aveva una da raccontare.

Provai a riaprire bocca ma mi fermò:

-Ti prego… no. Non chiedermelo ancora.

Perplesso, ma comprensivo continuai la strana passeggiata affiancato dal fiume Yamuna, scorgendo il primo sole del Taj Mahal. Tra pensieri ricchi di bellezza e ricordi.

Non avevo più tante parole, ma soltanto gesti. Tolsi le mani dalle tasche e passai dietro Tamara. Abbassai la testa sul suo collo, così per farla sorridere e cacciar via tutto ciò che potesse nel ricordo farle male. Sembravamo una coppia felice, di quelle che vedi negli studi dei fotografi per farsi pubblicità.

-Sono riuscito a farti sorridere. Sai, era l’unico modo che avevo per permettere al sole di uscire.

Era tutto così… magico.

Si fermò, si girò verso di me e poggiandomi le sue mani al collo, iniziò a guardarmi il petto, incapace di alzare il capo.

-Promettimi una cosa – disse deglutendo della saliva come fosse un boccone amaro – se adesso scaccio tutti i miei pensieri, tu guarirai finalmente i tuoi.
Non siamo nati per essere schiavi del male a noi afflitto. Siamo continua bellezza che sulle rive del fiume aspetta una brezza che lo rinnovi e tu… ti prego! Prometti che tornerai ad esserlo, ad essere bellezza! Adesso insieme a me!

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-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte.

Affascinato dalle sue parole dissi “sì” con un sorriso e un cenno del capo.

-Vieni. Vieni con me.

La seguii.

Il globo sfidava la luce specchiandola in un misto tra alba e tramonto. A complicare il tutto delle candele che apparvero affianco a noi, portate dal vento che ‘carezzava le acque torbide del fiume.

Eravamo un po’ come quelle candele noi. Come diceva Tamara: bellezza.

Arrivammo davanti a un uomo con un copricapo bianco diviso a fasce. Il mento era ormai invisibile, coperto da una lunga barba bianca. La carnagione scura, il vestito bianco e i piedi nudi permettevano di capire che si trattava di una di quelle guide spirituali che spesso si vedono su National Geographic in quegli splendidi documentari sull’India. Quando l’uomo vide Tamara sembrava avesse il cuore in tumulto, come un padre davanti a una figlia.
Non la vide subito. Aveva gli occhi chiusi, le mani a mó di preghiera e le gambe incrociate che lo facevano risultare seduto su quello che probabilmente era stato un piccolo molo.
Venne verso di noi in maniera delicata e non parlò, ma si inchinò a Tamara con movimenti lenti che lo fecero apparire come uomo buono e umile. C’erano anche altre persone, le quali furono invitate a fare un passo in acqua, mentre noi raggiungemmo il piccolo molo. Tamara sussurrò qualcosa all’uomo e poi mi invitò a sedermi, gambe a penzoloni sul fiume.

-Hanno bonificato da poco questo lembo di terra – disse.
-Ah. Davvero?
-Sì. Purtroppo sì.
-Lasciami indovinare… qualche nuovo resort?
-Esattamente. Ma non credo ci riusciranno… non è una zona adatta.

Mi strinse la mano. Poi continuò.

-Mi portarono qui. Avevo 11 anni e avevo anche l’abitudine di giocare con una palla insieme ai miei fratelli. Una specie di calcio, non ricordo neanche piu. Ce l’avevano regalata due turisti italiani, che erano proprio originari di Napoli e giravano nell’India più povera.

Sorrisi. Piccolo il mondo eh?

-Ecco spiegata la tua simpatia per me – la interruppi ridendo.

-Erano sorridenti e calorosi come te. Li guardavo con aspirazione, come un sogno, ma mai con invidia. Volevo essere come loro… restarono con noi un paio di giorni: noi provammo a spiegargli le abitudini della nostra terra e loro raccontavano l’occidente. Ovviamente a gesti… e si capiva poco, ma mia madre lavorava in un ristorante dove si dava molto da fare con i clienti del “vostro mondo”. Li ascoltava, li osservava. Fu per questo che riuscì a comunicare tanto quanto bastava a quella famiglia, per un recapito. Le lasciarono un bigliettino che ancora oggi conservo:

“Renata Caruso e Federico Almirante – Piccoli Grandi Imprenditori” recitava il bigliettino.

La mia famiglia era molto povera e per loro tutto questo fu un segno dell’universo, del karma. Ma il destino era dietro l’angolo, sai com’è, e mia madre passata dinanzi a un gruppo di intoccabili diede loro in dono tutto ciò che quel giorno aveva. Ci misi un po’ a capire quel gesto, ma capii che era il modo di mia madre di ringraziare l’universo. Improvvisamente quelli che credevamo persone umili e povere si rivelarono sciacalli e convinti fossimo persone ricche, ci fecero del male.

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Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Uno di loro mantenne mia madre, un altro prese per il braccio mio fratello e altri due portarono via me.  Ero una sorta di loro ostaggio. Chissà in quale dannato film di Bollywood avevano visto una cosa simile se mai ne avessero visto uno. Mia madre mi diceva sempre che i bambini rischiavano di sparire in India ma io non immaginavo cosa potessero farmi. Mi portarono sulle spalle e io piangevo e urlavo. Arrivarono proprio qui. Mi picchiarono. A turno. Prendendosi gioco di me. Mi strappavano i vestiti brandello per brandello. Ero sicura che mi avrebbero venduto a qualcuno il giorno dopo, ma prima volevano testare il prodotto.

Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.
Il signor Sahni era lì intento ad effettuare abluzioni, ovvero le purificazioni dell’anima. Aveva parecchie persone con se quel giorno, che si posero tutte a cerchio attorno a me e ai rapitori. Videro tutto.
Potevano lavarsene le mani ma non lo fecero. Chiusi gli occhi aspettando che tutto finisse. Non ci fu un lottare. Forse erano troppi, forse chi mi rapii era poco organizzato. Riportarono me a casa e quegli uomini furono obbligati ad andar via. Fui incredibilmente fortunata. I segni dei pugni vanno via. Una violenza sessuale no. Soprattutto da bambina. Da quel momento ogni anno vengo qui. Porto ancora con me quel brutto ricordo e per questo oggi ho ancora paura quando vedo degli intoccabili per strada. La maggior parte di loro sono innocui e non cattivi. Ma quel giorno non mi permette di essere tranquilla in loro presenza.

Mia madre riuscì a mandarmi in Italia da quei signori che divennero i miei genitori. Ho vissuto lì per molto, a Milano precisamente. I miei nuovi genitori lavoravano lì. Mi sono laureata alla Bocconi, e ho visto anche la tua città… molto bella. Chissà se ci siamo già incrociati qualche volta! Appena laureata ho deciso di tornare e … poi ho conosciuto te al Tivoli. Chiaro ora il mistero del mio italiano?

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Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.

-Perché sei tornata? – dissi ammirato da quanto appena detto. Il mondo è una grande casa e noi tutti siamo incredibilmente sotto lo stesso tetto: a volte azzurro, a volte grigio, a volte blu.

È incredibile quante storie esistano oltre il nostro naso e oltre il nostro instagram.

Oltre le nostre agiatezze e il nostro avere il pane a tavola… che alla fine è il miglior conforto.

Davanti a me storie infinite che nemmeno il migliore dei film può raccontare, si affacciavano sottoforma di un mondo da visitare, da scoprire, da affrontare.

– Sono tornata per mia madre… per dirle grazie. E probabilmente per restare un po’ e poi tornare a viaggiare. Magari con la mia famiglia… per mostrargli il resto del mondo.

-E tuo padre?

-Mio padre è un tuttofare. Ha trovato un buon lavoro anni fa. Ha studiato informatica ed è questo che gli ha permesso di salvare la mia famiglia. Quando ho saputo del suo lavoro volevo tornare… ma me lo impedì. Chiamò direttamente i miei “genitori italiani” dicendo loro che gli studi erano più importanti di tutto. Quando partii mi disse:

“anche la più lunga camminata comincia con un passo.”

Ci guardammo. Non aveva motivo di spiegarmi quella frase. La baciai.

-Non mi aspetto che tu rimanga qui con me… ma… vorrei che il tuo sorriso rimanesse sempre quello che hai fatto ora a me. Vorrei che fosse sempre così, sempre il mio. “Il sorriso per Tamara”, vorrei lo portassi nel mondo! Così che chiunque lo guardi, senza saperlo, guardi anche me. Devi liberare il cuore… è per questo che siamo qui.

Poi si alzò e si abbassò il pantalone, incurante della presenza di quelle persone troppo attente a pregare. E poi si sa, il fare occidentale ormai era una spiegazione della sua sfacciataggine: una splendida combinazione con la sua parte orientale: era come l’alba e il tramonto insieme. Come quel cielo. Lei era quel cielo. Mi mostrò un segno sul lato sinistro della gamba, altezza gluteo. Era una brutta cicatrice visibile alla luce e non molto al tatto.

-Non l’avevo notata prima… in macchina.
-La bagno ogni anno… qui. Come segno di purificazione di quel male. Vorrei ricordarla come segno di te e non di quel male.

Istintivamente la baciai, per 10/15 secondi. Volevo davvero che in quell’angolo del suo corpo lei si ricordasse per sempre di me. L’accarezzai e poi le dissi

-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Mi alzai.
Ci fu il silenzio.

-Adesso tocca a me… vero?

Non rispose a voce ma con gli occhi. Con quel suo modo di fare che era simile a quello di chi conosce l’amore oltre ogni sua forma di egoismo.

Nonostante quanto detto avevo bisogno di una piccola dose di coraggio.

Mi toccai la tasca, intrufolata, una bottiglietta di Sambuca. Di quelle piccole. La presi. Pensai che aveva ragione quel pazzo di Giordano a partire e a portare queste bottigliette. L’aprii. Quel molo sapeva di altro, oltre che delicatezza.

Sapeva di spontaneità.

Volevo lanciarla in acqua. Tamara mi guardò.

-Siamo noi a dare un valore alle piccole cose? – le chiesi.

-Sì. Siamo noi.

-…Sambuca?

-È come ai Navigli qui, no?

-Più o meno… è come ai Navigli. Tutto il mondo è paese.

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-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Prossimo capitolo Sambuca – 10 – Lontani da casa è sempre hangover


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Sambuca – 8 – In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba

-Tu pensaci. Pensa a quante chiacchiere fatte per niente.
I mille ti amo, quella marea di baci dati, la compagnia nei momenti bui…
tutti mattoncini che non hanno retto a una folata di vento.
Anzi sai che ti dico, i mattoncini li mettevo io e basta, lei di nascosto andava lì e li toglieva quando non guardavo.
Io volevo costruire palazzi, lei non aveva neanche il coraggio di costruire un muretto…
dove andiamo?
-Hai una strana voce. Calda.

Era vero. Spesso mi succedeva quando mi sentivo appagato. Una voce più bassa, mi veniva automatica.
Pensavo a Giordano e a cosa si sarebbe chiesto quando non mi avrebbe trovato in stanza. “Tanto in stanza manco ci dorme” pensai.
La mia mano sfiorava e poi accarezzava la coscia di Tamara. Avevo deciso che quello sarebbe stato il mio posto nel mondo, almeno quella sera.

-Dove andiamo?
-Sembri Barry White. Uoaaaa… – fece imitando il verso del famoso cantante. Quante ne sapeva? Poteva tranquillamente prendermi per il culo, non mi importava.

-Dove andiamo?
-…fanculo. Non te lo dico.

-Allora accosta.

Era divertente il fatto che ascoltasse tutto tranne quella domanda. La baciai prendendole la faccia tra le mani. Un bel bacio. La feci sorridere e ridere. Il suo imbarazzo quella sera divenne la mia forza.

La mia voce dopo quel bacio tornò pesante.

-A Napoli si dice che chi sa portare la macchina tra le strade della città può portarla in tutto il mondo. Credo sia arrivato il momento di dimostrarlo. Guidami che guido io.

Voleva dirmi di no, ma la banalità non sapeva nemmeno dove fosse di casa e me alla guida poteva essere per lei motivo di maggior divertimento.

-Ok. Tu le braccia, io la mente.
-Non ti esaltare…

*

Diamine se era bello guidare quella strana Chevrolet. Correva quella macchina. Sembrava volesse dimostrarmi che gli anni non l’avessero scalfita neanche un po’: un mucchio di ferraglia voleva essere la regina delle macchine indiane.
-Destra, la prossima a Sinistra…sì… ora vai dritto e punta sempre a Nord.
-Ma c’è un muro!
-Ma come? Il buon Harry Potter è arrivato solo qui?
-Tu sei pazza!

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Diamine se era bello guidare quella strana Chevrolet. Correva quella macchina. Sembrava volesse dimostrarmi che gli anni non l’avessero scalfita neanche un po’: un mucchio di ferraglia voleva essere la regina delle macchine indiane.

Girai a Sinistra.
Lei urlò come se fosse sulle montagne russe. Si era aperta appieno alla sensazionale forza della follia e tutto grazie al nostro incontro.

-Vai dove vuoi, basta che punti lì. – disse indicandomi un fiume. Ce l’hai un po’ di orientamento o no?
-Senso dell’orientamento? E certo! Ma non conosco l’India sai com’è.

Agitò la testa fuori dal finestrino per prendersi il vento della velocità che le spingeva indietro i suoi capelli. Phon naturale.
Era buia Nuova Delhi. Non eccessivamente grazie alle stelle rimaste e un cielo che passava dal blu notte a un dolce verde acqua con sfumature di viola. Chissà se quel colore era colpa dell’equatore o del fatto che ero stato drogato un paio d’ore prima.
Arrivammo davanti a questo fiume. Ma dinanzi a noi un uomo e una bambina si fermarono. Non avevano un’aria cattiva.

-Non indicarli. Aspetta. Aspetta che vadano via. – disse Tamara con non poca paura. Provò a nasconderla dietro ad un altro sorriso la sua paura, ma le si leggeva negli occhi che qualcosa non andasse.

Aveavano un aspetto molto povero.

-Sono degli Intoccabili. La casta dei più poveri. Dai, vai, sono andati via.

In India funziona a caste sociali. Un po’ come a Roma, ma più poveri. Pensai di chiedere a Tamara il motivo di quella paura, ma il suo sorriso vero era sparito e cambiai discorso per far sì che tornasse.

-È il Gange questo?

-No.

-Non hai paura a quest’ora?

La paura è una condizione d’animo per me. Ci sei tu stasera. Ho solo paura che tu non sia felice.

-Perché?

Behatareen samay subah hai!

Erano assurdamente le prime parole che sentivo in lingua locale in un’india tanto italiana quanto assurda.

Una donna con la quale avevo appena fatto l’amore mi faceva segno di seguirla.
Era bellissima e non avevo bisogno di dirle qualcosa per farla stare bene. Bastava che fossi lì. Poteva dire di tutto, ma mi bastava davvero soltanto guardarla.

E la guardai proprio come se la capissi, ma la curiosità mi spinse ad essere banale: – che significa?

-In India si dice che “l’ora più bella è quella dell’alba”. Dovresti saperlo. C’era scritto sul foglietto che avevi in tasca e ti ho rubato quando hai perso i sensi. È assurdo che non abbia mai valutato quanto sia bella l’alba qui. Forse lo sarà anche in altre parti del mondo, ma io adesso ho te qui, e credo che quell’alba finalmente … possa essere davvero l’ora più bella e voglio condividerla con te. È il mio dono per te. Allora? Che fai? Resti lì immobile?
Seguimi.

Quel caos era un ordine che nel mio silenzio non potevo che ascoltare.

alba gange

P.S.:

«In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba, quando la notte aleggia ancora nell’aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l’uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell’amore diventano Uno.»

(Tiziano Terzani – “Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo“)

Prossimo capitolo Sambuca – 9 – Per essere felici bisogna dimenticare


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Sambuca – 7 – Leoni Addomesticati

-A cosa pensi?

-Devo davvero risponderti?

Mi hai drogato in un paese lontano dal mio e non so manco più come cazzo mi chiamo. E perlopiù siamo due sconosciuti.

-Se lo fossimo non mi avresti seguita. Non lo hai fatto per gioco. Sei sicuro che non ti abbia conosciuto più io stasera di altri?

Questa frase mi turbò. Tutti i torti Tamara non aveva.

Chi siamo davvero convinti di conoscere?

La nostra famiglia. I nostri amici. Chi dice di amarci.

Ma è sempre così?

Penelope.

Che palle avere in testa un nome che in tutti i modi vorresti scordarti.

E sì: conoscevo più Tamara che lei. Nonostante fosse passata solo mezza giornata da quando l’avevo incontrata.

-È…è pericoloso qui. Dai chiamo Giordano.

-Il tuo amico?

-È mio fratello.

-Non vi assomigliate affatto.

-Lo so.

-…è più bello di te.

La fulminai con lo sguardo

-Seh.

-Ci offendiamo pure qui… allora c’è un piccolo sher dentro di te.

Sguardi.

-Un leone. Da noi si dice così. Sei un leone vestito da volpino.

-E questo come si dice in Indiano? Sherellin?

-No affatto. Si dice coglione.

Conosceva anche le parolacce.

Mi accorsi ancora che non avevo il telefono, come se fossi preso da sindrome della mano fantasma. Quel vecchietto indiano me l’aveva giocata sul serio.

-Manca qualcosa Sherellin?

Non le risposi. Cambiai voce. Quasi come se avessimo abbattuto tutti i muri della confidenza.

-Dove stiamo andando? Mi drogherai ancora?

-No. Sei già stupido così.

Tamara improvvisamente si fermò.

Ci fissammo, lo facemmo per almeno 15 secondi. Poi scoppiammo a ridere e mi accorsi di non essere l’unico a gesticolare come uno scemo quando scoppiava a farlo.

Ci fermammo e non parlammo più.

Non sapevo dov’ero.

Avevamo un grande istituto affianco a noi.

Non sembrava più la povera India.

I suoi occhi toccarono i miei.

Si gettò sulla mia bocca come se fosse legata ad essa da uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ero bloccato quasi.

Prima di quel bacio ne avevo dati tanti in vita mia, ma quello sembrava del tutto inedito.

Si accorse che qualcosa non andava e nonostante il modo in cui si piombò su di me, la sua bocca era delicata.

Dire che mi stuzzicò con la lingua non è corretto: semplicemente col corpo mi chiese di baciarla.

Per davvero.

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Si gettò sulla mia bocca come se quasi fosse legata ad essa come uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Non era il fato che ci aveva portato lì, ma il male che ci era stato fatto da chi in un modo o nell’altro aveva preso a calci il nostro cuore.

Non era compassione o desiderio di compagnia il nostro, ma era qualcosa di inetichettabile, che supera quell’ineffabile desiderio che certi baci a volte lasciano nella bocca di chi bacia per altro e non per quel momento.

Non ero abituato al sediolino del passeggero. Spesso guidavo in Italia.

Ci staccammo. Senza far rumore.

Io arretrai e non riuscivo ancora a guardarla negli occhi, quasi a dire a me stesso che non era più quello il mio posto. Vi direi che non sapevo il perché, ma sarei un’ipocrita dato il passato raccontato.

-Di solito mi trovavo sempre a darli dal tuo lato i baci, lo sai? – dissi a testa bassa.

-Ah sì? E com’è stare dall’altra parte?

-Bello. Davvero bello. Bellissimo…

Guardai la parte di sediolino che avevo liberato quasi come se le indicassi di mettersi lì.

Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore. Con una mano abbassò delicatamente il sediolino e si accoccolò attorno a me.

Mi sorrise imbarazzata. Rideva davvero come se nel sangue circolasse felicità e timidezza.

Io la guardavo ricambiando.

Mi toccò il naso.

Sembrava davvero un felino.

Cercava altri baci. Ma non forzati, naturali.

Mi baciò intervallando ad ogni bacio una frase.

-Questa è la mia università.
Bacio.

-La mia città.
Bacio.

-Le mie abitudini.
Bacio.

-La mia gioia.
Bacio.

-E…
-E..?

-E oggi ci sei tu.

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Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore.

Riabbassò gli occhi come quei bambini che compiono una marachella volontariamente.

Si nascondeva sotto le mani imbarazzata, cercandomi poi, con l’occhio che usciva tra l’indice e il medio.
Il suo sorriso avrebbe aggiustato qualsiasi marachella mi sa.
Capii che a me non aveva dato fastidio e mi andava di guardarla.
Nel silenzio mi toccò ancora il naso.

-La leonessa che è dentro di te sembra abbastanza docile.

Mi toccò ancora il naso.

Lo fece ancora.

E ancora, come fosse una zampa la sua.

La baciai e facemmo l’amore, senza staccare mai i nostri corpi.

Pensandoci eravamo fuori ad un college.

Di film e di campus ne avevo visti parecchi, soprattutto americani.

Ma il modo in cui successe tutto quella sera, non aveva eguali.

Posizioni strane, risate, gemiti e sudore misto a lucine blu e odore della semi-pelle di una Chevrolet.

E il suo odore e la sua delicatezza alternata a una focosità che mai appariva esagerata.

Quella sera l’India era insuperabile.

-Che cosa significa docile? Non so se ricordo questo termine – mi chiese quando finimmo abbracciati sul nostro sediolino a guardare l’università.

Sorrisi. Era difficile capire quando finiva di scherzare e sorprenderti per i suoi modi unici di fare.

Le toccai il naso. Lo feci ancora scrollando le spalle.

Provai a rifarlo e lei mi bloccò la mano con una presa.

-Adesso non sei più docile – le dissi.

-Adesso non esserlo più neanche tu.

Faceva caldo e Nuova Dehli era rimasta fuori da quella macchina con gli ammortizzatori ormai usurati dalla danza.
Una coppia di leoni si trovò e trasformò una gabbia in un hotel di lusso a 4 ruote.
C’era ancora da sudare quella notte.

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Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Prossimo capitolo Sambuca – 8 – In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba


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Sambuca – 6 – Tra trip mentali e Ricordi

Si può dire che inizia davvero qui la mia storia.

“Nel posto dove non riesci ad arrivare, c’è il tuo futuro.”

Con questa frase, il fachiro Tomas che tutto sembrava tranne che indiano, mi accolse nel tempio del Loto. Tamara gli faceva da traduttrice, e io, mi chiedevo come era possibile che ad una semplice danzatrice del ventre di un resort aprissero le porte di uno dei templi più importanti di Nuova Dehli.
Mmm… riassumendo: erano le 2 del mattino in un tempio di chissà quale religione, in compagnia di una bellissima donna, ma anche di un fachiro nel bel mezzo di Nuova Delhi. C’era da impazzire è vero ma… la mia routine era diventata l’avventura, o no?

Il fachiro mi guardava con aria sospetta. “A questo lo buco” credo pensasse. Mi stesi lentamente come mi diceva su un letto di chiodi. Non avevo intenzione di farlo, ma Tamara minacciò di spingermi e io avevo già i miei di chiodi in testa che bastavano e avanzavano per tutto il corpo. Confesso: mai avrei immaginato di stare così bene steso su dei chiodi.

Ogni singola puntina affilata d’acciaio spingeva forte contro la mia pelle. Mi immaginavo già all’epilogo, ma lo show, non era che agli inizi. Il fachiro iniziò a parlare solo sottovoce.

-Chi dannazione lo capisce. Potrebbe dire di tutto – dissi a Tamara.

-Inizia a fidarti delle persone.

-Di un fachiro mezzo indiano? Con tutto il rispetto…

-Francesco! Tomas non potrebbe nemmeno fare tutto questo. I fachiri agiscono in strada.

-Ma che ca…?!

Tomas il fachiro alzò la voce.

-Forse vuole zittirci – feci.

-E allora chiudi la bocca altrimenti ti trafigge!

Tamara mi convinse a girare Nuova Dehli di notte. Dal Tivoli andammo via con la sua Chevrolet Impala SS del ’69 o del ’72. Avrei sempre voluto capirne qualcosa di auto., ma senza saperne molto, l’auto di Tamara, sembrava una di quelle macchine d’epoca che se si fossero trovate in America sarebbero valse milioni, ma per qualche assurdo motivo si trovava in India ed eccola qui a godersi le polveri e le spezie. Ma perché chiedere a Tamara come l’avesse avuta? Non era la tipa che raccontava facilmente i suoi segreti. Avevamo sfrecciato nella notte indiana ad una discreta velocità di 85 orari, che detto tra noi, erano una signora velocità su quelle strade. Tutto brillava di blu, e non per panorama, ma perché gli interni della macchina erano tappezzati di piccole lampadine blu che illuminavano tutto.

 

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La mia routine era diventata l’avventura, o no?

-Fanno atmosfera!

-Sono molto natalizie, tranquilla- le risposi scherzoso, ma non contrario.

Era ancora più bella sotto quella luce blu. Tamara non era una di quelle ragazze comuni. Era piuttosto una di quelle persone che ti fanno chiedere a te stesso se sei o meno alla loro altezza. Era pulita dentro e bella fuori. Credo mi avesse preso a cuore perché doveva avere avuto qualche sofferenza da patire anche lei. Le persone scoprono di avere cuore quando conoscono il dolore.

Intanto Tomas lasciò accendere dinanzi a me qualcosa. Qualcosa ardeva ed io non potevo sapere cosa. Non potevo muovermi altrimenti mi bucavo come uno scolapasta!
Provai a dire qualcosa, ma fu tutto inutile: fui stoppato prima ancora di iniziare a parlare.

-Shhhhh… – mi fece con un dito Tamara, improvvisamente affianco a me sul letto di chiodi.

“Cosa? E tu sei qui affianco a me? Ma come è possibile?” pensai, convinto di aver parlato. La sua voce era incredibilmente sensuale. Il suo corpo era affianco al mio , come quello di un amante che si sveglia prima di te in una stanza dell’Hilton Hotel di Paris e ti lascia dormire. Avevo l’impressione mi stesse per saltare addosso. Anzi, volevo mi saltasse addosso. Sì. Non avevo freni inibitori. Ma com’era possibile? Una vita passata a ricercare valori di ogni genere per diventare poi così debole? Ebbi l’impressione di iniziare a muovermi su quei chiodi…

Avete mai visto Il Grande Lebowski? Ecco, io ora ero Jeff Bridges convinto di volare in posti oltre il mondo. Mi sentivo come fossi sul Gange volando a pelo d’acqua, senza bagnarmi anche quando entrai in acqua.

-Lasciati andare – una voce mi sussurrò.

Non sapevo più chi fosse. Tomas? Tamara? Penelope?

Come?

Come? Penelope.
Penelope.
Non ho ancora parlato di Penelope? Dio come ho fatto. Penelope era la luce dei miei occhi.
Ci conoscemmo ragazzini nell’estate del 2007. Avevo dodici anni, lei dieci. Non conoscevo bene le zone di Napoli, lei invece sì. Era nativa del quartiere dei Colli Aminei, io invece ero un sempliciotto di un quartiere più particolare, Barra precisamente, Napoli est. Fossi nato in Brasile nel quartiere omonimo, ora sarei un uomo ricco e invece capitai nel napoletano, in una zona della mia città abbastanza povera. Distratto dal rumore del mare sugli scogli, fui distratto dalla voce di una bambina.

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Nel cuore di bambino quell’atteggiamento da maschiaccio, appariva il più tenero, dolce e femminile possibile. Bastò, per farla accomodare affianco a me.

-Se lanci una pietra puoi farla galleggiare sull’acqua – mi disse.

Non le credevo, non capivo chi fosse e per i bambini è sacrosanto diritto fare un quarto grado prima di farti giocare con loro. Bambini… quando a dodici anni si era ancora bambini preferendo un giochino simile a un telefonino. Gli ultimi bambini pre-digitale.

-Cosa vuoi, chi sei e cosa vuoi fare?- le dissi rapido con un tono da giornalista.

-Ho detto che si possono far saltare le pietre sull’acqua! Ma non capisci!!! Sei sordo!

Nel cuore di bambino quell’atteggiamento da maschiaccio, appariva il più tenero, dolce e femminile possibile. Bastò, per farla accomodare affianco a me.

-Guarda che se tiri la pietra con la mano così, puoi farla scivolare sul dorso.

-Dorso? Cos’è? – chiesi imbarazzato.

-Aeeeee guarda e basta!

Abbiamo sempre scherzato su quante volte quella pietra avesse fatto un tot di saltelli. Lei dice 5, io continuo a dire 20. Ogni volta che ci scherzavamo su, facevamo l’amore. E anche da bambini successe qualcosa: la baciai dall’euforia di ciò che avevo visto.

-OOOAAAH. Ma che fai?! Queste cose le fanno i grandi!

Mi diede uno schiaffo in mezzo al viso. “Aaaaahi che bambina” pensai io.

Già mi piaceva.

Ancora mi manca.

Diventò la mia bambina quel giorno, anche se non fu quello il giorno in cui ci presentammo. Occorsero 8 anni per conoscerci. Linda, la mia amica del cuore, aveva la maturità. Le piacevo, lei per me era una semplice amica. La tipa che ti parla di trucchi, ma a cui vuoi bene perché con te si diverte. Nella sua classe c’era Penelope e quando arrivai, discuteva già in maniera fluida con i suoi professori. Li spicciò in maniera rapida e finalmente potetti rifiatare. Aveva un fare conosciuto. Era bellissima. Mi ricordò quella bambina.

-Vado un attimo in bagno – disse a Linda. – Il tuo esame non me lo perdo per nulla al mondo.

Io avevo fatto scuola lì, ma mai avevo così amato quelle mura prima. Soltanto dopo venni a sapere che si trasferì nella mia zona quattro anni dopo il nostro infantile incontro, per poi finire nella scuola dove ero passato io. “La donna della mia vita” pensai senza nemmeno conoscere il suo nome.

Andò in bagno. Aspettai giusto 20 secondi, il tempo di intervistare l’inconsapevole Linda, per poi andare in bagno anch’io:

-Quando venivo qui lei non c’era ?

-No. Ti piace?

Come potevo rispondere ad un’amica gelosa?

-Assolutamente no. Vado in bagno và.

-Prima del mio esame, tutti in bagno dovete andare!

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L’amore è impegno. Il credito che paghi per essere cosparso di sentimenti. Questo quel bacio non ce lo disse, ma come avrebbe potuto?

La aspettai. E la incontrai.
“So che ti sembrerà assurdo, un film o tutta una chiacchiera.
Ma…ma…ma…
Io mi sono innamorato di te da quella volta che ti vidi a Napoli a lanciare pietre sul dorso.
Avevamo dieci e dodici anni.
Eri meravigliosa e mi sei rimasta dentro.
Ti…ti…ti prego.
Ti scongiuro.
Credimi anche se folle”.
Non so perché. Mi credette. Ci baciammo nella maniera più inspiegabile che solo gli amori a prima vista sanno darti. Non so se c’entrasse l’euforia della maturità, ma negli istinti io ci vedo l’infinito. Mi fanno sentire invincibile e in quel momento fui subito aiutato da una forza vagante chiamata amore.

L’amore è impegno. Il credito che paghi per essere cosparso di sentimenti. Questo quel bacio non ce lo disse, ma come avrebbe potuto?
Non ero mai stato un grande sentimentale prima di quel momento, ma quello era il Nirvana dei baci e l’unico pensiero che portai felice a casa da quella giornata, fu di fare in modo che quelle labbra fossero eternamente attaccate alle mie, incuranti del tutto.
Incuranti dell’essere uguali a quelle del giorno prima.
Delle difficoltà che affrontiamo tutti i giorni.
Delle lacrime.
Del tutto.

Una strana forza, come una luce mi si abbatté in testa.

-IO TI AMOOOOOOOOOO!

Urlavo e sbraitavo ma non vedevo nulla. Mi sentivo svuotato e davanti a me avevo solo del fumo blu. Ero avvolto in un lenzuolo.

Ero in macchina. Tamara al mio fianco. Aspettava che mi riprendessi. Tomas era fuori dalla macchina appostato come una prostituta, con abiti però normali e non da fachiro.

Mi sorrisero divertiti e felici che stessi bene. Si salutarono in italiano.

-Ma allora non sei indiano?- dissi a Tomas senza capire veramente un cazzo.

-Frate, ij so cchiu napulitan ‘e te. Cià stamm bbuon e arrepigliete!

Tamara. Ferma. Mi osservava trattenendo una risata che stava per riempire la notte. Era passata a stento un’ora dicevano gli orologi. Dovevo crederci? Sapeva di magia quel posto.

“Tutto il mondo è paese” pensai. Un fottutissimo paese.

Quella notte non avevo voglia di fare troppe domande, magari stavo ancora sotto effetti di aghi e ricordi.

Lasciai rimbombare la risata di Tamara nel blu di quella notte e di quelle luci natalizie che ci avvolgevano intorno.

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Le persone scoprono di avere cuore quando conoscono il dolore.

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