Marco Cecchinato, costanza e tattica

Marco Cecchinato ha dato ai tennisti italiani una lezione di maturità che difficilmente dimenticheranno: dopo 40 anni dall’ultimo italiano in semifinale slam, ha superato ai quarti del Roland Garros l’ex dominatore del tennis mondiale Novak Djokovic.

Straordinario. Un match incredibile, dove il siciliano partito dal T.C. Palermo, ha dimostrato quanto la costanza sia sinonimo di maturità, la stessa maturità che gli ha permesso di risolvere più volte situazioni che vedevano il Serbo risalire la china.

Ma come è avvenuto tutto questo?

Marco veniva da un torneo di per sé già incredibile. Nonostante la sua non eccezionale classifica, nei giorni scorsi aveva sconfitto le teste di serie Goffin e Carreño Busta, due nomi di rilievo nel tabellone parigino, oltre ad aver rimontato due set e vinto al quinto per 10-8 contro Copil, partita che verrà ricordata per immortalare il torneo di un tennista sul filo: dopo il rischio di perdere quella partita, è avvenuto il meglio della sua carriera.

La vittoria di fine Aprile fa nel 250 di Budapest e oggi la semi a Parigi. È il momento della svolta:

“Sono diventato un giocatore vero”

ha detto il Siciliano in un’intervista.

Come ha battuto Nole Djokovic

Ma come si batte Novak Djokovic? Un paio d’anni fa questa domanda era da mal di testa. Oggi è una domanda più alla portata di una risposta, che Marco ha trovato in svariate armi tattiche sino a far affannare l’ex numero 1 del tennis mondiale più volte.

Su tutte: l’uscire dalla diagonale con il rovescio lungolinea. Marco, lontano dalla riga di fondo (ma non troppo), reggeva alla diagonale del serbo, sino al creare più che trovare, il momento giusto per concludere davanti a sé. Poi il drop. Amante della palla corta Novak, ha trovato un avversario capace di sorprenderlo proprio così. Per Cecchinato, il drop, è stato l’asso nella manica da ogni parte del campo, rigorosamente giocato in anticipo. Maturità, consapevolezza e velocità di gambe chiudono il quadro. Una partita simile, con due tie-break shock di cui l’ultimo vinto per 13-11 in un set recuperato dopo un parziale di 9 giochi a 2, non si vince senza le suddette caratteristiche.

Marco ha alzato il livello del suo gioco e riportato nelle tv e sui giornali italiani quello sport di cui il nome deriva dal francese “tenez” ovvero “prendete!” che era il grido lanciato dal giocatore che iniziava il gioco per avvertire l’avversario dell’arrivo della palla. Oggi grida simili non se ne lanciano più, ma sicuramente Marco Cecchinato ha lanciato il suo al tennis mondiale: l’urlo siciliano del tennista umile.

Cecchinato
Il tennista umile, Marco Cecchinato, è in semifinale a Parigi. Affronterà il temibile austriaco Dominic Thiem
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L’ultimo clown di questo circo: Federer vince gli AO

Come colpire la palla è l’insegnamento principale che un maestro di tennis deve apportare ai suoi allievi.
Nessuno però, può insegnare le emozioni che si legano a quei fili di Nylon involontariamente, come una magia spontanea che si rivela ogni volta.
Ogni volta che un tennista come Roger Federer scende in campo. Unico esemplare del suo genere.
La partita con Marin Cilic è la ciliegina sulla torta a quelle infinite domande che ci si può porre. “Ma ancora ci riesce?” è la domanda principale che invade gli schermi.
La risposta è il Norman “Trophy”, la coppa figlia degli Australian Open, la coppa che Ashley Cooper, campione qui nel ’57 e nel ’58 e australiano di nascita, consegna ad un Federer super emozionato.
Non è il primo Slam che vince, ma il ventesimo. Calcolando che in ogni anno se ne giocano 4, la statistica impressiona ancor più del lato umano di Federer. Il lato umano che un appassionato più attento identifica con il Federer versione Oldani della pubblicità della Barilla. Fa il giro del mondo tra foglie di basilico e colpi in controbalzo, ma ancora riesce ad avere umiltà (fine gara) e rabbia (col giudice di linea) delle prime volte.
“Sarebbe bello poter rivivere tutto come fosse la prima volta” aveva detto prima di incontrare l’astro nascente Hyeon Chung in semi. Oggi è ancora la prima volta sottoscriviamo noi.
Vorrei analizzare la partita tecnicamente e tatticamente, ma sarebbe trasformare quello che è stato un misto tra pugilato, tennis e scacchi in un semplice relegato di parole che non conoscono l’emozione del “io c’ero”, quello che da casa o dal vivo puoi esclamare grazie alla diretta tv ( che dopo anni di università in Comunicazione ancora non capisco come funziona). E allora la si rimanda ai prossimi giorni, quando in campo ci saranno i classici tentativi di emulazione dei bambini o dei più grandi. La si rimanda dove è finita la partita di cui scrissi contro Del Potro agli Us Open e che non ebbi nemmeno la voglia di pubblicare. La si rimanda perché, questa vittoria dal sapore di moto perpetuo, nasce, muore e rinasce in un brivido di una lacrima trattenuta. Una di quelle che lo svizzero non ha saputo trattenere.

“Abbiamo bisogno di un clown in questo circo” aveva esclamato Roger Federer riferendosi al mondo legato al suo sport.
Direi che il clown ora l’abbiamo, e oltre a far ridere, sa anche commuovere.

(Foto in evidenza SI.com)

Per i più fanatici, il commento di Federer in inglese durante la premiazione qui

Intervista a Federico Buffa: Narratore di vite


Federico, avevo preparato una piccola intervista…

È un questionario!

Forse ho esagerato! Volevo farti un paio di domande.

Dimmi.

Allora, io in questa scuola ci sono cresciuto.

Questa? Fantastico… non è cambiata molto da quando c’eri tu.

Assolutamente. Rimanendo in tema, oltre che a contribuire alla nascita di un movimento cestistico italiano, credi che questi playground possano durare nel tempo?

Guarda, ti dico subito una cosa: guarda chi c’è. Guarda chi c’è a questa cosa qua. Napoli ha realmente prodotto, per avere un bacino così ampio, troppi pochi giocatori di alto livello. C’è Massimo Sbaragli, che è praticamente l’ultimo giocatore di scuola napoletana di alto livello che è uscito. Io quando sono venuto per la settimana in cui sono stato al festival teatrale (al San Carlo), notavo che i ragazzi Napoletani, a differenza dei ragazzi di tutte le altre città italiane, giocano a calcio per strada, il che non si vede né a Milano, né a Roma. A Napoli la strada ha un valore differente. Io credo che Napoli sia molto adatta al basket per tanti motivi. L’idea di dare dei campi, secondo me è vitale. Ma non è solo la vecchia frase “bisogna togliere i ragazzi dalla strada”, si può anche lasciarli lì, dipende come. Secondo me queste idee sono eccezionali e la chiave di essa è la struttura: costa 1400€ quel canestro lì. Sono tanti? No, non sono così tanti, perché per buttare giù o vandalizzare quel canestro, non è così semplice. La retina potrebbe andarsene presto, ma la retina non è storia del basket di strada, in tanti posti come gli stati uniti è metallica proprio perché la retina non è il basket di strada. In compenso quel canestro lì fai fatica a vandalizzarlo, lo puoi dipingere, gli puoi fare un graffito, ma quel canestro lì è destinato a restare a meno che non ci sia proprio la voglia di buttarlo giù, ma ti devi impegnare con il cemento. Questa è l’idea, se tu metti questi canestri qui, questi canestri qui possono durare nel tempo, se durano nel tempo, i ragazzi sanno che quando vanno giù alle tre del mattino, alle 4 del mattino, il canestro c’è, la vita cambia. Ed è il motivo per cui negli Stati Uniti nel cosidetto black top, che qui è green top (ride), i giocatori giocano senza limiti. Giocano nella neve, non è un problema si gioca. Questo cambia tutto.

Ho visto quanto successo a Erfan Aeini ai mondiali in Ungheria di Judo contro l’israeliano Daniel Popov, con il ritiro del primo che è stato costretto ad abbandonare la competizione dato il paese del suo avversario. C’è un aneddoto che tu potresti raccontare riguardo la verità che viene celata nel mondo dello sport?

Non credo sia soltanto questione di aneddoto, credo che sia un dovere. Lo sport in Italia non ha una collocazione sociale e di istruzione, perché è stato scelto di non dargli una rilevanza scolastica. Questo secondo me è un errore storico della nostra costituzione e delle scelte che sono state fatte negli ultimi 50 anni. Togliere lo sport dalle scuole è gravissimo, primo perché non educhi alla cultura sportiva, secondo perché guardi lo sport soltanto nella parte superiore, cioè: la glassa della torta che è magnifica ma non è lo sport in assoluto… e questo secondo me è un errore storico che paghiamo, continuiamo a pagarlo e temo pagheremo per molto tempo.  L’idea di poter fare delle narrazioni legate allo sport, oltre lo sport, secondo me è quasi un dovere per certi versi, specialmente per le nuove generazioni che adesso consumano ad una velocità 100 volte superiore ad esempio a quella in cui sono cresciuto io, e probabilmente anche alla tua.

Ed è proprio grazie ai tuoi racconti che abbiamo conosciuto gesta come quelle di Poy con la Palomita, Diego Armando Maradona…

Mi commuovo quando parlate di Argentina, premesso che l’Argentina e Napoli sono molto simili, tantissimi pezzi di Napoli “sono” a Buenos Aires e viceversa.

…credi che nel Mondo Moderno, avvolto da informazione e tecnologia, sia possibile rendere immutato nel tempo un gesto?

Magari! Ci vuole l’amore che hanno i sudamericani e gli argentini. Questa liturgia di questo gol (riferito alla Palomita) che ha più di quarant’anni, quasi cinquanta, è ancora lì. Poy si presta finché sarà in grado fisicamente (ride) di farsi sbattere la palla contro la testa, e lo farà ancora. Ci vuole quest’affetto. Gli Inglesi hanno inventato il gioco e gli argentini, diciamo sul Rio de La Plata, hanno inventato l’amore per il gioco che può essere superiore al gioco stesso.

Scrittore, giornalista e attore di teatro. Come è nata la tua voglia raccontare e il tuo stile inconfondibile?

Stare su un palco non vuol dire saper fare l’attore anche se “tecnicamente” sì! (Ride). Non lo so, mai domandato, è del tutto casuale, però mi ricordo che mia sorella, anche se più piccola, ultimamente mi diceva che io da bambino facevo delle radiocronache di viaggio. Eravamo in macchina e io raccontavo che cosa stava succedendo sull’autostrada e nessuno mi diceva niente! Nel senso che continuavo e non so, evidentemente ho pescato da questo repertorio. Non so, so solo che mi è naturale.

Una tua frase è l’immagine di un uomo, almeno una volta nella vita, soprattutto se si parla di uno sportivo. Su Javale McGee : “Hai sempre l’impressione che debba spaccare il mondo, ma il mondo resta intatto con una certa continuità”

Sì! Non ho niente da aggiungere! (ride) Sono d’accordo!

È  il problema di tanti talenti dello sport. Non so se sua madre ha giocato a Napoli. Comunque è stata in Italia tanto, me la ricordo piuttosto bene. Diciamo che se Javale McGee avesse un quinto della cattiveria e della determinazione dell’essere cresciuto in un posto difficile come quello della madre sarebbe un all-star. E invece no, magari nascono particolarmente dotati, fanno come dite voi a Napoli la “faccia feroce”, che non hanno però in repertorio, e il resto lo vedete tutti quanti.

Il voler tendere al successo sportivo da parte dei bambini piuttosto che alla “nobiltà sportiva” che racconti, è frutto di un errato lavoro degli educatori?

No, non credo. Si può provare ad educare in senso sportivo, ma vedi gli Stati Uniti che segnano un po’ il trend da questo punto di vista, formano dei ragazzi che sono pensati per avere successo: è la loro cultura.

C’è questo ragazzino inglese, la madre ha postato il video, il City se ne interessa e ha 3 anni. Volete un commento? Non c’è un commento.

Bambino di 3 anni inglese, la mamma posta il video, il City chiama. Di che cosa vogliamo parlare esattamente?

Vorrei farti una domanda sul mio “sport di provenienza”. Federer, Nastase o Panatta?

Ero con Adriano (Panatta ndr) in questi giorni…

…con le scarpette della Forte.

Sai la base del mio gioco! Che bella memoria! (Continua) Se tu vedi quando sono vicini, Adriano e Nastase, le prime cose di cui parlano è di come giocavano loro. Cioè, sotto 30-40, match point  e servizio non cerchi il colpo ma giochi direttamente la seconda o tiri un gran rovescio. Per loro era questa modo un po’ slavo di giocare, un po’ da testa e croce o ai dadi. Questo li rendeva estremamente romantici. Giocavano con delle racchette diverse e avevano questo modo un po’ slavo di giocare. È come dire la cavalleria nella storia dei militari del mondo finisce col barone von Richthofen, meglio noto come barone rosso. Lo tira giù un meccanico canadese e finisce la storia della cavalleria nell’arte militare. Con certi giocatori, ma vale anche per altri sport, è finita la fase romantica del gioco dove i giocatori avevano mille donne, bevevano fino alle 4 del mattino e giocavano come veniva ma veniva molto bene. Ovviamente il mondo contemporaneo non ti permette più di vivere così. Ogni tanto passa qualcuno di quest’era precedente tipo non so Gascoigne, che si è bevuto il talento. Però mi raccontava Christian Panucci, un episodio con Gascoigne… erano in pullman con la Lazio che stava andando sulla dorsale del paese e c’erano delle gallerie. Lui all’ingresso di una galleria sta leggendo un giornale. Quando la galleria termina e si torna alla luce esterna, lui sta leggendo lo stesso giornale ma è completamente nudo e del tutto impassibile. Ecco… questi vengono da quel mondo lì. Oggi difficilmente un atleta farebbe così, primo perché lo filmerebbero i compagni, secondo perché in generale non pensi così.

Prendi Federer, che è un giocatore di un talento strepitoso però applicato. Un giocatore molto coscienzioso, sta attento. Oggi i tennisti sono per conto loro, non vanno in ritiro, si pagano anche i viaggi, scelgono dove vanno, sono quelli che rispondono più di chi sono quando giocano perché non sono circondati da un sistema che li protegge. Sono veramente dei liberi professionisti. Federer secondo me ha un fascino spaventoso, ha un seguito mondiale incredibile… ed è svizzero. Come ai suoi tempi ci fu Alinghi, in svizzera oltre a un paio di laghi… (ride). Gli svizzeri ogni tanto tiran sti colpi: Wawrinka, è un altro giocatore che vince.  Loro hanno Federer e Wawrinka, se lo ricorderanno per tutta la loro storia. Chi c’era? Raffaello e Michelangelo sotto Giulio II? Passeranno una volta…

Sveli l’animo delle persone dietro il professionismo, ma c’è uno sportivo che è diventato un pro rimanendo d’animo amatore?

Sì, penso tanti. Paradossalmente… il più grande di tutti. Lo so che può sembrare commerciale, ma il fatto che Jordan avesse la clausola “love of the game sin dall’inizio, secondo me lo distingue da molti punti di vista. Vuol dire che c’è un accesso alla sacralità del gioco, oltre al divertimento. Ovvero sia, il gioco ha delle regole che vanno rispettate e sono etiche ed affettive prima che tecniche. E la scena di lui che bussa con violenza alla porta, durante delle partite di esibizione nella sua prima stagione Nba e i giocatori, suoi compagni non lo fanno entrare e con gli asciugamani bagnati coprono dei fluidi, quello che si stavano facendo…  e lui dice la frase “guardate che vi conviene farmi entrare perché senza di me ai playoff non andate” e il gran consiglio dei vecchi dice “effettivamente”… gli aprono la porta, lui entra per vedere cosa stanno facendo, prende e se ne va. Io non credo che si possa fare una scena più forte per descrivere un uomo che vuole la clausola “love of the game”.  Si può criticare il fatto che Jordan abbia accettato cose che Mohammed Alì non avrebbe fatto, lo prendo ad esempio perché mi sembrano gli sportivi più iconici del ventesimo secolo di tutto il mondo, con tutto il rispetto per Maradona.  Sono due che per certi versi, proprio perché afroamericani, hanno cambiato la percezione del mondo.  Ma lui è uno che ha reso questo sport un’altra cosa, lo nobilita, ed è lui che lascia la cosiddetta legacy, cioè il legato a Kobe Bryant e Lebron James anche in una partita di esibizione. Magari giochi dieci minuti, ma forte perché il pubblico ha pagato. Tu devi giocare per chi sei sempre. Esci dopo 10 minuti sì, ma quelli lì li si gioca e difendi, perché se non difendi, umili il gioco. Queste cose si notano nei giocatori che sono così longevi ad alto livello per tanto tempo perché hanno guardato lui che ha segnato proprio il trend tra chi questo gioco lo nobilita e chi lo gioca bene.

Il Sudamerica in una parola, o in un altro aneddoto…

Il Sudamerica è il luogo della terra dove l’acqua e il sangue sono molto simili, non capisci la differenza tra l’acqua e il sangue: il sangue scorre come l’acqua e viceversa. Quindi tutto profuma di acqua e sangue, quindi tutto è olfattivamente e vissuto diverso. Se vai lì il resto del mondo non c’entra. Quando mi dici hai visto una partita di calcio, beh, non puoi dirlo se non l’hai vista lì.

L’ultima volta che ci sono stato ad Aprile ho visto la partita a Rosario, che è veramente un luogo di calcio templare. La partita era alle 10 e passa di sera e il giorno dopo era un giorno scolastico e allo stadio c’era una parte della zona degli ultras del Palmeiras che era disabitata per motivi di sicurezza. Nel resto dello stadio c’erano circa 40, 45mila persone, con madre di 80, figlia di 50, nipotina di 3, che hanno cantato il repertorio, perché avranno 15 pezzi, per tutta la partita. Prendi il gol, vai sotto 1-0, ma il pubblico continua a cantare, senza neanche cambiare l’intonazione. Non ci sono neanche i due secondi della delusione, è comunque in soundtrack. Poi figurati quando segnano! (ride) Il ritmo della partita per loro non cambia, non hanno neanche quel “oh no, gol”. I giocatori portano la palla a metà campo come se avessero segnato loro.

Federico siamo alle battute finali. Ho letto, in una tua intervista, che hai detto : la mia carriera sarebbe finita nel giorno in cui iniziava, cioè Giovedì inizio e Venerdì fine, e allora non saremmo qui a fare questi discorsi e io sarei chissà dove”. Io vorrei chiederti, dove saresti adesso.

In Giappone, ad insegnare Italiano a delle signore giapponesi e viceversa, in un autentico teatro dell’assurdo cioè che nessuno capisce niente. Loro non capiscono quello che dico io, io non capisco quello che dicono loro! Però siccome l’ho fatto una e volta e mi hanno messo lì 300 Yen per una conversazione… loro volevano soltanto sentire uno che parlava italiano e ripeterlo, ovviamente con dei problemi. Perché i Giapponesi son strani, se io posso dire Karaoke quindi la R la so pronunciare, perché Laffaela? Se tu sai dire kaRa, perché non dici Raffaella? E questa cosa ho passato un’ora a cercare di chiedergliela. Se dici Karaoke dimmi Raffaella!

Un’ultima cosa Federico. 

Un narratore va incontro alla vita, ma questa gli riserva mille sorprese. Mentre egli racconta qualcuno sta compiendo gesta straordinarie ma non sono le sue. Eppure si finge ignaro e va avanti, perché come il migliore degli attori, per un attimo prende il posto di ogni singolo eroe, e si gusta il volto di chi, a conoscenza delle sue storie grazie a lui venne. Senza narratori non ci sarebbero storie. Grazie mille Federico.

Grazie, è bellissimo.

Grazie ancora a te Federico. 

Per il racconto di quella giornata clicca qui.

DAY 13: L’Happy Ending Federeriano è un invito alla vita

Il sorriso è quello di un papà, che come consigliava una canzone degli Stadio, non deve piangere mai. Quel papà non regge, perché troppo felice di vedere i suoi ultimi due figli entrare in tribuna. Tutti lo elevano a qualcosa che vada oltre l’uomo, ma lui sa di essere soltanto questo: un uomo, che non ha smesso di crederci mai.

L’entrata è prevista per le tre del pomeriggio. Il corridoio che porta al campo è quello dei più lussuosi e pregni di storia del gioco del tennis. Siamo a Wimbledon e Marin Cilic è fermo ad aspettare il suo sfidante Roger Federer, uno che qui ha vinto 7 volte, ma che ha è stato annientato proprio da Marin nel 2014 in semifinale degli Us Open. Testa avanti, non c’è spazio per le cordialità: quando arriva Roger è un nemico, ed è giusto sia così.

L’ingresso in campo è dei più sentiti, il pubblico sa già con chi schierarsi, la voglia di vedere il sette volte campione rialzare la coppa è più forte di qualsivoglia istinto.

Cilic non è né uno sciocco, né uno sprovveduto e questo si sa.

Siamo alla finale di Wimbledon e non si può regalare nulla.

Il croato annulla subito una palla break nel primo game, ma è centrato e dal fondo del campo si mostra più in forma del suo avversario. Più che vera e propria questione di forma, è questione di emotività. Federer è nervoso e la sua prestazione lo costringe addirittura a due doppi falli nella prima metà del set (nel torneo ne ha commessi 10 in 6 partite) e qualche urlo di troppo, che è la sottolineatura di una paura che colpisce anche i più grandi.

Roger annulla palla break al croato sul 2-1. Al cambio servizio Roger cambia registro. Non è il Federer versione Australian Open di quest’anno, ma un Federer esperto, che trova nel back un modo per portarsi ad avere ben tre palle break. Alla terza, ecco il break, il distacco. Nel game c’è stato il punto più bello del match dove Cilic riesce a recuperare una palla corta che costringe Roger a ribattere la palla dall’altro lato del campo col polso. Marin cade e non la recupera. Questa caduta è già il giro di boa.

La tensione si taglia con un coltello e Cilic vuole rientrare in partita. Sta giocando addirittura meglio dal punto di vista della sostanza, ma meno nella costanza che è priorità oggi del favorito. Si aggrappa al match ma improvvisamente appare calato, tanto che Roger lo breakka ancora su un doppio fallo. 6-3 il punteggio della prima frazione di gioco.

Da qui la partita è un assolo e Cilic si disunisce. Ma non nella mente bensì nel corpo. Sul 3-0 Federer, al cambio campo, Cilic inizia a piangere. È una scena che non vorresti vedere mai. Piange a dirotto, e chiunque abbia calcato qualsivoglia campo, sa cosa vuol dire fermarsi per infortunio. Forse quella caduta ha accentuato qualche problema già presente al piede, forse altro. Fatto sta, che nel giorno più bello della sua vita sportiva, il fisico lo abbandona.

Eppure su questo centrale, ritirarsi significherebbe perdere non una, ma 1000 volte, soprattutto se è la finale di Wimbledon. Marin regge, si rialza e ci prova, tra una lacrima e l’altra. Eroico.

Federer da quello altro lato è costretto all’impassibilità: esternare il proprio dispiacere potrebbe costare caro alla propria partita.

È 6-1 Federer, quando arriva l’intervento dello staff medico per Marin. Antidolorifico e massaggio sembrano la sua ultima speranza.

C’è di nuovo una partita nel terzo set, con Federer che inizia a pensare seriamente alla coppa e Cilic che manda un segnale importantissimo: mai mollare.

L’antidolorifico è ormai in circolo quando l’appuntamento con la storia ha lasciato spazio a una Domenica da cocktail e racchettoni. Ma Cilic e Federer non lo sanno, soprattutto quest’ultimo che si accinge a chiudere le ultime speranze del suo avversario. Nessuna pietà dinanzi alla obbligata vittoria. Arriva il break. Si aspettano solo le braccia al cielo, che arrivano sul 6-4. Non ci sono più le parole per descrivere questo campione, che aiutato anche dalla sorte, trova l’epilogo più semplice del suo torneo. Meglio vincere lottando, ma questa vittoria è frutto di un cammino strepitoso, che non può che essere ammirato a bocca aperta e occhi lucidi.

Roger esulta pacato, mostrando il suo lato sensibile alla sfortuna del suo avversario. Cilic si congratula, ma c’è ancora tempo per degli straordinari titoli di coda. Dal box Federer appaiono le coppie di gemellini. Federer prova in tutti i modi a non commuoversi, ma non ce la fa. Il campione si fa uomo, ed è il regalo più bello che fa a questa giornata.

Piangere non è da deboli, se quelle lacrime sono miste a sudore e sacrifici.

“Se credi di poter andare lontano, puoi raggiungere i tuoi obiettivi” dirà durante la premiazione.

Banalità che detta da lui, ha un altro peso: il peso dell’essere umani. La bellezza di essere umani.

Roger Federer – Marin Cilic 6-3 6-1 6-4
P.S.: un ringraziamento speciale a coloro che hanno seguito il torneo su questo blog piuttosto che su siti più famosi. Grazie.

Tutti gli altri racconti del torneo:

DAY 1: I primi caduti e una nuova stell(in)a

DAY 2: Mistero Dolgopolov, look Lahyani: mamma non voglio giocare!

DAY 3: Tennisti una volta l’anno

DAY 4: L’importanza di chiamarsi Federer

DAY 5: Solo una “polpetta bagnata”

DAY 6: Il ruggito dei leoni

DAY 7: Di Muller, non ricorderemo solo lo yogurt

DAY 8: “Cade la pioggia ma che fa?” C’è il tetto

DAY 9: Lettera a Roger Federer: il Maestro

DAY 10 & 11: La solitudine dei numeri primi

DAY 12: La donna che batté Venere e vuole ballare con Federer

Video: Wimbledon è come una donna

“Lo sport è qualcosa che va oltre lo sport.”

DAY 12: La donna che batté Venere e vuole ballare con Federer

Domani sera con chi vorresti ballare?
Dai Roger! Mi piace Cilic, seriamente, ma voglio vedere se Roger è così elegante anche quando balla.

Conferenza stampa.

La ragazza che ride è Garbine Muguruza e ha appena battuto nonna Venus, nella finale di Wimbledon, impedendole di diventare la campionessa slam più anziana di sempre.

E per un attimo è sembrato proprio che potesse andare così.

Venus Williams si muove bene per gran parte del primo set, dando l’impressione di essere leggermente al di sopra del livello di Garbine di oggi. Si muove bene, il suo volto non è contratto e sembra non accusare la fatica delle due settimane di gioco.

Due palle break arrivano al culmine di questa situazione sul 5-4.

La Muguruza non si scioglie, non crolla. Le annulla.

Da lì una serie di 8 giochi di fila: 7-5 6-0.

La partita di oggi è la conferma che un punto non è sempre assicurato, né è capace di far girare una partita. Perché quel punto della Venus poteva anche valere molto, ma sarebbe assurdo sminuire la prestazione della spagnola oggi sostenendo che tutto passava da quel semplice punto. Il tennis è come un accumulo fatto di sacrifici e sudore e l’accumulo di Garbine è arrivato sino a Londra.

Si è mostrata anche offensiva, nonostante il gioco da fondo da lei prediletto. È entrata in campo fredda, senza tremare. E adesso si è conquistata il suo ballo dei vincitori, quello con il vincitore del torneo maschile, che lei desidererebbe fare con il basilese per questioni di eleganza.

Bisogna aspettare domani per arrivare al fatidico ballo, nel frattempo non si può che ammirare la piccola luce spagnola che il caotico mondo femminile ha oggi sfoderato: Garbine Muguruza, classe ’93, spagnola. Segni particolari: campionessa (di Wimbledon).

 

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DAY 10 & 11: La solitudine dei numeri primi

“Rimasero tutti e quattro in silenzio per qualche secondo. Sembrava che ognuno stesse pensando al motivo che lo teneva inchiodato lì.”

Un paio di righe di un libro in Italia molto famoso, mi hanno portato alla mente cosa penseranno i 4 finalisti dei due tornei di singolare più importanti al mondo prima di fare il loro ingresso sul Centre Court.
Sotto il famoso verso di Kipling, grondante di storia e sangue.

Roger Federer affronterà Marin Cilic.
Venus Williams se la vedrà con Garbine Muguruza.
Venus,  la Venere nera. Ha superato la favorita Konta, sta tenendo alti gli onori della famiglia e adesso affronterà Garbine Muguruza, che le promette futuro sudore e sacrificio.
Venere può invecchiare?
Forse no, ad Afrodite il verdetto, un Afrodite da bellezza da campo.
Forse manco tanto Afrodite, se il gusto personale di chi osserva ha canoni stilistici e estetici diversi dai chi la ammira, ma lei quelle voce non le sente e per almeno due set si sentirà bella e brava. Che poi…

Roger invece rallenterà mai la sua danza? La risposta qui è inequivocabile: no. Almeno nei nostri occhi. Uomo, capace di evolvere il suo gioco in base alle sue idee e allo scorrere incessante dei tabelloni targati Rolex. Game set and Match Federer è l’infinito verso che è toccato sentire a Tomas Berdych, dopo un eccellente prestazione. Ma eccellere non basta davanti a sua eminenza, e il ceco china il capo, non per l’incoronazione, ma per la triste eliminazione.
Chi può fermare il “sogno Federer”, ora che anche il raffreddore sembra non poterlo fermare? Marin Cilic. Marin ha battuto Sam Querrey in quattro set e sogna di elevare il gioco ai livelli dello Us Open 2014. Può battere davvero Federer? Sulla carta sì. Giornata buona, giornata no dell’avversario, una palla, un gesto di stizza, il pubblico: tutti fattori necessari per reggere e provare a superare il confronto. Oltre a San Servizio.

Sono lì.
Le due donne, Sabato.
I due uomini, Domenica.

Tutti e 4 a pensare quale motivo lì tiene lì.

Quale motivo li porterà a conoscere “sconfitta e trionfo e affrontare quegli impostori allo stesso modo”?.

Il libro sopracitato era “La solitudine dei numeri primi”, quei numeri soli, che nessun numero è capace di dividere.

Essere campioni è proprio essere unici, dei numeri primi, diversi.
E quella diversità, è la più dolce, sempre se si conosce il motivo che tutto muove nell’amore spensierato e disperato per il gioco.

Venus Williams – Johanna Konta 6-4 6-2
Garbine Muguruza – Magdalena Rybarikova 6-1 6-1

Marin Cilic – Sam Querrey 6-7(8) 6-4 7-6(3) 7-5
Roger Federer – Tomas Berdych 7-6(4) 7-6(4) 6-4

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“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri.

 

DAY 9: Lettera a Roger Federer: il Maestro

La fiamma gialla termina nel terreno senz’erba. Quel rimbalzo, quella palla, quel momento apparentemente futile all’occhio meno sensibile, è in realtà la consacrazione del campione Uomo, del quasi umano Perseo, che davanti ai miti non china la testa.

Appare tutto così mistico, il tuo gioco, tu semplice uomo.

Chi gioca a tennis, o ci ha giocato almeno una volta, sa cosa significa poter essere padroni del proprio corpo in un determinato spazio, non arrivando quasi mai a provare tale sensazione sulla propria pelle. Gioca, cercando quel brivido.

Quel brivido,  è però sensazione sfiorata, da chi ha la fortuna di guardarti movere come il migliore dei ballerini del teatro San Carlo su un prato più usuale a pratiche sportive che a danze e movenze dell’arte del corpo.

Ti chiedo: come fai?

Come fai ad apparire così calmo davanti alle turbolenze di una platea che turberebbe il più cruento dei gladiatori? Come fai a zittire il circo mediatico, che come un vero e proprio circo fa rumore e confusione, puntando il dito contro di te nei momenti peggiori?

Tu sei l’essenza delle cose belle Roger. Quelle che non vanno nel dettaglio, ma meritano il generico per rimanere così ampie da cogliere più campi: artistici, letterari, fantastici e… da tennis.

Il tuo fare, frutto di un lungo cammino, conserva la tua mente come in una bolla quando calchi i campi, e a suon di frustrate liquide beffeggi la storia, prima che i tuoi avversari.

Tu che hai conosciuto la storia, ma per dirla alla Pasolini, sei l’incarnazione della frase “Ma qual è la vera vittoria? Quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?”.

Umile fino al midollo, nonostante aerei e portafoglio ever full, hai la capacità di rialzare le tue spalle cadute, superando ogni volta il primo dei limiti: te stesso.

Quante partite avrai giocato sul soffitto di casa tua, ogni volta che desideravi di sognare tranquillo il migliore degli avvenire per la tua famiglia. Quella che ti ha curato il raffreddore tutta la settimana per portarti sin qui.

Se deve esserci qualcuno che venga nominato cittadino del mondo ad honorem per motivi artistici, quello sei tu. Uomo destinato al gioco, ma capace in ogni angolo di mondo, a sorprendere con la sua arte che non ha bisogno di pennelli, ma di racchette e sensazioni.

Emozioni.

Emozioni.

Se dovessero chiedermi cosa penso di te, risponderò così, incurante di curar forma, parole e sensi.

Ne basta una, che ne valga per 1000 e una notte. Un’altra notte di sogni, attese e, appunto, emozioni.

Grazie.

Per chi non l’avesse capito Roger Federer è in semifinale al torneo di Wimbledon. Lo svizzero, delizia il Centre Court del sapore della rivincita e di un tennis per certi versi, inaffrontabile. Milos Raonic per due set ha quasi i mal di testa, e nella sua espressione dopo ogni prodezza dello svizzero, sembra voglia dire: ma mi sta spazzando via? Raonic sembra un giocatore normale al servizio, ma non solo per statistiche, bensì per il modo con cui Federer affronta i suoi turni di battuta: spavaldo ed efficace. Sui box la sfida è Riccardo Piatti – Ivan Ljubicic. Storie incrociate con il canadese, ma con Ivano ormai Virgilio della nuova carriera di Roger. Nel terzo set è il miglior Raonic che si possa chiedere: arriva a palle break più volte, si regala il tie-break e conduce nell’equilibrio dei 6 giochi a testa, con 3 punti a 0.

È il momento della verità. Roger rimonta sino al condurre 4-3, poi la magia. Raonic attacca in lungo linea coprendo alla grande la rete e beccando un pezzo di riga.

Roger dal canto suo, di dritto vede la serratura. È il punto che lo porterà a chiudere. È il punto che gli regala, il volto del favorito.

Favorito numero 1 date le sconfitte dei preferiti dal ranking. Il primo a cadere è Andy Murray in cinque set contro Sam Querrey. Murray potrebbe portare la sfida a casa, ma il suo corpo dice no. Nessun vero rimpianto per un’anca sbilenca, troppo dolorante per competere con lo zio Sam. Querrey la spunta al quinto vincendo gli ultimi 2 set con agevole doppio punteggio di 6-1.

Il secondo è Novak Djokovic. Giornata da pronto soccorso per la Londra verde. Novak completa il primo set perdendo al tie-break con l’esperto ma sfavorito Tomas Berdych. Sul due a zero per il ceco, Nole si ferma: col braccio dolorante e chi non trova più stimolo nel giocare. Affronterà Federer

Muller è l’osservato speciale del campo 1. Potrà Gilles confermarsi non solo meteora? Sicuramente il primo set gli permette di discostarsi da questo titolo. Ma di fronte ha Marin Cilic, che negli occhi ha un altro titolo. Quello sognato più volte da ragazzino, ovvero quello del torneo di Wimbledon. Marin è l’underdog di ogni torneo importante. Un tennista capace di rivelarsi dominatore di terra e aria quando arriva in fondo. E lotta con Gilles, nella battaglia dei colpi potenti scorgendo la vittoria al quinto. Se la vedrà con Querrey.

Parlare di pronostici veri e propri, è roba da opinionismo quando si arriva in fondo a questi livelli di gioco. Potrebbe esserci la finale delle sorprese tra Querrey e Berdych, la finale dei tennisti più forti  Federer e Cilic o un miscuglio delle due. Ma questa è roba da conti matematici, e nonostante le ripetute logiche e schematiche del gioco, a spuntarla saranno sempre le emozioni, che fanno battere i cuori, prima che le mani.

Sam Querrey – Andy Murray 3-6 6-4 6-7[4] 6-1 6-1
Marin Cilic – Gilles Muller 3-6 7-6[6] 7-5 5-7 6-1
Roger Federer – Milos Raonic 6-4 6-2 7-6[4]
Tomas Berdych – Novak Djokovic – 7-6[2] 2-0 ret.

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