Sarri, il comandante

Perché questo è un Comandante, non un semplice allenatore di calcio. E il calcio ha smesso di essere un gioco da un bel po’.
Ci sono altri problemi nella nostra società, è vero, ma questo è dei più piccoli e dalla base bisogna partire per mostrare la forza del cambiamento.
Ci irritiamo per un gioco perché è ciò che ci è rimasto.
I giocatori di squadre di testa guadagnano più di quanto gli è dovuto (ma tante volte), ma perché? Perché per un gioco vedo girare tanti soldi quanti ne girano in parlamento?
Il calcio non è più un gioco, ma un linguaggio, che parte dalle squadrette di periferia sino ad arrivare negli schermi delle nostre case, di appassionati e non. Ne parlano nei telegiornali, spesso anche a discapito di notizie importanti. Se parli di calcio con un ragazzo in spiaggia che viene dall’Africa, troverai punti in comune su quello che è un linguaggio universale e non più un semplice gioco.
Ora, quanto successo in questo weekend, mi porta ad un ragionamento, per me una settimana fa a Capodichino, assurdo: io spero che la Juventus F.C. vinca lo scudetto (cosa peraltro probabile al 99,9%).
Me lo auguro perché una squadra quotata in borsa, di proprietà di una delle più potenti (se non la più potente) famiglie italiane, che “disegna” con operazioni di marketing i propri supporters, deve vincere la battaglia per perdere la guerra.
E saranno molte le mosse di questa società vincente per proteggersi: una su tutte il sacrificio della vittima sacrificale, il coach Massimiliano Allegri. Parole sue: parlare troppo di schemi è il male del calcio italiano. Uno così, saccente e incapace di gestire la sua superbia, fino a permettersi di parlare con gli arbitri dopo una partita calda, può rimanere la punta di una iceberg di una società che fa dello sport meramente un’immagine?

Bidoni dell’immondizia al posto del cuore

Nel campionato della paura è uscita fuori tutta la mentalità “vincente” della Juventus F.C..
Prima di affidarmi a moviole e giudizi di parte, mi affido al buon senso, all’istinto e all’intuito e quindi, di conseguenza, alla deduzione.
L’atteggiamento di Buffon in Champions è figlio del suo essere costantemente un vincitore, che, trovatosi dinanzi al potere europeo del buon Perez, impazzisce e richiama l’arbitro all’attenzione europea per la sua mancanza di sensibilità. Se la partita di sabato sera fosse stata non Inter-Juve, ma la ormai famosa Real-Juve, dove la Juve avrebbe ricoperto il ruolo dell’Inter, avremmo parlato di bidoni dell’immondizia al posto del cuore di Orsato?
Allegri. La sua infinita saccenza. La discussione con Adani è la fine del calcio Italiano. I giornalisti che parlano di schemi sono la rovina del calcio italiano secondo il buon Max. Ma come si fa? Come si fa a sentire il tecnico vincitore degli ultimi 3 campionati sostenere una tale logica (paragonandola col basket, in un paragone che il buon Adani distrugge in pochissimo tempo)?

Sarri è un comandante. Uno che di questa vita calcistica, dopo i mozziconi sprecati su schemi e campi di calcio, ha deciso di entrarci in questo sistema. “Me lo merito” avrà pensato quando arrivato al Napoli, e figlio di anni di gavetta si è goduto un mondo d’affetto e maggiore fortuna economica per lui straordinario. L’apice.
Eppure ha dovuto fermarsi. Un po’ perché in questo campionato gli schemi sono “la rovina del calcio italiano”, un po’ perché vincono i più forti sul campo, ovvero quelli che giocano in 14 piuttosto che in 11. Giusto Max?
Ho criticato, come un ragazzo da bar, alcune scelte del Comandante. Si sa, in Italia e soprattutto nella realtà che conosco meglio, ovvero Napoli, ci improvvisiamo tutti allenatori e direttori sportivi. Ma me ne pento. Me ne pento perché provavo a parlare di sport quando di sport non si parlava più.
Si parlava di guerra dei colletti bianchi, e il nostro Comandante, così come ADL definito pappone dai muri di mezza città, il colletto ce l’hanno azzurro.
Uno fa cinema e imprenditoria e sa che gli investimenti vanno fatti quando c’è ipotesi di guadagno (voi lo comprereste un top player in un campionato già deciso a tavolino?); l’altro, fa della sua voce e della sua bravura, la rotta di una città tutta che si mobilita solo quando può divertirsi (abbiamo altri modi di mobilitarci laddove le istituzioni non ci sosterranno mai?).

Droga e rivoluzione

Il calcio è una droga. È il nostro oppio. È per noi ciò che è la storia per la politica. Girano i miliardi ma non possiamo farne a meno. L’ho provato sulla pelle, rinunciando a vedere tante partite, ma a piangere sul gol di Koulibaly così come su quello di Icardi sabato. Anche per il tossico qualcosa ha importanza in un mondo fatto di siringhe sporche di AIDS, scrivo, provando a fare l’Irvine Welsh italiano, che al posto degli aghi mette i palloni.

In famiglia abbiamo tre Fiat. Ci pensiamo da un po’, vorremmo venderle. Magari rottamarle direttamente. O incendiarle come in un gran gangster movie che si rispetti.
E tutto perché il calcio non è una cosa seria, ma non è nemmeno un gioco.

Ed ecco che la rivolta, l’unica per noi possibile senza che si affoghi nel sangue, deve partire dalle parole di chi magari a casa ci torna col portafoglio un po’ più pieno, ma con il cuore vuoto per non aver saputo omaggiare i suoi sostenitori.
Perché Napoli oggi è di un Fiorentino. Uno nato a Napoli ma cresciuto a Firenze. Dove è finito tutto. Dove anche vecchi avamposti della resistenza si sono trasformati in avvoltoi per divorare le carcasse dei nostri.
Le sue parole echeggiano nell’aria.
“Prima o poi tutto finisce”.
E come è crollato il nostro sorriso domenicale, crollerà anche il potere dei colletti bianchi.
Anzi, bianco-neri.

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E chi lo dice che la magia non esiste?

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Nato su una stella caduta in Portogallo. Segni particolari: può colpire in rovesciata un pallone che si aggira a due metri di altezza.

“CR7 ci è o ci fa?”, penserà, in qualche dimensione parallela, Zizou Zidane, nel momento in cui Ronaldo divora un gol a fine partita, dopo aver segnato una doppietta storica allo Juventus Stadium di proprietà della Juventus Football Club: di tale proprietà fino a stasera.

Cambio di proprietà

Sì, dal 3 Aprile 2018, la Juventus posa le chiavi dello Stadium tra le mani di Cristiano Ronaldo. Scherzi a parte, almeno per un attimo, giusto il tempo di un volo che sfida la fisica, quel tiro trasforma davvero lo stadio nel CR7 Stadium. La colonizzazione del portoghese è accettata di buon grado dal pubblico bianconero, che non può che rimanere a bocca aperta, applaudire ed allargare le braccia come Barzagli, e pensare: ma questo proprio stasera doveva scrivere la storia?

Come ha fatto? Come può solo pensarlo un gesto simile? Sicuramente è uno che di queste partite ne ha giocate tante, fisicamente è il giocatore perfetto e la sua squadra gli consente di poterle anche solo pensare tali pazzie calcistiche.

La Juve in quel momento lascia il campo. Se il primo gol è un tiro d’esterno impensabile, questo è già il fischio finale. Gli sfottò in Italia saranno tanti, in molti aspettavano il tracollo, l’umiliazione della zebra, la fatidica fine del #finoallafine. Ma quando arriva così, tutto fa un po’ meno male. Meglio perdere contro una rovesciata, che perdere con una propria rovesciata, si veda il gol di Mario Mandzukic nella finale dell’anno scorso nella tragica Cardiff.

Il calcio italiano

Dopo aver esaltato il gesto, subito a dare per finito l’intero movimento calcistico italiano: certo che i giornali e i giornalisti sono la peggiore delle bestie. Il calcio italiano non è giunto alla fine, signori, bensì ha visto la sua squadra maggiormente rappresentativa in Europa, soccombere ancora dinanzi la tenebra bianca dei Blancos, una luce tanto bianca quanto oscura. Hanno trionfato, ancora, e ancora vanno avanti. Come fa il Real Madrid a vincere così tanto? È più forte, stop. È cultura calcistica, potere globale, invincibile fino al prossimo colosso, non si batte.

Il calcio italiano non è la Juve. La Juve ne è una parte, così come il Real è una parte di quello spagnolo. Grandi fette della torta della vittoria nazionale, vero, ma non la loro totalità. La Juve scopre le difficoltà tattiche di un gioco impossibile per decretarsi i migliori in Europa. Il Real non è lo Scansuolo, o la Scansatalanta, come alcuni le hanno definite, è una squadra dove l’unica cosa che conta è vincere, ma non come obbligo da marketing, bensì come obbligo vero. Non vincere per il Madrid è la vera fine, non vincere per la Juventus significa puntare tutto sul campionato, sull’essere i migliori d’Italia, ancora una volta. Il calcio si è globalizzato e i poteri forti in Europa sono altri, leggerà un giorno Max Allegri su un giornale trovato per caso in un bagno di uno spogliatoio della sua nuova squadra. Sarà troppo tardi per tornare su quegli scenari: troppo tardi per le occasioni sprecate per diventare il Roberto di Matteo 2.0.

Un gol educato

Hai il tempo di guardarlo quel gol lì, a qualsiasi altezza o latitudine. Puoi ritenerlo un caso, o una vera e propria magia, esaltarti o rimanere zitto fino ad un mite “vabbè”, ma quel gol lì, se hai visto la partita, lo hai visto in diretta. Ronaldo si comporta come un talento che non si esalta se non ha il fiato di tutti sul collo. L’errore dell’asse del senato Buffon-Chiellini e il mancato gol (parata straordinaria) danno tempo a tutti di girare lo sguardo verso la tv: sei distratto dal cellulare o dalla tua cena fatta tardi perché di ritorno da lavoro? Tranquillo Cristiano Ronaldo ti avvisa. Il cross sembra un pò lontano per il 2-0. Sembra così a tutti, che ora stanno riabbassando il capo per finire quanto iniziato. Invece no. Lui salta come una statua in movimento.

Una rovesciata la sbagli più volte di quante la azzecchi. È un tiro da 3 sulla sirena per i cestisti. Il momento prima di essere eletto presidente. Si alza in volo. Il punto alto della torsione misura almeno 3 metri. Nessuno può nulla. È lui il padrone dello Stadium e della nostra attenzione in quel momento. Quando tocca la palla. Un gesto straordinario. Un capolavoro d’arte in movimento.

Tutti ricordano la figurina Panini, Carlo Parola in torsione, in un carpiato difensivo diventato storia. Parola giocava da quelle parti, stessa maglia solo con le righe più larghe. Il tecnico gli disse quando arrivò a Torino che da attaccante non sarebbe stato bravo quanto difensore. Quella scelta migliorò la sua carriera, e ancora lo riportiamo alla mente oggi, dinanzi ai capolavori sportivo-artistici chiamati rovesciata. Alcuni lo chiamano caso, altri magia. E Ronaldo questa storia difficilmente la conoscerà. Eppure…ci sarà sempre un nesso tra caso, magia e fenomeni. E il brivido provato dinanzi a gesti come questi, è pregio di chi con le proprie giocate, per un attimo, zittisce e unisce il mondo.

Cristiano Ronaldo. Segni particolari? Tutto.

Juventus F.C. – Real Madrid C.F. : 0-3

L’ultimo clown di questo circo: Federer vince gli AO

Come colpire la palla è l’insegnamento principale che un maestro di tennis deve apportare ai suoi allievi.
Nessuno però, può insegnare le emozioni che si legano a quei fili di Nylon involontariamente, come una magia spontanea che si rivela ogni volta.
Ogni volta che un tennista come Roger Federer scende in campo. Unico esemplare del suo genere.
La partita con Marin Cilic è la ciliegina sulla torta a quelle infinite domande che ci si può porre. “Ma ancora ci riesce?” è la domanda principale che invade gli schermi.
La risposta è il Norman “Trophy”, la coppa figlia degli Australian Open, la coppa che Ashley Cooper, campione qui nel ’57 e nel ’58 e australiano di nascita, consegna ad un Federer super emozionato.
Non è il primo Slam che vince, ma il ventesimo. Calcolando che in ogni anno se ne giocano 4, la statistica impressiona ancor più del lato umano di Federer. Il lato umano che un appassionato più attento identifica con il Federer versione Oldani della pubblicità della Barilla. Fa il giro del mondo tra foglie di basilico e colpi in controbalzo, ma ancora riesce ad avere umiltà (fine gara) e rabbia (col giudice di linea) delle prime volte.
“Sarebbe bello poter rivivere tutto come fosse la prima volta” aveva detto prima di incontrare l’astro nascente Hyeon Chung in semi. Oggi è ancora la prima volta sottoscriviamo noi.
Vorrei analizzare la partita tecnicamente e tatticamente, ma sarebbe trasformare quello che è stato un misto tra pugilato, tennis e scacchi in un semplice relegato di parole che non conoscono l’emozione del “io c’ero”, quello che da casa o dal vivo puoi esclamare grazie alla diretta tv ( che dopo anni di università in Comunicazione ancora non capisco come funziona). E allora la si rimanda ai prossimi giorni, quando in campo ci saranno i classici tentativi di emulazione dei bambini o dei più grandi. La si rimanda dove è finita la partita di cui scrissi contro Del Potro agli Us Open e che non ebbi nemmeno la voglia di pubblicare. La si rimanda perché, questa vittoria dal sapore di moto perpetuo, nasce, muore e rinasce in un brivido di una lacrima trattenuta. Una di quelle che lo svizzero non ha saputo trattenere.

“Abbiamo bisogno di un clown in questo circo” aveva esclamato Roger Federer riferendosi al mondo legato al suo sport.
Direi che il clown ora l’abbiamo, e oltre a far ridere, sa anche commuovere.

(Foto in evidenza SI.com)

Per i più fanatici, il commento di Federer in inglese durante la premiazione qui

È colpa di Gian Piero Ventura?

Cronaca di un movimento appeso ad un filo.

Possiamo considerare massima espressione del movimento calcistico italiano, una squadra incapace di fare movimenti negli spazi sul campo da gioco?

È con un interrogativo simpatico e bonario che apro i miei ennesimi dubbi sul calcio italiano.

La Federazione Italiana Giuoco Calcio rischia di saltare sedia per sedia, e se non saltano tutte sicuramente salterà il buon Gian Piero Ventura in caso di un non passaggio del turno con gli svedesi nei playoff mondiali. L’Italia parte a San Siro dall’1-0 della Friends Arena. Il mister ex-toro, esponente di un calcio offensivo in serie A, non è mai riuscito ad apportare le sue dinamiche ad una squadra che basa le sue radici in convinzioni sportive nazionalistiche ma anche errate.

Una di queste è che la nazionale deve essere composta da giocatori della stessa squadra (blocco Juve nel caso italiano), così da avere maggiore affiatamento.

Ma allora questo mister cosa lo mettiamo a fare?

È un traghettatore verso gli inferi?

Ventura non ha mai potuto apportare alla nazionale le sue idee. Ha sì, ragione a lamentarsi del comportamento della terna arbitrale in Svezia, la quale non ricordava se arbitrasse una partita di Hockey o di Calcio. Ma si può accettare una squadra statica, senza espressione di alcun gioco se non i lanci di Bonucci (difensore centrale) e il tiro di Darmian finito sul palo (terzino che tralaltro gioca in Inghilterra) se due anni prima la nazionale era una signora squadra? Merito di Antonio Conte se Pellé ed Eder sino all’eliminazione ad Euro 2016 salivano sul piedistallo dei grandi attaccanti italiani? Ovvio. Merito suo se quei tre (Bonucci, Chiellini, Barzagli, allenati nella sua esperienza alla Juve) difendevano alla grandissima? Anche. Ma Conte partiva avvantaggiato, sia per la mentalità, sia per il gruppo, elementi fondamentali per poter lavorare con una squadra che incontri saltuariamente.

Vedendo Jorginho ignorato sino al rischio di far esplodere un caso nazionale e vedendo Insigne miglior giocatore italiano, in questo momento storico, escluso se non negli ultimi minuti dei playoff, Ventura ha le sue colpe. Eppure il tecnico, non deve essere il caprio espiatorio di questa nazionale. Il problema è il movimento, che uno come Tavecchio, non può che ostacolare. Senza dimenticare le pressioni dei club di Serie A.

Come finirà stasera a San Siro? In ogni caso: tra una sedia che salta e una convinzione sbagliata.

sansiro
A San Siro, l’Italia ha la sua ultima chance per andare al mondiale. Nella Scala del calcio, hanno il diritto di provarci. Affronteranno la Svezia che parte dall’1-0 dell’andata.
(foto in evidenza Calcio&finanza, foto San Siro corriere della sera)

Intervista a Federico Buffa: Narratore di vite


Federico, avevo preparato una piccola intervista…

È un questionario!

Forse ho esagerato! Volevo farti un paio di domande.

Dimmi.

Allora, io in questa scuola ci sono cresciuto.

Questa? Fantastico… non è cambiata molto da quando c’eri tu.

Assolutamente. Rimanendo in tema, oltre che a contribuire alla nascita di un movimento cestistico italiano, credi che questi playground possano durare nel tempo?

Guarda, ti dico subito una cosa: guarda chi c’è. Guarda chi c’è a questa cosa qua. Napoli ha realmente prodotto, per avere un bacino così ampio, troppi pochi giocatori di alto livello. C’è Massimo Sbaragli, che è praticamente l’ultimo giocatore di scuola napoletana di alto livello che è uscito. Io quando sono venuto per la settimana in cui sono stato al festival teatrale (al San Carlo), notavo che i ragazzi Napoletani, a differenza dei ragazzi di tutte le altre città italiane, giocano a calcio per strada, il che non si vede né a Milano, né a Roma. A Napoli la strada ha un valore differente. Io credo che Napoli sia molto adatta al basket per tanti motivi. L’idea di dare dei campi, secondo me è vitale. Ma non è solo la vecchia frase “bisogna togliere i ragazzi dalla strada”, si può anche lasciarli lì, dipende come. Secondo me queste idee sono eccezionali e la chiave di essa è la struttura: costa 1400€ quel canestro lì. Sono tanti? No, non sono così tanti, perché per buttare giù o vandalizzare quel canestro, non è così semplice. La retina potrebbe andarsene presto, ma la retina non è storia del basket di strada, in tanti posti come gli stati uniti è metallica proprio perché la retina non è il basket di strada. In compenso quel canestro lì fai fatica a vandalizzarlo, lo puoi dipingere, gli puoi fare un graffito, ma quel canestro lì è destinato a restare a meno che non ci sia proprio la voglia di buttarlo giù, ma ti devi impegnare con il cemento. Questa è l’idea, se tu metti questi canestri qui, questi canestri qui possono durare nel tempo, se durano nel tempo, i ragazzi sanno che quando vanno giù alle tre del mattino, alle 4 del mattino, il canestro c’è, la vita cambia. Ed è il motivo per cui negli Stati Uniti nel cosidetto black top, che qui è green top (ride), i giocatori giocano senza limiti. Giocano nella neve, non è un problema si gioca. Questo cambia tutto.

Ho visto quanto successo a Erfan Aeini ai mondiali in Ungheria di Judo contro l’israeliano Daniel Popov, con il ritiro del primo che è stato costretto ad abbandonare la competizione dato il paese del suo avversario. C’è un aneddoto che tu potresti raccontare riguardo la verità che viene celata nel mondo dello sport?

Non credo sia soltanto questione di aneddoto, credo che sia un dovere. Lo sport in Italia non ha una collocazione sociale e di istruzione, perché è stato scelto di non dargli una rilevanza scolastica. Questo secondo me è un errore storico della nostra costituzione e delle scelte che sono state fatte negli ultimi 50 anni. Togliere lo sport dalle scuole è gravissimo, primo perché non educhi alla cultura sportiva, secondo perché guardi lo sport soltanto nella parte superiore, cioè: la glassa della torta che è magnifica ma non è lo sport in assoluto… e questo secondo me è un errore storico che paghiamo, continuiamo a pagarlo e temo pagheremo per molto tempo.  L’idea di poter fare delle narrazioni legate allo sport, oltre lo sport, secondo me è quasi un dovere per certi versi, specialmente per le nuove generazioni che adesso consumano ad una velocità 100 volte superiore ad esempio a quella in cui sono cresciuto io, e probabilmente anche alla tua.

Ed è proprio grazie ai tuoi racconti che abbiamo conosciuto gesta come quelle di Poy con la Palomita, Diego Armando Maradona…

Mi commuovo quando parlate di Argentina, premesso che l’Argentina e Napoli sono molto simili, tantissimi pezzi di Napoli “sono” a Buenos Aires e viceversa.

…credi che nel Mondo Moderno, avvolto da informazione e tecnologia, sia possibile rendere immutato nel tempo un gesto?

Magari! Ci vuole l’amore che hanno i sudamericani e gli argentini. Questa liturgia di questo gol (riferito alla Palomita) che ha più di quarant’anni, quasi cinquanta, è ancora lì. Poy si presta finché sarà in grado fisicamente (ride) di farsi sbattere la palla contro la testa, e lo farà ancora. Ci vuole quest’affetto. Gli Inglesi hanno inventato il gioco e gli argentini, diciamo sul Rio de La Plata, hanno inventato l’amore per il gioco che può essere superiore al gioco stesso.

Scrittore, giornalista e attore di teatro. Come è nata la tua voglia raccontare e il tuo stile inconfondibile?

Stare su un palco non vuol dire saper fare l’attore anche se “tecnicamente” sì! (Ride). Non lo so, mai domandato, è del tutto casuale, però mi ricordo che mia sorella, anche se più piccola, ultimamente mi diceva che io da bambino facevo delle radiocronache di viaggio. Eravamo in macchina e io raccontavo che cosa stava succedendo sull’autostrada e nessuno mi diceva niente! Nel senso che continuavo e non so, evidentemente ho pescato da questo repertorio. Non so, so solo che mi è naturale.

Una tua frase è l’immagine di un uomo, almeno una volta nella vita, soprattutto se si parla di uno sportivo. Su Javale McGee : “Hai sempre l’impressione che debba spaccare il mondo, ma il mondo resta intatto con una certa continuità”

Sì! Non ho niente da aggiungere! (ride) Sono d’accordo!

È  il problema di tanti talenti dello sport. Non so se sua madre ha giocato a Napoli. Comunque è stata in Italia tanto, me la ricordo piuttosto bene. Diciamo che se Javale McGee avesse un quinto della cattiveria e della determinazione dell’essere cresciuto in un posto difficile come quello della madre sarebbe un all-star. E invece no, magari nascono particolarmente dotati, fanno come dite voi a Napoli la “faccia feroce”, che non hanno però in repertorio, e il resto lo vedete tutti quanti.

Il voler tendere al successo sportivo da parte dei bambini piuttosto che alla “nobiltà sportiva” che racconti, è frutto di un errato lavoro degli educatori?

No, non credo. Si può provare ad educare in senso sportivo, ma vedi gli Stati Uniti che segnano un po’ il trend da questo punto di vista, formano dei ragazzi che sono pensati per avere successo: è la loro cultura.

C’è questo ragazzino inglese, la madre ha postato il video, il City se ne interessa e ha 3 anni. Volete un commento? Non c’è un commento.

Bambino di 3 anni inglese, la mamma posta il video, il City chiama. Di che cosa vogliamo parlare esattamente?

Vorrei farti una domanda sul mio “sport di provenienza”. Federer, Nastase o Panatta?

Ero con Adriano (Panatta ndr) in questi giorni…

…con le scarpette della Forte.

Sai la base del mio gioco! Che bella memoria! (Continua) Se tu vedi quando sono vicini, Adriano e Nastase, le prime cose di cui parlano è di come giocavano loro. Cioè, sotto 30-40, match point  e servizio non cerchi il colpo ma giochi direttamente la seconda o tiri un gran rovescio. Per loro era questa modo un po’ slavo di giocare, un po’ da testa e croce o ai dadi. Questo li rendeva estremamente romantici. Giocavano con delle racchette diverse e avevano questo modo un po’ slavo di giocare. È come dire la cavalleria nella storia dei militari del mondo finisce col barone von Richthofen, meglio noto come barone rosso. Lo tira giù un meccanico canadese e finisce la storia della cavalleria nell’arte militare. Con certi giocatori, ma vale anche per altri sport, è finita la fase romantica del gioco dove i giocatori avevano mille donne, bevevano fino alle 4 del mattino e giocavano come veniva ma veniva molto bene. Ovviamente il mondo contemporaneo non ti permette più di vivere così. Ogni tanto passa qualcuno di quest’era precedente tipo non so Gascoigne, che si è bevuto il talento. Però mi raccontava Christian Panucci, un episodio con Gascoigne… erano in pullman con la Lazio che stava andando sulla dorsale del paese e c’erano delle gallerie. Lui all’ingresso di una galleria sta leggendo un giornale. Quando la galleria termina e si torna alla luce esterna, lui sta leggendo lo stesso giornale ma è completamente nudo e del tutto impassibile. Ecco… questi vengono da quel mondo lì. Oggi difficilmente un atleta farebbe così, primo perché lo filmerebbero i compagni, secondo perché in generale non pensi così.

Prendi Federer, che è un giocatore di un talento strepitoso però applicato. Un giocatore molto coscienzioso, sta attento. Oggi i tennisti sono per conto loro, non vanno in ritiro, si pagano anche i viaggi, scelgono dove vanno, sono quelli che rispondono più di chi sono quando giocano perché non sono circondati da un sistema che li protegge. Sono veramente dei liberi professionisti. Federer secondo me ha un fascino spaventoso, ha un seguito mondiale incredibile… ed è svizzero. Come ai suoi tempi ci fu Alinghi, in svizzera oltre a un paio di laghi… (ride). Gli svizzeri ogni tanto tiran sti colpi: Wawrinka, è un altro giocatore che vince.  Loro hanno Federer e Wawrinka, se lo ricorderanno per tutta la loro storia. Chi c’era? Raffaello e Michelangelo sotto Giulio II? Passeranno una volta…

Sveli l’animo delle persone dietro il professionismo, ma c’è uno sportivo che è diventato un pro rimanendo d’animo amatore?

Sì, penso tanti. Paradossalmente… il più grande di tutti. Lo so che può sembrare commerciale, ma il fatto che Jordan avesse la clausola “love of the game sin dall’inizio, secondo me lo distingue da molti punti di vista. Vuol dire che c’è un accesso alla sacralità del gioco, oltre al divertimento. Ovvero sia, il gioco ha delle regole che vanno rispettate e sono etiche ed affettive prima che tecniche. E la scena di lui che bussa con violenza alla porta, durante delle partite di esibizione nella sua prima stagione Nba e i giocatori, suoi compagni non lo fanno entrare e con gli asciugamani bagnati coprono dei fluidi, quello che si stavano facendo…  e lui dice la frase “guardate che vi conviene farmi entrare perché senza di me ai playoff non andate” e il gran consiglio dei vecchi dice “effettivamente”… gli aprono la porta, lui entra per vedere cosa stanno facendo, prende e se ne va. Io non credo che si possa fare una scena più forte per descrivere un uomo che vuole la clausola “love of the game”.  Si può criticare il fatto che Jordan abbia accettato cose che Mohammed Alì non avrebbe fatto, lo prendo ad esempio perché mi sembrano gli sportivi più iconici del ventesimo secolo di tutto il mondo, con tutto il rispetto per Maradona.  Sono due che per certi versi, proprio perché afroamericani, hanno cambiato la percezione del mondo.  Ma lui è uno che ha reso questo sport un’altra cosa, lo nobilita, ed è lui che lascia la cosiddetta legacy, cioè il legato a Kobe Bryant e Lebron James anche in una partita di esibizione. Magari giochi dieci minuti, ma forte perché il pubblico ha pagato. Tu devi giocare per chi sei sempre. Esci dopo 10 minuti sì, ma quelli lì li si gioca e difendi, perché se non difendi, umili il gioco. Queste cose si notano nei giocatori che sono così longevi ad alto livello per tanto tempo perché hanno guardato lui che ha segnato proprio il trend tra chi questo gioco lo nobilita e chi lo gioca bene.

Il Sudamerica in una parola, o in un altro aneddoto…

Il Sudamerica è il luogo della terra dove l’acqua e il sangue sono molto simili, non capisci la differenza tra l’acqua e il sangue: il sangue scorre come l’acqua e viceversa. Quindi tutto profuma di acqua e sangue, quindi tutto è olfattivamente e vissuto diverso. Se vai lì il resto del mondo non c’entra. Quando mi dici hai visto una partita di calcio, beh, non puoi dirlo se non l’hai vista lì.

L’ultima volta che ci sono stato ad Aprile ho visto la partita a Rosario, che è veramente un luogo di calcio templare. La partita era alle 10 e passa di sera e il giorno dopo era un giorno scolastico e allo stadio c’era una parte della zona degli ultras del Palmeiras che era disabitata per motivi di sicurezza. Nel resto dello stadio c’erano circa 40, 45mila persone, con madre di 80, figlia di 50, nipotina di 3, che hanno cantato il repertorio, perché avranno 15 pezzi, per tutta la partita. Prendi il gol, vai sotto 1-0, ma il pubblico continua a cantare, senza neanche cambiare l’intonazione. Non ci sono neanche i due secondi della delusione, è comunque in soundtrack. Poi figurati quando segnano! (ride) Il ritmo della partita per loro non cambia, non hanno neanche quel “oh no, gol”. I giocatori portano la palla a metà campo come se avessero segnato loro.

Federico siamo alle battute finali. Ho letto, in una tua intervista, che hai detto : la mia carriera sarebbe finita nel giorno in cui iniziava, cioè Giovedì inizio e Venerdì fine, e allora non saremmo qui a fare questi discorsi e io sarei chissà dove”. Io vorrei chiederti, dove saresti adesso.

In Giappone, ad insegnare Italiano a delle signore giapponesi e viceversa, in un autentico teatro dell’assurdo cioè che nessuno capisce niente. Loro non capiscono quello che dico io, io non capisco quello che dicono loro! Però siccome l’ho fatto una e volta e mi hanno messo lì 300 Yen per una conversazione… loro volevano soltanto sentire uno che parlava italiano e ripeterlo, ovviamente con dei problemi. Perché i Giapponesi son strani, se io posso dire Karaoke quindi la R la so pronunciare, perché Laffaela? Se tu sai dire kaRa, perché non dici Raffaella? E questa cosa ho passato un’ora a cercare di chiedergliela. Se dici Karaoke dimmi Raffaella!

Un’ultima cosa Federico. 

Un narratore va incontro alla vita, ma questa gli riserva mille sorprese. Mentre egli racconta qualcuno sta compiendo gesta straordinarie ma non sono le sue. Eppure si finge ignaro e va avanti, perché come il migliore degli attori, per un attimo prende il posto di ogni singolo eroe, e si gusta il volto di chi, a conoscenza delle sue storie grazie a lui venne. Senza narratori non ci sarebbero storie. Grazie mille Federico.

Grazie, è bellissimo.

Grazie ancora a te Federico. 

Per il racconto di quella giornata clicca qui.

DAY 13: L’Happy Ending Federeriano è un invito alla vita

Il sorriso è quello di un papà, che come consigliava una canzone degli Stadio, non deve piangere mai. Quel papà non regge, perché troppo felice di vedere i suoi ultimi due figli entrare in tribuna. Tutti lo elevano a qualcosa che vada oltre l’uomo, ma lui sa di essere soltanto questo: un uomo, che non ha smesso di crederci mai.

L’entrata è prevista per le tre del pomeriggio. Il corridoio che porta al campo è quello dei più lussuosi e pregni di storia del gioco del tennis. Siamo a Wimbledon e Marin Cilic è fermo ad aspettare il suo sfidante Roger Federer, uno che qui ha vinto 7 volte, ma che ha è stato annientato proprio da Marin nel 2014 in semifinale degli Us Open. Testa avanti, non c’è spazio per le cordialità: quando arriva Roger è un nemico, ed è giusto sia così.

L’ingresso in campo è dei più sentiti, il pubblico sa già con chi schierarsi, la voglia di vedere il sette volte campione rialzare la coppa è più forte di qualsivoglia istinto.

Cilic non è né uno sciocco, né uno sprovveduto e questo si sa.

Siamo alla finale di Wimbledon e non si può regalare nulla.

Il croato annulla subito una palla break nel primo game, ma è centrato e dal fondo del campo si mostra più in forma del suo avversario. Più che vera e propria questione di forma, è questione di emotività. Federer è nervoso e la sua prestazione lo costringe addirittura a due doppi falli nella prima metà del set (nel torneo ne ha commessi 10 in 6 partite) e qualche urlo di troppo, che è la sottolineatura di una paura che colpisce anche i più grandi.

Roger annulla palla break al croato sul 2-1. Al cambio servizio Roger cambia registro. Non è il Federer versione Australian Open di quest’anno, ma un Federer esperto, che trova nel back un modo per portarsi ad avere ben tre palle break. Alla terza, ecco il break, il distacco. Nel game c’è stato il punto più bello del match dove Cilic riesce a recuperare una palla corta che costringe Roger a ribattere la palla dall’altro lato del campo col polso. Marin cade e non la recupera. Questa caduta è già il giro di boa.

La tensione si taglia con un coltello e Cilic vuole rientrare in partita. Sta giocando addirittura meglio dal punto di vista della sostanza, ma meno nella costanza che è priorità oggi del favorito. Si aggrappa al match ma improvvisamente appare calato, tanto che Roger lo breakka ancora su un doppio fallo. 6-3 il punteggio della prima frazione di gioco.

Da qui la partita è un assolo e Cilic si disunisce. Ma non nella mente bensì nel corpo. Sul 3-0 Federer, al cambio campo, Cilic inizia a piangere. È una scena che non vorresti vedere mai. Piange a dirotto, e chiunque abbia calcato qualsivoglia campo, sa cosa vuol dire fermarsi per infortunio. Forse quella caduta ha accentuato qualche problema già presente al piede, forse altro. Fatto sta, che nel giorno più bello della sua vita sportiva, il fisico lo abbandona.

Eppure su questo centrale, ritirarsi significherebbe perdere non una, ma 1000 volte, soprattutto se è la finale di Wimbledon. Marin regge, si rialza e ci prova, tra una lacrima e l’altra. Eroico.

Federer da quello altro lato è costretto all’impassibilità: esternare il proprio dispiacere potrebbe costare caro alla propria partita.

È 6-1 Federer, quando arriva l’intervento dello staff medico per Marin. Antidolorifico e massaggio sembrano la sua ultima speranza.

C’è di nuovo una partita nel terzo set, con Federer che inizia a pensare seriamente alla coppa e Cilic che manda un segnale importantissimo: mai mollare.

L’antidolorifico è ormai in circolo quando l’appuntamento con la storia ha lasciato spazio a una Domenica da cocktail e racchettoni. Ma Cilic e Federer non lo sanno, soprattutto quest’ultimo che si accinge a chiudere le ultime speranze del suo avversario. Nessuna pietà dinanzi alla obbligata vittoria. Arriva il break. Si aspettano solo le braccia al cielo, che arrivano sul 6-4. Non ci sono più le parole per descrivere questo campione, che aiutato anche dalla sorte, trova l’epilogo più semplice del suo torneo. Meglio vincere lottando, ma questa vittoria è frutto di un cammino strepitoso, che non può che essere ammirato a bocca aperta e occhi lucidi.

Roger esulta pacato, mostrando il suo lato sensibile alla sfortuna del suo avversario. Cilic si congratula, ma c’è ancora tempo per degli straordinari titoli di coda. Dal box Federer appaiono le coppie di gemellini. Federer prova in tutti i modi a non commuoversi, ma non ce la fa. Il campione si fa uomo, ed è il regalo più bello che fa a questa giornata.

Piangere non è da deboli, se quelle lacrime sono miste a sudore e sacrifici.

“Se credi di poter andare lontano, puoi raggiungere i tuoi obiettivi” dirà durante la premiazione.

Banalità che detta da lui, ha un altro peso: il peso dell’essere umani. La bellezza di essere umani.

Roger Federer – Marin Cilic 6-3 6-1 6-4
P.S.: un ringraziamento speciale a coloro che hanno seguito il torneo su questo blog piuttosto che su siti più famosi. Grazie.

Tutti gli altri racconti del torneo:

DAY 1: I primi caduti e una nuova stell(in)a

DAY 2: Mistero Dolgopolov, look Lahyani: mamma non voglio giocare!

DAY 3: Tennisti una volta l’anno

DAY 4: L’importanza di chiamarsi Federer

DAY 5: Solo una “polpetta bagnata”

DAY 6: Il ruggito dei leoni

DAY 7: Di Muller, non ricorderemo solo lo yogurt

DAY 8: “Cade la pioggia ma che fa?” C’è il tetto

DAY 9: Lettera a Roger Federer: il Maestro

DAY 10 & 11: La solitudine dei numeri primi

DAY 12: La donna che batté Venere e vuole ballare con Federer

Video: Wimbledon è come una donna

“Lo sport è qualcosa che va oltre lo sport.”

DAY 12: La donna che batté Venere e vuole ballare con Federer

Domani sera con chi vorresti ballare?
Dai Roger! Mi piace Cilic, seriamente, ma voglio vedere se Roger è così elegante anche quando balla.

Conferenza stampa.

La ragazza che ride è Garbine Muguruza e ha appena battuto nonna Venus, nella finale di Wimbledon, impedendole di diventare la campionessa slam più anziana di sempre.

E per un attimo è sembrato proprio che potesse andare così.

Venus Williams si muove bene per gran parte del primo set, dando l’impressione di essere leggermente al di sopra del livello di Garbine di oggi. Si muove bene, il suo volto non è contratto e sembra non accusare la fatica delle due settimane di gioco.

Due palle break arrivano al culmine di questa situazione sul 5-4.

La Muguruza non si scioglie, non crolla. Le annulla.

Da lì una serie di 8 giochi di fila: 7-5 6-0.

La partita di oggi è la conferma che un punto non è sempre assicurato, né è capace di far girare una partita. Perché quel punto della Venus poteva anche valere molto, ma sarebbe assurdo sminuire la prestazione della spagnola oggi sostenendo che tutto passava da quel semplice punto. Il tennis è come un accumulo fatto di sacrifici e sudore e l’accumulo di Garbine è arrivato sino a Londra.

Si è mostrata anche offensiva, nonostante il gioco da fondo da lei prediletto. È entrata in campo fredda, senza tremare. E adesso si è conquistata il suo ballo dei vincitori, quello con il vincitore del torneo maschile, che lei desidererebbe fare con il basilese per questioni di eleganza.

Bisogna aspettare domani per arrivare al fatidico ballo, nel frattempo non si può che ammirare la piccola luce spagnola che il caotico mondo femminile ha oggi sfoderato: Garbine Muguruza, classe ’93, spagnola. Segni particolari: campionessa (di Wimbledon).

 

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