Sambuca – 18 – Volare! O no?

Sambuca 18 – Volare, oh – oh!

“Miramare. Miramare Francesco”

“Destinazione?”

” Italiana. Ne scelga una a caso.”

“Residente a Napoli?”

“C’è scritto”

“Quindi è un sì?”

“Faccia lei”

A bassa voce… “Stronzo”

“Mi scusi?”

“Napoli…effetti personali?”

“Veramente vorrei sapere perché mi ha chiamato stronzo!”

“Non lo è?”

“Si che lo sono! Ma lei come si permette? Mi dica il suo nome almeno.”

“E lei ci prova così? Con una che ti da del lei e dello stronzo? Signor Miramare, lei è più stupido del suo fasullo cognome e questa fila dietro di lei spero si incazzi sul serio”

Effettivamente dietro di me una fila di persone arrabbiate come in ogni aeroporto che si rispetti c’era. Tutti fremevano di partire. Una signora anziana e quello che doveva essere il nipote apparivano la fusione perfetta di Travolta e Jackson in Pulp Fiction versione Stallio e Ollio politically correct.

“Che ne dici pesce a brodo? Ti pare normale? Paghiamo questa gente profumatamente e guarda cosa ci ritroviamo!” feci allo snello Vincent Vega, bianchissimo e con lo sgurdo perso sotto un cappellino dalla visiera troppo larga per il suo viso.

“What?” mi fa.

“This… hostess is a crazy!”

“Non sono un hostess imbecille.” La ragazza era un fuoco. Non avevo fatto nulla per farla arrabbiare a tal punto. Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?

“Basta io mollo tutto.”

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Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?
“Basta io mollo tutto.”

La tipa esce da dietro la sua postazione, si slega i capelli e se ne va. Appare una ciocca blu dai suoi capelli neri, ci mostra un dito medio e va via. Semplicemente, va via. Una collega in pausa prende subito il suo posto. Un’altra invece la segue subito.

Una situazione paradossale che mi fa chiedere a me stesso e alla nonna di Vincent “Pesceabrodo” “ma alla fine che cosa ha fatto di strano? Sta pazza s’è solo scocciata di aerei e viaggiatori come me”.

Gente terrorizzata senza un motivo inizia a discutere, chi fa per dimenarsi, finché la nonna urla “Boooomb!!”. L’aeroporto impazzisce, lei ormai con le cuffiette nelle orecchie evita l’amica e il caos, quando improvvisamente due poliziotti la placcano. È una scena ai limiti del normale. Il mio istinto rifiuta quel caos e accorre alla situazione. “Ehi. Ehiiii!”

Neanche il tempo di avvicinarmi e buuum. BOMB. Buio. Un manganello sui miei denti fa strike. Perdo un molare ma è come nei film: non ricordo nulla se non lo sguardo dei due poliziotti e la tipa ora seduta affianco a me. Per un attimo pensai davvero ad una bomba esplosa in aeroporto.

Avevo davanti delle sbarre che separavano la mia cella da quella della tizia dalla ciocca blu. La guardai e pensai che se non avessi vissuto quanto vissuto, non avrei mai usato il nome Miramare.  Miramare… che idea era? Usare un documento falso per tornare in Italia. Ma perché? Berenice mi aveva salvato, ma non da me stesso. Ero solo un bambino con la voglia di fare guai. Le avevo promesso che sarei andato in Italia. Idee a posto e sarei tornato da lei. L’avrei fatto? Avrei rivisto il suo biancore per possederlo ancora?

“Come lo sapevi? Era perfetto quel documento.”

“Ti conosco. Mi segui su instagram.”

“Ti seguo su Instagram…Cosa?” il mio mondo era una rete vera e propria di contatti e persone conosciute dopo una delusione d’amore. Una rete tesa dal peggiore dei ragni, perché per aver provocato tutte queste disavventure soltanto una pessima creatura combina-stronzate doveva essere.

“Siamo immersi in una rete a-sociale. E tu non hai la faccia del terrorista. Lo avrei capito. Sei solo un’imbecille e ti chiami Pisaca.. Pisaqualcosa…

“Pisacane.”

Cosa dirle? Aveva ragione. “ E hai ragione.”

Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

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Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

“ Ti ho già vista in qualche aeroporto.”

“Sì, ma non da vicino. Coglione”

Non reagivo. Anzi, mi veniva solo da ridere.

“Perché scappare?

“Mi sono scocciata di una vita senza brio. Vedere tutti i giorni gente girare il mondo e restare ferma a sorridergli e fargli i biglietti per partire… dicono che gli aeroporti siano essi stessi dei luoghi fantastici, ma … non per me. Non sono andata via dall’Italia per questo. Basta”

“E ti sembra il modo giusto? Correre dalla propria postazione come una esaltata?”

“Esaurita” sorrise “un po’ di brio.” disse prolungando quel sorriso in un’apertura ad una confidenza.

Facemmo amicizia. Una connessione nata per un bel fondoschiena e per una geolocalizzazione fatta non da un gps ma da due storie di vissuti diversi.

“Hai proprio la faccia dello stronzo”

Una guardia fece per mandarci via.

Apposto. Potevamo tornare alle nostre vite.

“Non partire – mi disse – conosco la tua storia. Dalle tue “storie””

“Dannato social. Vuoi che rimanga qui o vuoi partire con me?

“Abbiamo rischiato la galera per niente.  Smettila con sti capricci e offrimi un caffè. Devo ricordarti i cuori messi sotto le mie foto in costume?”

“Ma come ti chiami?”

“Su Instagram o nella vita?

Lei fu licenziata. Sofia si chiamava. Per qualche motivo non le stavo simpatico a chilometri di distanza, ma da vicino avevamo condiviso più di quanto avevo condiviso con chi conoscevo da vicino. La galera. Certo in un aeroporto, ma faceva il suo effetto. La portai a letto stanca per il placcaggio e per un lavoro non suo. Rollò una canna. Un purino d’erba. Voleva iniziare da lì il suo viaggio e facemmo l’amore, ma era come se io in quella stanza non ci fossi.

Ero solo brio.

“Come ti chiami su Insta?

“I love airport and travel”.

Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Sambuca – 17 – Coma Etilico

Più si beve più si va sotto.
Ma non come credono i bevitori occasionali: si perde il senso per gradi.
Non c’è nessun metodo, a parlare è l’esperienza.
Ogni fattore influisce sulla psiche: lo stomaco vuoto, la chiacchierata col vecchietto al bar, il tipo di liquore.
Di conseguenza, il modo in cui si reagisce, è diverso in base al tutto: io ero un esperto per circostanze, o almeno credevo di esserlo diventato. Uno di quelli che “barista! Il solito!” e poi nessuno mi cagava perché cambiavo sempre bar. E poi rimane una frase da film…

Ero con quattro tizi di diverse età. Questo lo so perché erano diversi, dannatamente diversi in tutto e se la barba bianca di Jackie, un ragazzo inglese, era bianca dall’inizio della serata, vuol dire che avevo trovato il gruppo più assurdo di tutta Londra.

Avevo conosciuto questo gruppo per caso, nel London Boulevard, un bar nuovo, ma che ebbe grande successo quella notte probabilmente solo grazie a noi.
Mi avevano beccato brillo a filmare il mio liquorino ripetendo le parole “no shottino, cicchettino”. Ero fuso. Per qualcuno su instagram anche simpatico.
Da quando i social hanno invaso la nostra vita abbiamo placato anche il “non ho nulla da perdere”. Ero uno che non aveva nulla da perdere, tranne quella pseudo dignità del mondo social.
Almeno lì fingevo di essere un viaggiatore, che tradotto in termini moderni significava “essere qualcuno”.

Vennero tutti verso di me e io l’unica cosa che compresi fu “Another Shot-tino!”, con quell’accento fastidioso che per fortuna non aveva grossomodo Berenice. Chissà che pensava. Ora.
Capii, quella sera, che in Inghilterra dovevano limitarsi alla birra, i super alcolici per loro erano roba assurda, nessun cazzo di drink fatto come si deve. E allora, convinto di questa assurdità frutto della mia mentalità tutta italiana, mi misi a insegnare l’alcol a un gruppo di pazzi. Divertente. Ma la realtà era che volevo evitare una improbabile rissa: Inghilterra – Italia sarebbe finita con il facile punteggio di 4-1.

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“Più si beve più si va sotto.”

“Cicchetto of Absinth!” gridavo dopo mezzo’ora di improbabili lezioni di drink. E sorridevo come se avessi davanti la nonna con la torta al cioccolato.
“Cicchetto of Disaronno!” e l’alcol divenne il mio linguaggio universale, come il calcio, ma più facile ancora. E ricordavo cose come la mia prima volta in bici, con le ginocchia sbucciate e mi chiedevo tra quelle risate “perché ora?”
“20 esimo cicchetto siiiiiii!” e cantavo Felicità di Albano, con gli inglesi che seguivano un karaoke fasullo trovato su Youtube.
“Chiamatelo pure Shottino ma che cazzo me ne fotteeeee!”  è la penultima frase che ricordo per davvero. Se sei convinto di essere sulle nuvole, ma i tuoi piedi sono diventati delle zavorre, delle ancore, che non ti permettono di camminare, se non di dire “raga se piscio è Tamigi!”, beh… quello è il momento in cui sono cazzi amari.

Come nel buon Trainspotting, facevamo chiasso e il mio bicchiere, lo lanciai mentre cadevo su quelle parole.
Mi ritrovai giù.
Partì una rissa.
Jackie doveva essere assolutamente più giovane per come incassava, questo me lo ricordo.
Caddi sotto un pugno quando pensavo di poter girare in sala illeso. Mi alzai solo a fine rissa, presi la bottiglia e caddi di nuovo.

Il verdetto era coma etilico.

E non avevo neanche dove dormire.
Chiamare Berenice era uno sbaglio.
Uno sbaglio che non feci io, ma quei simpatici inglesi.

In un ospedale di Londra mi accorsi che un padre di famiglia, Christian, suo figlio Alan, con ottimi voti a scuola, Jackie, un ragazzo rimasto solo dopo essere stato lasciato come me, e Freddy, il nonno del gruppo, erano la famiglia più bella del mondo. Da raccontare come ciò che non potevi mai aspettarti prima. Da raccontare perché erano anche la famiglia di Berenice.
Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare. Vallo a spiegare anche alla sua famiglia poi. Una buona famiglia di giorno, degli Hooligans del Tottenham di sera.

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“Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare.”

Sambuca – 15 – Figlio di nessun posto

Quando gli dissi del Soukra, Giordano e Linda si autoinvitarono subito.
Non era per le giostrine, anzi.
Giordano si era stancato di girare a vuoto, Linda non sopportava l’idea di non avere potere su di me: era passata dall’essersi scopata il ragazzo che la rifiutò a scuola, al volerlo plasmare in qualche modo, per il semplice gusto di farlo.

Il Soukra era un parco per bambini, ma io ero felice di sentire quel posto mio.

“Ma qua ci vengono i bambini” osservó a denti stretti Linda.
“Ne vendono dell’alcol?” disse Giordano.
“Guardare questi bambini è rilassante. Non è male. Lo siete stati anche voi… e poi le giostre mi piacevano. Anzi, vado proprio a provare quella lì.” Come un bambino, trascinai Berenice sulla giostra lasciando quei due al posto loro, una Berenice disciolta nelle emozioni dei suoi stessi occhi. Una bambina, col casco rosa, senza lingua se non per lo zucchero filato.

“Questo è stupido. Dopo ieri sera se ne va con quella”.
“È carina” fece Giordano “non credi?”
“Ma tu credi che mi importi? L’hai portato qui per me, no? Ci siamo messi d’accordo Giordà!”
“Linda cara…l’ho portato qui perché voleva andarsene in Perù e non avevo intenzione di viaggiare tutto il globo per degli impulsi. Vedendo te, speravo desse un calcio al passato. Non posso obbligarlo se non ti vuole… guardalo: sembra finalmente libero.”
“Dovrebbe esserlo con me”
“…e non sarebbe più libero Linda. C’ha una gabbia in testa che si apre e si chiude quando vuole. Ma la sua volontà è una chiave che perde spesso ultimamente. Sei mai stata lasciata?”
“Io non sono stata lasciata mai. Io lascio e basta”.
“Che donna” uscì ironico dalla bocca di Giordano, che quasi si pentiva della scelta di Tunisi. Eravamo lì con le sue finanze, che tralaltro, sembravano non gioire più della sua fama da modello. E delle sue spese.

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Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro.

Berenice forse ne doveva sapere qualcosa, mentre i suoi occhi poggiavano sui miei. Su una tazzina di caffè che gira in tondo, prese il suo telefonino e iniziò a tradurre qualcosa.

‘Le parole servono a poco’ usci sullo schermo.
Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro. Lo facevo spesso con Penelope che chissà dov’era. A volte ci pensavo. Pensavo a quanto fosse lontana dai battiti del mio cuore, che una volta diceva, battevano all’unisono.

“Quando siamo insieme, lo sento. Non sono pazza, metti la mano qui stupido!”

Quando cresci perdi l’idea romantica dei bei momenti. Smetti di cercare la luna, perché ti sembra già vista. Eppure i lupi ululano solo alla vista della luna, e non alla vista delle stelle, che brillano forte ma non sono così belle da vedere come la Luna. A volte rossa, a volte piena, a volte bionda.

Berenice non sapeva nulla di me. Assolutamente. La accompagnai presto.

“Andiamocene wagliu. Torniamo in Italia. Mi so rotto il cazzo della Tunisia, del mondo. Voglio casa mia.”
“France, ma tutto a posto?”

Giordano era il re delle domande inutili. Come quella volta che chiese al suo amico piromane delle elementari, se il fuoco sotto il culo della maestra gli avesse mai ustionato le mani. Un Marzullo.

Questa era l’ennesima. Ma il suo viso diceva altro. Ero felice quella sera. Perché dovevo andar via?
Linda voleva un altro po’ di tempo con me lontano dal paese.
Berenice, beh… chissà che pensava. La conoscevo appena e poi pensava inglese, chissà se avremmo potuto capisci, figuriamoci capire che pensava.

Era bellissima. Una di quelle che piacciono solo a te, e che gli amici dicono solo che non è brutta.
Era magra, ma aveva dei fianchi leggermente pronunciati. A malapena. Non ispirava sesso, ma profumo d’estate e spensieratezza, quella voglia irrefrenabile di sorridere al mare.

“Ti accompagno io in Italia! Ora non ci pensare…” tuonò la bionda amica, “ma adesso andiamo a bere. Vi porto io.”

Giordano non parlava più. Era uno spirito libero, ma non quella notte.
Fu tutto un po’ fiasco quella sera. Bevemmo in un bar vicino all’albergo, vista mare. C’era musica, gente. Ma tutto era apatia. Era dannatamente triste. Io continuai sulla strada della Sambuca. Avevo voglia di bere, ma non riuscivo quella sera.
Andai in bagno. Una tipa col vestito blu e il doppio lato A e B troppo pronunciato, sfidava le moderne pratiche femministe tra volgarità e sensualità.

La presi, e la baciai: una donna brilla che nonostante l’occhiolino mi diede uno schiaffo. Era fusa, non la ricordo nemmeno più. Semplice provocatrice lei, troppo italiano io. Tornai al bar. Era tutto così vuoto nonostante musica e persone.
Vidi che il barman era distratto da una conversazione con una bella ragazza ispanica. Doveva esserlo. Sembrava spagnolo quel suo flusso di parole.
Presi la bottiglia da dietro al bancone senza che sentisse nulla. Fuggii al tavolo.

“Ragazzi dobbiamo andare via, veloci” dissi “ho rubato una bottiglia” e la cacciai come fossi Nembo Kid.
“Embé” fece Linda con un fare che portava dall’infanzia.
“Tu sei pazzo” suggerì la risata di Giordano che come me, si sorprendeva delle piccole cose.
Sgusciammo fuori quando uno dello staff stava rientrando.
Ci vide.
“Correte wagliù!”

Quell’uomo probabilmente ci ha ignorato. Ma io me lo ricordo con la faccia di uno che sta per pestarti e… va bene così:

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…una bella storia è bella quando sembra vera.

Ci riunimmo in piazzetta giù da Linda.
“Alla salute ragazzi” disse il capitan Francesco, che ero io, ormai brillo.
“Ai fratelli” disse Linda.
“Ci sto. Va bene Giordà?”

Giordano era triste. Aveva il viso di chi non riesce a trovare la via per la tranquillità. Me ne accorsi.

“Cosa ti manca Giordà?”
“E a te? A te manca quello che io non ho mai avuto. A me manca il poter sapere cosa si prova”

Giordano non aveva mai amato. Aveva fatto regali, frequentato donne, avuto relazioni, ma diceva di non aver mai amato. Anche da piccolo cambiava giocattoli di continuo, non era legato a loro come gli altri bambini. Ed era così con le donne. Aveva un problema a legarsi, diceva che non ci credeva. Ed era uno che si curava spesso, fanatico lo sfottevo.

“Sono il simbolo del consumismo e del maschilismo!” fece per rompere quel sorriso mancato, “dammi un altro bicchiere fratello!”

Lo affogò quel mezzo sorriso.

Il telefono mi vibrò in tasca. C’era un messaggio da un numero che non conoscevo.
“Ti va? Almeno un’ultima volta. Stronzo.”
Capii che era lei.
Capii che era lei che aveva capito per un attimo cosa aveva perso. Chi aveva perso. Capii che non ero quel male che si diceva. Capii che per un attimo i nostri cuori dovevano aver battuto all’unisono e lei aveva notato questa casualità. Voleva sapere se era una casualità o meno. Solo questo riuscì a pensare. Linda e Giordano se ne accorsero.
Eravamo seduti a terra. Giordano si accese una sigaretta e appena Linda mi domandò “vuoi ancora tornare in Italia?”, si alzò fingendo di non ascoltare, con quel modus operandi da superiore che hanno i fratelli maggiori.

“No. Non ne ho voglia Linda. A te va di venire su?”

Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

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Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

Mi affacciai al balcone. Trovai ancora Giordano lì. Affacciato. Sembrava scrutasse tutta Tunisi. Aveva bisogno forse, più lui di me, di qualcosa. Mi promisi che l’avrei fatto, che l’avrei aiutato a trovare quello che non aveva mai avuto.

Tornai a letto. Guardai Linda negli occhi che ormai si chiudevano. Ci vidi qualcosa. Ci vidi Tamara, Yvonne, Berenice e… Penelope.
Neanche la Tunisia era posto per me.
Berenice sarebbe tornata a Londra tra un paio di giorni.
Mi dissi meglio Londra che l’Italia.

Ormai avevo la mia storia.

La corrente mi portava a largo, e chissà dove mi avrebbe portato ancora.


Prossimo capitolo Sambuca – 16 – (Prossimamente)


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Sambuca – 14 – Berenice

“Berenice. My name is Berenice.”

Sorrise. Era un periodo in cui qualunque donna incontrassi mi sorrideva.

Donne.

Mi cadevano sulla testa e sul corpo come una pioggia di eventi, che non essendo arrivati precedentemente, ti capitano tutti assieme.

Il sorriso.

Forse è questo il segreto della loro sensibilità: accorgersi dei tuoi stati d’animo senza che tu dica una parola, confortandoti anche con la loro sola presenza.
Ridemmo, galleggiammo sull’acqua e nient’altro.
L’acqua era dello stesso colore dei suoi sentimenti: limpida.
Riuscii a convincerla in qualche modo che la mattina dopo saremmo stati compagni di turismo e stranamente accettò.

Girammo Tunisi. Linda non era in tenda la sera prima quando tornai. In albergo il clima era freddo e sembrava che un tornado di apatia si fosse abbattuto lì. “Linda non aveva nulla da invidiare a una tempesta nel Mare Nero” pensai. O almeno era ciò che mi comunicava la brezza che girava nel Miramore.
Ad ogni modo non mi importava. Non mi importava di nulla in quel periodo. Come non poteva importare a Berenice, che sotto un caschetto rosa col suo nome scritto in bianco, indossava un paio di cuffiette color oro che intonavano una playlist da video motivazionale: U2, Sia e Aerosmith erano i must.

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Potevo amare una donna conosciuta per caso la sera prima?

Il museo di Cartagine, le strutture che mi ricordavano qualcosa dell’India, le incomprensioni tra le nostre lingue.
Tutti pezzi di un mosaico che permisero a quella giornata di avere la reputazione di una giornata felice.

È bello poter avere la libertà di dire ci vediamo domani ad una persona che ti piace o che magari già ami. L’amavo? Potevo amare una donna conosciuta per caso la sera prima? Con la quale poi non avevo avuto una discussione seria sul nulla? Mi chiedevo cos’era l’amore. Cos’è che tutti chiamano in un modo così curioso, ma che nessuno riesce a definire con certezza. Ero sicuro di averlo provato in passato, ma anche il passato divenne luogo dei miei dubbi ormai tormentoni della mia estate.

Cos’è che ha importanza davvero in amore? Cos’è che ci fa innamorare?

Almeno gli interrogativi da viaggiatore, sostituirono le ostilità che avevo verso me stesso. Ero come due persone: Francesco e Francesco. Due nomi uguali e che tramutati in carta stampata non connotano differenze. Eppure la sento mentre ci penso e penso … e ripenso. Una scissione in parti apparentemente uguali. Il buono e passionale non era altro che il nuovo puttaniere dell’Eurasia, che neanche affannava a piacere a qualcuna. Non apriva la portiera della macchina ma si lanciava con gran classe sui commenti di quanto successo la sera prima col fratello.

Non sapevo definire nulla e la cosa mi piaceva, diamine se adesso mi piaceva.

Guardai Berenice quando si tolse il casco per salutarmi dopo una giornata unica.

Aveva gli occhi di chi ha tanto da dire, ma non ha bisogno di parole per farlo. I capelli dalle sfumature blu, che intonavano col celeste dei suoi occhi. E tante cose da dire tramite le sue carezze, senza ricorrere a chissà quale esperienza.

Berenice. Anche quel nome si poteva interpretare in più modi.

Berenice, Berenice, Berenice.

Eppure lei, piccina di statura, ma con un fisico slanciato verso l’alto, riusciva con quella sua risata buffa a far sì che quei miei due sé contemplassero, sino all’accordarsi in un uno solo: lei era il compromesso del mio sé.

“Ti va di andare al Soukra Park?” – feci con chi la voglia di conoscere ogni tratto di una singola persona.
“What?” –  mi rispose lei con l’espressione divertita di chi è cittadino del mondo solo perché sa l’inglese.
“Luna park, tonight. What do you think?”.

Masticavo inglese sconnesso dalla sua sintassi. Mi disse sì con un cenno e pensai, che a volte, basta tenere la bocca chiusa e la mente libera per poter essere felici. Una lezione che quella tipetta dalle poche parole, mi seppe dare già al primo sguardo.

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Aveva gli occhi di chi ha tanto da dire, ma non ha bisogno di parole per farlo.


Prossimo capitolo Sambuca – 15 – Figlio di nessun posto


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Sambuca – 13 – Il vagabondare del signor Miramare

Era mattina e appena sveglio davo una pacca sulla spalla a mio fratello.

Un messaggio brillava sotto il nome di Linda Silvestri.

“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sei andato via, sei stato lontano, ma il tuo cuore non era parte di te.
Era nel mio petto, a chiedere di battere al posto tuo perché in difficoltà.
L’ho fatto battere Francesco… io ti amo.

La tua Linda.”.

Quel messaggio era cambiato come una versione di latino passa da internet.
Un telefono senza fili 2.0 dove un paio di parole cambiate facevano la differenza.

Chissà se fossi salito per primo dal mare.
Chissà se avessi letto quel messaggio.
Chissà se non ne avessi fatto una morale su uno stupido codice di sblocco e avessi cancellato quella L. Perché lasciare una L dopo tanti anni? Pigrizia o altro?

L’amore surrogato prolungava una sera figlia di domande.
D’altronde Linda era questo: un surrogato di sentimenti che non trovavano equilibrio ma che continuavano a coesistere al suo cuore troppo testardo per perdere.

Una pietra sul mio passato fu messa. Ma qualcosa ancora mancava.

Giordano come me passò gran parte della giornata a letto. Eravamo tornati più piccoli quella mattina quando tornai dalla notte in spiaggia. Decidemmo di dormire per quasi mezza giornata, e al risveglio trovammo di nuovo il sorriso delle due sudamericane.

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Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Melicia gridava qualcosa tipo dormiglioni in spagnolo. Lo capii dal loro gesto, ma anche loro dovevano essersi svegliate da poco. Era un modo strambo per risolvere una situazione ambigua.

Girammo la città promettendoci di rivederci, tutto dopo che Melicia mi portò in uno spazio appartato del museo nazionale del Bardo. Tra reperti romani e resti di Cartagine, io ero lì, con una mano tra le cosce di una donna spagnola a festeggiare la globalizzazione.

Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Ricordo quel suo tatuaggio sulla gamba. Una bandiera spagnola avvolta su una donna. Lei si spogliò. Coglieva al volo le occasioni e in quel punto sapeva che saremmo rimasti soli. Poi sparita, via, per il mondo. Una pagina di un libro senza capo ne coda che prendeva il nome di “esperienza”. Ma esperienza…di cosa? A rifarlo? Al non legarsi? Oppure al non farti scappare la prossima volta una donna con la quale hai condiviso solo del sesso?

Ci salutarono in maniera focosa, quasi a voler testimoniare che il luogo comune delle sudamericane calienti fosse un dogma sicuro.

“Chissà cosa provano”, mi chiesi mentre salivano sul taxi che le avrebbe portate all’aereoporto.

Ragazze con la quale parlammo a gesti e nient’altro.

*

Camicia blu notte con dei gabbiani su a fantasia. Cambiai gusto e iniziai a vestirmi anche meglio. Dissi a Giordano che sarei stato con Linda e lui non batté ciglio. Anzi, era proprio sua la camicia. Ci dividemmo quella notte, con lui ignaro del fatto che avrei preferito stare da solo. In fondo anche lui si divertiva a fare il solitario nei viaggi.

Io mi divertivo meno, ma vivevo di notte: un lupo senza branco, ma senza il sorriso da una notte da leoni.

Senza di lui non ci avrei saputo fare, mi dissi, con la convinzione che tutte quelle donne bastavano e avanzavano per i miei viaggi. Un istinto che giustificava la mia mancanza, quasi come se improvvisamente sentissi Penelope lì, al mio fianco. Non sapevo più chi e cosa fosse per me. Ma la pensavo.

“Reggimi ancora una notte” chiesi al muro sotto il lampione incapace di sentirmi. Altro campeggio? Era un’idea. Ma sentivo un blocco dei miei movimenti, un blocco delle mie future scelte, non mi sentivo di chiamare Linda.
Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.
Avrei fatto semplicemente ciò che desideravo rimanendo da solo.
Non volevo sentire più quanto ha pianto una donna per il suo uomo, né volevo essere il contrario. Non volevo più usare premesse nelle frasi per piacere agli amici di. Non volevo più essere normale perché la pazzia era fuori discussione. Volevo essere me, me stesso!, che risolveva tutti i giochi del perché, fatti col sorriso.
Mi si allagarono gli occhi quando mi riaccorsi che avanti a me avevo il mare. Lo puntavo sempre e non a caso ero diventato il signor Miramare. Un allagamento dolce, una fine tiepida per degli occhi che preferivano il sale dell’acqua di mare a tutto quel forte male. Lacrime che bagnavano chi ora sentiva fosse arrivato il momento di lasciarsi andare, come consigliò una ragazza indiana.

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Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.

Tamara. Mi apparve il suo nome così, come quel mare. Sii brezza… e cose così. Me ne aveva dette molte e ora dov’era? E Penelope? Mi interessava sapere dove fossero le donne della mia vita che difficilmente avrei rivisto. Quelle che mi avevano detto “ti amo” cercando i miei occhi e che difficilmente li avrebbero riguardati così. Ora valevano quanto una ragazza salutata nel pomeriggio, alla quale non ero minimamente affezionato. Un po’ la stimavo Melicia, come quella stima che hanno i vari viaggiatori tra di loro. “Hai coraggio, giri il mondo, mi piaci” è il loro mantra.

Ma cambiai idea e decisi che quella sera qualcosa avrei fatto. Lo giurai su tutti i momenti che avevo buttato a fare domande che nessuno aveva voluto sentire. Ne avevo passate… e per chi? Non riuscivo nemmeno più a pronunciare il suo nome ad alta voce. Sembrava tutto un sogno. Non solo quel nostro stare insieme, ma la mia vita. Sembrava che io rifiutassi il mio passato, come quando lei se n’era andata e rifiutavo il futuro. All’inizio sei fermo, immobile, avvolto in vecchi abbracci, parole. Poi non fai altro che andare avanti e smetterla di guardarti indietro. Un cuore calpestato è così: all’inizio gambero, dopo leone.
Linda da qualche parte mi aspettava. Sì, anche lei adesso. Questo pensiero mi smosse: ma sinceramente, a me, cosa importava?
Si era fatta sera, mi alzai e feci quello che sapevo fare meglio su una spiaggia: camminare.

Ero convinto di aver percorso tutta la costa dell’Africa quando mi persi nella riflessione che non avevo nemmeno amici veri. Di quelli che si vedono nei grandi film. Pensavo a questo mentre camminavo. Che allegria. Oltre a Giordano, forse ne era rimasto qualcuno che non avesse il mio sangue. Pensai di chiamarlo, ma il telefono che mi rubò quel simpatico signore Indiano, non ebbi il tempo di sostituirlo. E forse era meglio così, ma adesso avevo bisogno di fare la mia telefonata.

-Excuse me,can i have … a phone, telefonata…?

Ero arrivato in un posto molto bello, forse apparteneva a qualche albergo forse no, ma c’era un gruppo di ragazzi e pensai che chiedere il telefono per sentire quella vecchia voce non era una cattiva idea. Renzo. Io, Renzo e Gianni.

Sì, c’era anche Gianni. 3 amici inseparabili che crescendo avevano abbandonato la presunzione per vivere l’umiltà. Chi più e chi meno. Pensavo a cosa ci accomunava e quasi non lo ricordavo più, mentre guardavo quei completi sconosciuti. I ragazzi mi guardarono non benissimo, poi risero di scherno, ma si limitarono a questo.
Vidi dei liquori sul loro tavolino di plastica. Non l’ideale per un falò. I ragazzi dovevano essere inglesi, o belgi dalle facce che avevano. Europei sicuramente. Facevo come i PR nei luoghi adatti per ragazzi: provavo a riconoscere le sfumature dei loro visi. Guardai poi i liquori promettendomi che li avrei assaggiati tutti entro la sera. Una promessa che feci ad un ego e un coraggio martoriati da una storia finita male.
Mi tolsi la camicia e la lasciai affianco a una di quelle sdraio dove sedeva una ragazza dai capelli mori che sembravano blu.
“Quanti problems vi fate youngs… ceh, boys… vabbé come vi chiamate vi chiamate… è stato un piacere! Breve ma intenso. – Poi chiusi le mani a pugno e prima di andar via, ubriaco senza bere, dissi –short but hard. Correct?

E me ne andai citando Dante col suo “nel mezzo del cammin di nostra vita!”, giusto per mostrare un minimo di patriottismo culturale.
Dissi quello che avevo nella mente, come i bambini quando si svegliano felici e non sanno cosa vogliono se non il tutto. Altro che petaloso, short but hard! Aveva senso?
Mi tuffai. Il mare lavava quella spazzatura emotiva che mi portavo addosso. Quello che non si ricicla. Una ragazza era alla riva. Era la morettina dalle sfumature blu. Mi dirà di chiamarsi Berenice. Di Londra. Doveva essere bella Londra. E lo era, come lei. Look originale, quanto la mia camicia. Era tornata per riportarmela fu la sua scusa, mentre la sua mano e il caso la portarono da me con una Molinari nella mano destra. Berenice era così, sapeva sempre cosa ci voleva per rendermi felice, anche prima di conoscermi.

Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.

-You don’t have a phone. Really?
-Yeah… yes. But do you have a Sambuca. What else?

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Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.


Prossimo capitolo Sambuca – 14 – Berenice


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Sambuca – 12 – Ritorno al passato

Il tintinnio dei bicchieri. I soldi che volavano senza un perché. Giordano che rideva. L’angolo delle labbra di 2 ragazze davanti a me. Parole, parole, soltanto parole.

L’inglese non era il mio forte. L’italiano nemmeno il loro. Giordano aveva conosciuto Jasmine e Melicia in un ristorante scelto su TripAdvisor, e chissà se erano incluse nella sua ricerca due ragazze dai tratti sudamericani nel bel mezzo del Nordafrica. Come le aveva conosciute? È Jordie: avrà scherzato con loro sul fatto che è nella cultura italiana chiedere a due donne di farsi pagare, mostrato i pettorali e il gioco è fatto. Un’artista.

-Ditemi? Un pettorale a testa o stasera sono salti di gioia?

Non potevano capire ciò che dicevo. Ma forse comprendevano il mio tono di voce. Avevo una faccia antipatica: la faccia  che avevo deciso di indossare quella sera nella nostra prima serata tunisina.

Eravamo arrivati da poco, ma non ci andava di restare in albergo. Per questo Giordano improvvisò quella ricerca. Provo astio per chi si rifiuta di vagare nelle località che visita.

Io non riuscivo a restare fermo, nonostante il mio cuore non fosse  lì. Cuore e sete, non sempre viaggiano a braccetto.

Un cocktail davanti a una paella mi scendeva dritto in gola mentre pensavo “ma che cazzo ci fa un Moscow Mule davanti a una Paella a Tunisi?“.
E gli occhi delle due ragazze erano quelli di due cerbiatti intimoriti che non vedono il fucile del cacciatore ma ne sentono gli spari.
Misi da parte il fucile e feci un sorriso mai fatto fino a quel momento: 176 denti non potrebbero paragonarsi alla mia non grandissima ma sorridente bocca da 32+2.
Avevo voglia. Avevo voglia di mentire, di giocare, di perdermi. Alla fin fine era questo.
Cos’è il gioco dell’attrazione se non questo? Sarebbe potuto piacere qualsiasi altro sconosciuto a queste due, e avrebbero comunque scritto nei loro blog di viaggi di aver conosciuto l’amore di passaggio, quello che come nel migliore dei film unisce un orgasmo ad un principe azzurro in sella al suo cavallo rigorosamente bianco.

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Alla fin fine era questo.
Cos’è il gioco dell’attrazione se non questo? Sarebbe potuto piacere qualsiasi altro sconosciuto a queste due, e avrebbero comunque scritto nei loro blog di viaggi di aver conosciuto l’amore di passaggio, quello che come nel migliore dei film unisce un orgasmo ad un principe azzurro in sella al suo cavallo rigorosamente bianco.

Giordano tornò dal bagno in quel momento, su quel mio sorriso.

-Che ne dici Jordie? Ci stanno le spagnole…? Le paelline?

Rise. Cazzo se rise. Rise prima insensatamente. Poi rise di gusto, trascinando anche le facce latine delle nostre amiche dai tratti pronunciati, che si unirono al suo grido “EVVIVA IL SUDAMEEEEERICA”, lasciandoci capire finalmente le loro origini. A chi importava di dov’erano. Parlavano la lingua dei pettorali di Jordie e quella dei miei sorrisi vincenti, no?

Una serata di allegria e sorrisi a base di sangria portarono le lenzuola del residence Miramore a diventare bandiere al vento.

Miramore. Dovevano aver sbagliato una vocale, come io avevo sbagliato qualcosa nella mia vita. Ma ero un giovane incurante dei particolari ormai e pensai che non avrei chiesto a nessuno il nome di quell’albergo. Sarei stato io la vocale giusta, l’uomo Miramare, che con il suo fare poteva fare a meno di puntare l’amore, preferendogli il mare della sua vita sregolata.

*

C’era una terrazza a semiarco sotto il nostro terrazzino. Saltai di sotto calcolando il modo giusto per non farmi male. Tra le mani avevo una sigaretta rubata dalla borsa di Melicia, che ormai dormiva dopo essere capitata alle mie braccia. Una Winston blu, le mie preferite. Non ero un gran fumatore, ma se questa tizia era crollata ai miei piedi nonostante il mio carattere altalenante, dovevo almeno lasciarle l’onore di essere il mio nuovo svezzamento al fumo. Avrei fumato una Melicia blu.

Potevo chiederla quella sigaretta ma perché? Non quella notte. Così come non chiesi nulla a Melicia quando la mia mano finiva sotto il suo vestito in uno dei vicoli di Tunisi.

Nello scendere in terrazzino, la sigaretta posta tra mento e petto, stretta sul collo, mi cadde. Giustamente. La mia era una bravata anti-responsabilità, che giovava al nuovo me, il signor Miramare.

Che coglione – dissi tra me e me senza avere la forza di ridere.

Mi avvicinai al marmo. Due cicchetti erano lì, a guardarmi.

-Perché no? – mi disse una voce interiore.

Una mano mi porse una sigaretta. Uscì dal buio, o forse stavo ancora troppo male per capire fosse già lì. Potevo vedere solo la bottiglia.

-La passione per gli shottini ti è rimasta – sbucò da una chioma bionda che sembrava conoscermi – ma bevi e fumi senza un minimo di classe.

-Linda… Linda! Ma … tu? Tu che ci fai a Tunisi?
-Quello che fai tu. Lo straniero.

Terrazza sul mare

Miramore. Dovevano aver sbagliato una vocale, come io avevo sbagliato qualcosa nella mia vita. Ma ero un giovane incurante dei particolari ormai e pensai che non avrei chiesto a nessuno il nome di quell’albergo. Sarei stato io la vocale giusta, l’uomo Miramare, che con il suo fare poteva fare a meno di puntare l’amore, preferendogli il mare della sua vita sregolata.

Era Linda. La ragazza che frequentavo prima di Penelope. La mia migliore amica prima di quella maturità. Iniziai a pormi delle domande. Serviva a poco, era tutto così chiaro.

Il mondo è dannatamente piccolo.
Piccolo quando vedi una faccia nota e qualcuno ti porta a spasso perché devi guarire dal volto triste.
Mio fratello me l’aveva giocata. Una faccia nota a volte, può fare più effetto di bellezze da mille e una notte.
La passione di una ragazzina era rimasta intatta davanti a me. A distanza di anni e di delusioni.

-Accendi?

Un tiro di nicotina smise di essere cancerogeno in quella furtiva prima serata tunisina.
Non ero in giro a faccia bassa, né alla guida di un auto per un paese che non conoscevo.

Ero soltanto lì. Con qualcuno che conoscevo e mi offriva da bere.
In alcune culture far offrire una donna può essere da mezzi uomini.
Ma a me non me ne fregava un cazzo, soprattutto quella sera. Due volte.
A me fregava soltanto che l’anice si mescolasse alla nicotina e al rossetto di una donna che baciai senza far parlare.

-Ho aspettato per questo – fece.
-Sei ancora la mia migliore amica no?
-Sei solo uno stronzo.

 

Potevo scegliere di non scegliere.
Lasciai al mondo questa responsabilità, senza nemmeno più dare dei vincoli alla mia volontà.

-Alla fine… sei rimasto solo. E io ho perso un’amica.
-L’hai più sentita?
-Chi? Penelope? 2 anni che gestisco le risorse di mio padre per il mondo e potrebbe importarmi di quella stronza?
-Come sta? Linda…

Sapevo mentisse.
I suoi occhi e i suoi zigomi che si affacciavano su una faccia bugiarda, erano la rappresentazione di una donna gelosa di un passato non suo. Non mi amava. Almeno credo. Il suo, ai tempi della scuola, era un capriccio. Un capriccio di quelli che chi ha tutto dal padre banchiere, si fortifica dai rifiuti. Ma chi ero io per poter dire che il suo non era amore, se neanch’io ne conoscevo appieno il significato ?

Chi poteva dire di no a Linda Silvestri?
Io?
Non più.
Non più e Penelope da qualche parte del mondo lo sapeva. E da qualche parte della bocca di Linda rischiava di uscire.

-Non ti fa male? Non ti fa male sapere che non sai dov’è? Con chi è? Che non sorride a te? Allora? Quanto ti fa male adesso chiedere di lei?

Smisi di parlare. Sentii quel languore di chi vuole piangere ma si contiene.

-Dimentica le mie domande Linda.

A denti stretti cercai per un attimo di uscire dall’angolo:

-Perché Tunisi? Perché sono qui?
-Perché sei tra quelli che a casa non era a casa sua e io conosco quella sensazione. Io ho trovato un equilibrio qui e… sapevo quello che ti era successo. E poi qui è come quei posti che sognavamo. Quante volte abbiamo sofferto, birra alla mano, in piazze vuote dove suonavano solo le penne dei motorini? Ami ancora…Napoli? Dopo tutto questo? Dopo Dehli. Dai, sei un viaggiatore ormai.

Sapeva dell’India. Sapeva tutto grazie a Giordano, che in quel momento mi accorsi ci osservava dal balcone superiore.

-Vedo che hai fatto amicizia! – esclamò quest’ultimo appena affacciatosi.

Una storia è una storia affinché sia vera anche nell’immaginazione. Linda ne era la prova vivente quella notte e Giordano era il suo Morfeo, colui che fu capace di trasformare un’onirica terrazza in realtà. Aveva addormentato me, per risvegliare lei.

 

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Quelle parole erano destinate a me, ma un tuffo di troppo permise, il ritorno di una diatriba infinita tra due donne, un tempo amiche e ora spartiacque del mio sentire.

-Dovrei chiederti delle cose? – chiosai con chi ha il fare del dubbio ma anche dell’accusa.
-Non ha senso fratellino. Tieni, questa è per te!

Lanciò una tenda avvolta in un sacco e rientrò. Fece un gran rumore ma non si ruppe. Linda doveva essere la proprietaria di quel posto, tanto che fece segno a una sorta di portiere alto quanto me a 11 anni, che era tutto a posto.

-Ricordi? A fine scuola avresti dovuto portarmi in campeggio. – disse prendendomi la mano e sfiorandomi i capelli malcurati dai miei viaggi – lo merito un campeggio capellone?

La sua mano arrivò in una carezza alla barba, mentre con un bacio annullò i nostri passati e quella sensazione che ci fosse altro attorno a noi. Tutto condito dal suo modo di agitare la lingua, che non voleva essere volgare in alcun modo, ma voleva sollevare passione che solo chi era presente poteva sentire. Uno scacco matto a chi non era lì.

Era questo il segreto della passione? Essere trattati come una parola sulla punta della lingua per tutti quegli anni? Linda fu trattata da me così, e quella tenda era per lei come il boccone che finalmente poteva andar giù.

– Io la tenda la posso pure montà… ma fa caldo ragazzì… ti chiedo solo di andare al mare. Di notte. Mettiamola in spiaggia.

Improvvisamente cambiai tono. Ero sollevato da tutto il resto e mi dissi che alla fine non era un’idea malvagia quella di Giordano e questa tipa qui. Questa Linda qui. Quello che avevo passato mi aveva fatto capire che non ero la proprietà di nessuno e che nessuno poteva essere altrettanto per me. Un ragionamento che non tolleravo prima che succedesse tutto, e che sentivo privasse di qualcosa l’amore. Ma non mi importava. Ero vento, il vento che puntava al mare.

Un motorino rimbombava nella polvere del terreno che dopo il nostro passaggio saliva su come una scia. Arrivammo nella spiaggia preferita di Linda.

Ci buttammo in acqua. Io in mutande bianche, con un fisico temprato dalla sofferenza della mente, venivo assorbito al contatto della pelle bagnata di Linda, che si spogliò in acqua. Poi pensò a me.
Era felice di tutto quello che succedeva e una luce sostituiva la luna, vegliando su di noi sottoforma di un lampione attaccato su un muro bianco, sporco e grezzo.
Quella notte conobbi l’arte del corpo da chi mi chiedeva di darle ripetizioni di Italiano con un paio di occhiali da vista verdi segno della sua ingenuità. Buffo come cambiano improvvisamente quelle persone che dici non cambiano mai.

Quell’ingenuità tornò forte.

-Facciamolo in tenda.

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Il mare nero le accarezzava le natiche mentre saliva e scendeva sul suo corpo che sinuoso usciva dall’acqua. Volevo seguirla subito. Ma la guardavo, pensando che alla fine Sliding Doors era più di un film e il suo culo sotto quella schiena e su quelle gambe era arte.

Lasciò la mia mano che cadde come la sua lentamente in acqua. Avanzò, poi, verso la riva, dopo avermi dato un bacio che ti ricorda che la violenza sulle donne è tra le cose più terribili, ma un morso sulle labbra può aprirti un mondo.
Il mare nero le accarezzava le natiche mentre saliva e scendeva sul suo corpo che sinuoso usciva dall’acqua. Volevo seguirla subito. Ma la guardavo, pensando che alla fine Sliding Doors era più di un film e il suo culo sotto quella schiena e su quelle gambe era arte. Mi bagnai la testa, scesi sotto, urlai sott’acqua felice che da qualche parte un mio urlo non facesse rumore. Uno sfogo come risposta a quella stranezza.
In quel momento un suono, il mio cellulare.
Il codice di sblocco era sempre lo stesso. Una L. Il suo lascito. Lei ci provò. Lo sbloccò.

Avrebbe cambiato tutto quella sera. In qualche universo le cose sarebbero andate diversamente. Linda aprì un messaggio.

Lo cancellò.

E cancellò la forza di superare l’orgoglio di premere il tasto invio di qualcun’altro. E chissà cos’altro.

Ruppe la condivisione istantanea e i sentimenti surrogati di una donna che mi cercava. Chissà perché mi cercava.

Io non la vidi. Il signor Miramare nulla aveva a che fare col passato da Miramore: era troppo impegnato a sopravvivere.

“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sono andata via, sono stata lontana, ma il mio cuore non era parte di me.
Era nel tuo petto, a chiedere di battere al posto suo perché in difficoltà.
Scusami Francesco… io ti amo.

P.”.

Quelle parole erano destinate a me, ma un tuffo di troppo, permise il ritorno di una diatriba infinita tra due donne, un tempo amiche e ora spartiacque del mio sentire.

“Bella idea Tunisi, Giordà” pensai tra me e me.

Salì dal mare. Cambiato, come nemmeno il fiume della purificazione indiano riuscì a fare.

Potevo scegliere di non scegliere.

 

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“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sono andata via, sono stata lontana, ma il mio cuore non era parte di me.
Era nel tuo petto, a chiedere di battere al posto suo perché in difficoltà.
Scusami Francesco… io ti amo.

P.”.

Prossimo capitolo Sambuca – 13 – Il vagabondare del signor Miramare


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Sambuca – 11 – La terrazza di Tunisi

Cosa si è disposti a fare per amare?

Quando due si amano non è mai semplice.

Sarebbe più semplice se ci si sognasse e basta.

Io alle storie che tutto è sesso non ci ho mai creduto. Ma non so dirvi se credo nell’amore.

Io l’amore ce l’avevo… lo toccavo con mano tutti i giorni. E chissà se era vero, dato che è passato e non me sono accorto. Ma l’amore era starle vicino? Farle sentire il fatto che fossi lì?
Si dice che l’amore vero lo si prova solo in gioventù e che quando si cresce diventa uno status, un modus operandi, una stabilità per sentirsi grandi. Che senso ha sentirsi grandi se poi non si è più capaci di amare? Mi chiedevo se tutti questi pensieri avessero un senso. Se tutto questo fosse davvero uscito da me oppure no. Ho sempre avuto dei dubbi sul mio romanzare e viaggiare coi pensieri. A me che bastava un pallone da piccolino, e non giocavo mai con gli altri. Avevo paura degli altri perché mi definissero. Volevo essere io a definirmi, volevo essere io la mia penna. Ho dei buchi in questo viaggio. Delle lacune che non riesco a colmare. Una sei tu, un’altra è tutto questo flusso. Un’altra ancora è questo mio navigare, un non mollare che alla fine chissà da cosa nasce. Io credo che nasca dai miei fallimenti. Io sono i miei fallimenti. Io sono la sconfitta che si finge vittoria e da qualche parte c’è qualcuno che la pensa come me. Mi piace pensare che dall’altra parte del globo ci sia qualcuno che distrugge questa mia sensazione di originalità.
“Non sei unico, non sei unico!” è per me un grido troppo dolce, apparentemente negativo, che significa tu non sei solo. Tu non sei solo. Ogni volta che perdi. Ogni volta che perdi ci sono anch’io. Ogni volta che non hai la forza ci sono anch’io. Ogni volta… lo sai, puoi contare su di me. Immagino che questa persona alla quale mi rivolgo esista, e che mi senta. Senta il mio grido silenzioso. Questioni di una sensibilità nascosta. Siamo in due, almeno noi due, ti prego. Chissà se da qualche parte del mondo mi pensi davvero. Chissà se forse sto parlando proprio con l’amore.

Ho fatto il pazzo con Giordano affinché non mi portasse in Tunisia. Ma mi sbagliavo. Era tutto così bello su quella terrazza. Una rara sigaretta si spegneva dopo essersi estinta dalla mia bocca. Le mie chiacchiere volavano al vento di una prima serata Tunisina.

-Non ho voglia di restare qui e da quello che vedo…neanche tu. Vestiti, andiamo a scoprire la città cosa ha da offrire. Dai Francé, è il tuo viaggio no?

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Ho dei buchi in questo viaggio. Delle lacune che non riesco a colmare. Una sei tu, un’altra è tutto questo flusso. Un’altra ancora è questo mio navigare, un non mollare che alla fine chissà da cosa nasce. Io credo che nasca dai miei fallimenti. Io sono i miei fallimenti. Io sono la sconfitta che si finge vittoria e da qualche parte c’è qualcuno che la pensa come me.

Prossimo capitolo Sambuca – 12 – Ritorno al passato


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