Sambuca – 18 – Volare! O no?

Sambuca 18 – Volare, oh – oh!

“Miramare. Miramare Francesco”

“Destinazione?”

” Italiana. Ne scelga una a caso.”

“Residente a Napoli?”

“C’è scritto”

“Quindi è un sì?”

“Faccia lei”

A bassa voce… “Stronzo”

“Mi scusi?”

“Napoli…effetti personali?”

“Veramente vorrei sapere perché mi ha chiamato stronzo!”

“Non lo è?”

“Si che lo sono! Ma lei come si permette? Mi dica il suo nome almeno.”

“E lei ci prova così? Con una che ti da del lei e dello stronzo? Signor Miramare, lei è più stupido del suo fasullo cognome e questa fila dietro di lei spero si incazzi sul serio”

Effettivamente dietro di me una fila di persone arrabbiate come in ogni aeroporto che si rispetti c’era. Tutti fremevano di partire. Una signora anziana e quello che doveva essere il nipote apparivano la fusione perfetta di Travolta e Jackson in Pulp Fiction versione Stallio e Ollio politically correct.

“Che ne dici pesce a brodo? Ti pare normale? Paghiamo questa gente profumatamente e guarda cosa ci ritroviamo!” feci allo snello Vincent Vega, bianchissimo e con lo sgurdo perso sotto un cappellino dalla visiera troppo larga per il suo viso.

“What?” mi fa.

“This… hostess is a crazy!”

“Non sono un hostess imbecille.” La ragazza era un fuoco. Non avevo fatto nulla per farla arrabbiare a tal punto. Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?

“Basta io mollo tutto.”

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Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?
“Basta io mollo tutto.”

La tipa esce da dietro la sua postazione, si slega i capelli e se ne va. Appare una ciocca blu dai suoi capelli neri, ci mostra un dito medio e va via. Semplicemente, va via. Una collega in pausa prende subito il suo posto. Un’altra invece la segue subito.

Una situazione paradossale che mi fa chiedere a me stesso e alla nonna di Vincent “Pesceabrodo” “ma alla fine che cosa ha fatto di strano? Sta pazza s’è solo scocciata di aerei e viaggiatori come me”.

Gente terrorizzata senza un motivo inizia a discutere, chi fa per dimenarsi, finché la nonna urla “Boooomb!!”. L’aeroporto impazzisce, lei ormai con le cuffiette nelle orecchie evita l’amica e il caos, quando improvvisamente due poliziotti la placcano. È una scena ai limiti del normale. Il mio istinto rifiuta quel caos e accorre alla situazione. “Ehi. Ehiiii!”

Neanche il tempo di avvicinarmi e buuum. BOMB. Buio. Un manganello sui miei denti fa strike. Perdo un molare ma è come nei film: non ricordo nulla se non lo sguardo dei due poliziotti e la tipa ora seduta affianco a me. Per un attimo pensai davvero ad una bomba esplosa in aeroporto.

Avevo davanti delle sbarre che separavano la mia cella da quella della tizia dalla ciocca blu. La guardai e pensai che se non avessi vissuto quanto vissuto, non avrei mai usato il nome Miramare.  Miramare… che idea era? Usare un documento falso per tornare in Italia. Ma perché? Berenice mi aveva salvato, ma non da me stesso. Ero solo un bambino con la voglia di fare guai. Le avevo promesso che sarei andato in Italia. Idee a posto e sarei tornato da lei. L’avrei fatto? Avrei rivisto il suo biancore per possederlo ancora?

“Come lo sapevi? Era perfetto quel documento.”

“Ti conosco. Mi segui su instagram.”

“Ti seguo su Instagram…Cosa?” il mio mondo era una rete vera e propria di contatti e persone conosciute dopo una delusione d’amore. Una rete tesa dal peggiore dei ragni, perché per aver provocato tutte queste disavventure soltanto una pessima creatura combina-stronzate doveva essere.

“Siamo immersi in una rete a-sociale. E tu non hai la faccia del terrorista. Lo avrei capito. Sei solo un’imbecille e ti chiami Pisaca.. Pisaqualcosa…

“Pisacane.”

Cosa dirle? Aveva ragione. “ E hai ragione.”

Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

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Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

“ Ti ho già vista in qualche aeroporto.”

“Sì, ma non da vicino. Coglione”

Non reagivo. Anzi, mi veniva solo da ridere.

“Perché scappare?

“Mi sono scocciata di una vita senza brio. Vedere tutti i giorni gente girare il mondo e restare ferma a sorridergli e fargli i biglietti per partire… dicono che gli aeroporti siano essi stessi dei luoghi fantastici, ma … non per me. Non sono andata via dall’Italia per questo. Basta”

“E ti sembra il modo giusto? Correre dalla propria postazione come una esaltata?”

“Esaurita” sorrise “un po’ di brio.” disse prolungando quel sorriso in un’apertura ad una confidenza.

Facemmo amicizia. Una connessione nata per un bel fondoschiena e per una geolocalizzazione fatta non da un gps ma da due storie di vissuti diversi.

“Hai proprio la faccia dello stronzo”

Una guardia fece per mandarci via.

Apposto. Potevamo tornare alle nostre vite.

“Non partire – mi disse – conosco la tua storia. Dalle tue “storie””

“Dannato social. Vuoi che rimanga qui o vuoi partire con me?

“Abbiamo rischiato la galera per niente.  Smettila con sti capricci e offrimi un caffè. Devo ricordarti i cuori messi sotto le mie foto in costume?”

“Ma come ti chiami?”

“Su Instagram o nella vita?

Lei fu licenziata. Sofia si chiamava. Per qualche motivo non le stavo simpatico a chilometri di distanza, ma da vicino avevamo condiviso più di quanto avevo condiviso con chi conoscevo da vicino. La galera. Certo in un aeroporto, ma faceva il suo effetto. La portai a letto stanca per il placcaggio e per un lavoro non suo. Rollò una canna. Un purino d’erba. Voleva iniziare da lì il suo viaggio e facemmo l’amore, ma era come se io in quella stanza non ci fossi.

Ero solo brio.

“Come ti chiami su Insta?

“I love airport and travel”.

Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Sambuca – 14 – Berenice

“Berenice. My name is Berenice.”

Sorrise. Era un periodo in cui qualunque donna incontrassi mi sorrideva.

Donne.

Mi cadevano sulla testa e sul corpo come una pioggia di eventi, che non essendo arrivati precedentemente, ti capitano tutti assieme.

Il sorriso.

Forse è questo il segreto della loro sensibilità: accorgersi dei tuoi stati d’animo senza che tu dica una parola, confortandoti anche con la loro sola presenza.
Ridemmo, galleggiammo sull’acqua e nient’altro.
L’acqua era dello stesso colore dei suoi sentimenti: limpida.
Riuscii a convincerla in qualche modo che la mattina dopo saremmo stati compagni di turismo e stranamente accettò.

Girammo Tunisi. Linda non era in tenda la sera prima quando tornai. In albergo il clima era freddo e sembrava che un tornado di apatia si fosse abbattuto lì. “Linda non aveva nulla da invidiare a una tempesta nel Mare Nero” pensai. O almeno era ciò che mi comunicava la brezza che girava nel Miramore.
Ad ogni modo non mi importava. Non mi importava di nulla in quel periodo. Come non poteva importare a Berenice, che sotto un caschetto rosa col suo nome scritto in bianco, indossava un paio di cuffiette color oro che intonavano una playlist da video motivazionale: U2, Sia e Aerosmith erano i must.

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Potevo amare una donna conosciuta per caso la sera prima?

Il museo di Cartagine, le strutture che mi ricordavano qualcosa dell’India, le incomprensioni tra le nostre lingue.
Tutti pezzi di un mosaico che permisero a quella giornata di avere la reputazione di una giornata felice.

È bello poter avere la libertà di dire ci vediamo domani ad una persona che ti piace o che magari già ami. L’amavo? Potevo amare una donna conosciuta per caso la sera prima? Con la quale poi non avevo avuto una discussione seria sul nulla? Mi chiedevo cos’era l’amore. Cos’è che tutti chiamano in un modo così curioso, ma che nessuno riesce a definire con certezza. Ero sicuro di averlo provato in passato, ma anche il passato divenne luogo dei miei dubbi ormai tormentoni della mia estate.

Cos’è che ha importanza davvero in amore? Cos’è che ci fa innamorare?

Almeno gli interrogativi da viaggiatore, sostituirono le ostilità che avevo verso me stesso. Ero come due persone: Francesco e Francesco. Due nomi uguali e che tramutati in carta stampata non connotano differenze. Eppure la sento mentre ci penso e penso … e ripenso. Una scissione in parti apparentemente uguali. Il buono e passionale non era altro che il nuovo puttaniere dell’Eurasia, che neanche affannava a piacere a qualcuna. Non apriva la portiera della macchina ma si lanciava con gran classe sui commenti di quanto successo la sera prima col fratello.

Non sapevo definire nulla e la cosa mi piaceva, diamine se adesso mi piaceva.

Guardai Berenice quando si tolse il casco per salutarmi dopo una giornata unica.

Aveva gli occhi di chi ha tanto da dire, ma non ha bisogno di parole per farlo. I capelli dalle sfumature blu, che intonavano col celeste dei suoi occhi. E tante cose da dire tramite le sue carezze, senza ricorrere a chissà quale esperienza.

Berenice. Anche quel nome si poteva interpretare in più modi.

Berenice, Berenice, Berenice.

Eppure lei, piccina di statura, ma con un fisico slanciato verso l’alto, riusciva con quella sua risata buffa a far sì che quei miei due sé contemplassero, sino all’accordarsi in un uno solo: lei era il compromesso del mio sé.

“Ti va di andare al Soukra Park?” – feci con chi la voglia di conoscere ogni tratto di una singola persona.
“What?” –  mi rispose lei con l’espressione divertita di chi è cittadino del mondo solo perché sa l’inglese.
“Luna park, tonight. What do you think?”.

Masticavo inglese sconnesso dalla sua sintassi. Mi disse sì con un cenno e pensai, che a volte, basta tenere la bocca chiusa e la mente libera per poter essere felici. Una lezione che quella tipetta dalle poche parole, mi seppe dare già al primo sguardo.

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Aveva gli occhi di chi ha tanto da dire, ma non ha bisogno di parole per farlo.


Prossimo capitolo Sambuca – 15 – Figlio di nessun posto


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Sambuca – 13 – Il vagabondare del signor Miramare

Era mattina e appena sveglio davo una pacca sulla spalla a mio fratello.

Un messaggio brillava sotto il nome di Linda Silvestri.

“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sei andato via, sei stato lontano, ma il tuo cuore non era parte di te.
Era nel mio petto, a chiedere di battere al posto tuo perché in difficoltà.
L’ho fatto battere Francesco… io ti amo.

La tua Linda.”.

Quel messaggio era cambiato come una versione di latino passa da internet.
Un telefono senza fili 2.0 dove un paio di parole cambiate facevano la differenza.

Chissà se fossi salito per primo dal mare.
Chissà se avessi letto quel messaggio.
Chissà se non ne avessi fatto una morale su uno stupido codice di sblocco e avessi cancellato quella L. Perché lasciare una L dopo tanti anni? Pigrizia o altro?

L’amore surrogato prolungava una sera figlia di domande.
D’altronde Linda era questo: un surrogato di sentimenti che non trovavano equilibrio ma che continuavano a coesistere al suo cuore troppo testardo per perdere.

Una pietra sul mio passato fu messa. Ma qualcosa ancora mancava.

Giordano come me passò gran parte della giornata a letto. Eravamo tornati più piccoli quella mattina quando tornai dalla notte in spiaggia. Decidemmo di dormire per quasi mezza giornata, e al risveglio trovammo di nuovo il sorriso delle due sudamericane.

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Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Melicia gridava qualcosa tipo dormiglioni in spagnolo. Lo capii dal loro gesto, ma anche loro dovevano essersi svegliate da poco. Era un modo strambo per risolvere una situazione ambigua.

Girammo la città promettendoci di rivederci, tutto dopo che Melicia mi portò in uno spazio appartato del museo nazionale del Bardo. Tra reperti romani e resti di Cartagine, io ero lì, con una mano tra le cosce di una donna spagnola a festeggiare la globalizzazione.

Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Ricordo quel suo tatuaggio sulla gamba. Una bandiera spagnola avvolta su una donna. Lei si spogliò. Coglieva al volo le occasioni e in quel punto sapeva che saremmo rimasti soli. Poi sparita, via, per il mondo. Una pagina di un libro senza capo ne coda che prendeva il nome di “esperienza”. Ma esperienza…di cosa? A rifarlo? Al non legarsi? Oppure al non farti scappare la prossima volta una donna con la quale hai condiviso solo del sesso?

Ci salutarono in maniera focosa, quasi a voler testimoniare che il luogo comune delle sudamericane calienti fosse un dogma sicuro.

“Chissà cosa provano”, mi chiesi mentre salivano sul taxi che le avrebbe portate all’aereoporto.

Ragazze con la quale parlammo a gesti e nient’altro.

*

Camicia blu notte con dei gabbiani su a fantasia. Cambiai gusto e iniziai a vestirmi anche meglio. Dissi a Giordano che sarei stato con Linda e lui non batté ciglio. Anzi, era proprio sua la camicia. Ci dividemmo quella notte, con lui ignaro del fatto che avrei preferito stare da solo. In fondo anche lui si divertiva a fare il solitario nei viaggi.

Io mi divertivo meno, ma vivevo di notte: un lupo senza branco, ma senza il sorriso da una notte da leoni.

Senza di lui non ci avrei saputo fare, mi dissi, con la convinzione che tutte quelle donne bastavano e avanzavano per i miei viaggi. Un istinto che giustificava la mia mancanza, quasi come se improvvisamente sentissi Penelope lì, al mio fianco. Non sapevo più chi e cosa fosse per me. Ma la pensavo.

“Reggimi ancora una notte” chiesi al muro sotto il lampione incapace di sentirmi. Altro campeggio? Era un’idea. Ma sentivo un blocco dei miei movimenti, un blocco delle mie future scelte, non mi sentivo di chiamare Linda.
Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.
Avrei fatto semplicemente ciò che desideravo rimanendo da solo.
Non volevo sentire più quanto ha pianto una donna per il suo uomo, né volevo essere il contrario. Non volevo più usare premesse nelle frasi per piacere agli amici di. Non volevo più essere normale perché la pazzia era fuori discussione. Volevo essere me, me stesso!, che risolveva tutti i giochi del perché, fatti col sorriso.
Mi si allagarono gli occhi quando mi riaccorsi che avanti a me avevo il mare. Lo puntavo sempre e non a caso ero diventato il signor Miramare. Un allagamento dolce, una fine tiepida per degli occhi che preferivano il sale dell’acqua di mare a tutto quel forte male. Lacrime che bagnavano chi ora sentiva fosse arrivato il momento di lasciarsi andare, come consigliò una ragazza indiana.

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Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.

Tamara. Mi apparve il suo nome così, come quel mare. Sii brezza… e cose così. Me ne aveva dette molte e ora dov’era? E Penelope? Mi interessava sapere dove fossero le donne della mia vita che difficilmente avrei rivisto. Quelle che mi avevano detto “ti amo” cercando i miei occhi e che difficilmente li avrebbero riguardati così. Ora valevano quanto una ragazza salutata nel pomeriggio, alla quale non ero minimamente affezionato. Un po’ la stimavo Melicia, come quella stima che hanno i vari viaggiatori tra di loro. “Hai coraggio, giri il mondo, mi piaci” è il loro mantra.

Ma cambiai idea e decisi che quella sera qualcosa avrei fatto. Lo giurai su tutti i momenti che avevo buttato a fare domande che nessuno aveva voluto sentire. Ne avevo passate… e per chi? Non riuscivo nemmeno più a pronunciare il suo nome ad alta voce. Sembrava tutto un sogno. Non solo quel nostro stare insieme, ma la mia vita. Sembrava che io rifiutassi il mio passato, come quando lei se n’era andata e rifiutavo il futuro. All’inizio sei fermo, immobile, avvolto in vecchi abbracci, parole. Poi non fai altro che andare avanti e smetterla di guardarti indietro. Un cuore calpestato è così: all’inizio gambero, dopo leone.
Linda da qualche parte mi aspettava. Sì, anche lei adesso. Questo pensiero mi smosse: ma sinceramente, a me, cosa importava?
Si era fatta sera, mi alzai e feci quello che sapevo fare meglio su una spiaggia: camminare.

Ero convinto di aver percorso tutta la costa dell’Africa quando mi persi nella riflessione che non avevo nemmeno amici veri. Di quelli che si vedono nei grandi film. Pensavo a questo mentre camminavo. Che allegria. Oltre a Giordano, forse ne era rimasto qualcuno che non avesse il mio sangue. Pensai di chiamarlo, ma il telefono che mi rubò quel simpatico signore Indiano, non ebbi il tempo di sostituirlo. E forse era meglio così, ma adesso avevo bisogno di fare la mia telefonata.

-Excuse me,can i have … a phone, telefonata…?

Ero arrivato in un posto molto bello, forse apparteneva a qualche albergo forse no, ma c’era un gruppo di ragazzi e pensai che chiedere il telefono per sentire quella vecchia voce non era una cattiva idea. Renzo. Io, Renzo e Gianni.

Sì, c’era anche Gianni. 3 amici inseparabili che crescendo avevano abbandonato la presunzione per vivere l’umiltà. Chi più e chi meno. Pensavo a cosa ci accomunava e quasi non lo ricordavo più, mentre guardavo quei completi sconosciuti. I ragazzi mi guardarono non benissimo, poi risero di scherno, ma si limitarono a questo.
Vidi dei liquori sul loro tavolino di plastica. Non l’ideale per un falò. I ragazzi dovevano essere inglesi, o belgi dalle facce che avevano. Europei sicuramente. Facevo come i PR nei luoghi adatti per ragazzi: provavo a riconoscere le sfumature dei loro visi. Guardai poi i liquori promettendomi che li avrei assaggiati tutti entro la sera. Una promessa che feci ad un ego e un coraggio martoriati da una storia finita male.
Mi tolsi la camicia e la lasciai affianco a una di quelle sdraio dove sedeva una ragazza dai capelli mori che sembravano blu.
“Quanti problems vi fate youngs… ceh, boys… vabbé come vi chiamate vi chiamate… è stato un piacere! Breve ma intenso. – Poi chiusi le mani a pugno e prima di andar via, ubriaco senza bere, dissi –short but hard. Correct?

E me ne andai citando Dante col suo “nel mezzo del cammin di nostra vita!”, giusto per mostrare un minimo di patriottismo culturale.
Dissi quello che avevo nella mente, come i bambini quando si svegliano felici e non sanno cosa vogliono se non il tutto. Altro che petaloso, short but hard! Aveva senso?
Mi tuffai. Il mare lavava quella spazzatura emotiva che mi portavo addosso. Quello che non si ricicla. Una ragazza era alla riva. Era la morettina dalle sfumature blu. Mi dirà di chiamarsi Berenice. Di Londra. Doveva essere bella Londra. E lo era, come lei. Look originale, quanto la mia camicia. Era tornata per riportarmela fu la sua scusa, mentre la sua mano e il caso la portarono da me con una Molinari nella mano destra. Berenice era così, sapeva sempre cosa ci voleva per rendermi felice, anche prima di conoscermi.

Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.

-You don’t have a phone. Really?
-Yeah… yes. But do you have a Sambuca. What else?

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Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.


Prossimo capitolo Sambuca – 14 – Berenice


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Sambuca – 10 – Lontani da casa, è sempre HANGOVER

Il vento caldo entrava dalla finestra spostando la tenda.

La stanza odorava di alcol e piscio.

Volevo andar via quella mattina, andare via dall’India.

Qualcosa mi portava lontano ma avevo il gran timore di dirlo a Giordano.
Sarei stato la Pantera Rosa se non avessi trovato la stanza così. In quel terribile stato.

E adesso. Attraversai la stanza e vidi Giordano steso con una bottiglia in mano.

Sarà buffo ma pensai “è Sambuca?”. Ormai quel liquore era un compagno di avventure. Un amico.

-Io non ci sto a capì un cazzo – sussurrai.

Giordano aprii gli occhi. Non aveva una bella cera.

-Gr…gr…graa…

La tenda attirò la mia attenzione più del tentativo di parola di mio fratello. Svolazzava quasi come in segno di saluto. Sembrava sapesse a cosa andavamo incontro e ci preparava con il suo agitarsi. Vento caldo per cuori freddi.

-Giordà! – gli feci.
Gli strappai di mano la bottiglia e feci un sorso di Sambuca. Quel mio atteggiamento quella mattina, trovò riscontro lì. In quel sorso.

-Graaaandissimo coglione io ti ammazzo! – urlò all’improvviso, tentando di afferrarmi. Trovò rovinosamente il pavimento piuttosto che la mia pelle.

Mi alzai. – Ma che cazz e fatt qua dentro?!
-Io? Mi scusi signor Nuova Dehli. Ha visitato tutta la città …SENZA DARE SUE NOTIZIE IN CULO AL MONDO?!
Yvonne doveva essersi svegliata e aver raccontato tutto. In quel momento uscì Nicoletta dal bagno.
Scene da Una notte da Leoni: Nicoletta aveva i capelli azzuffati e una mano sul seno a cercare i suoi vestiti.
Non salutò. Aveva avuto il sesso, bastava e avanzava per tornare all’educazione della sera precedente.

-Giordà io me ne vado – ripresi.
Riattaccò col dialetto. Era tipico quando litigavamo, – Ma aro cazz vaje tu…
-Giorda me ne voglio andare in Perù – esclamai senza senso. Era frutto di un’idea figlia di una filosofia mattutina.
– Frate tu te si drogat!
-…mmm… non è la cosa principale che mi è successa. Comunque, io parto stamattina. Ma… qua dentro che hai fatto? La guerra?
-Con me stesso ho fatto la guerra. Tuo fratello lascia a bordo piscina una francese ubriaca … così… senza senso. Comme a nu strunz…” disse fallendo il suo primo tentativo di alzarsi e ricadendo culo a terra, abbandonato da una mano scivolata su un letto malfatto.
-E che hai fatto, o poé?
-Mi so disperato.
-Ah così?
-Sì così.
-Naaaah. Ti credo poco. Mi faccio la valigia va.

-Ma chist’ che ha passat…? – fece a gran voce Giordano, che finalmente riuscì ad alzarsi.
Nicoletta apparve da questa cucina a petto nudo, incurante della mia presenza. Forse la mano che la copriva in precedenza serviva a mantenere un seno troppo grande per la schiena appena sveglia. Aveva perso quel minimo di pudore mentre baciava la schiena di mio fratello. Non finì nemmeno di fare colazione.
Quando finì la valigia ero convinto di dover partire da solo. Era successo davvero qualcosa dentro di me e avevo voglia di lasciarlo fare.

Subire me stesso.

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Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

D’altronde tutti siamo yin e yang. Luce e oscurità. 0 e 1. Non potevo fermarmi. Anzi. Non avrei potuto fermarlo.

-Senza di me non parti.
Giordano stava vicino alla porta con tanto di zaino in spalla.
-Perché cazzo vuoi andare in Perù?
-Non lo so, mi piace l’idea.
-Magari un’altra volta. La Tunisia ti va bene?

Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

Vattene. Non passerai mai più una notte così bella. Vattene per me. Vattene perché mi ami, ma non azzardarti a dirmelo. Amami in silenzio ogni volta che guarderai davanti a te con la voglia di esplorare. Guardami quando non ci sono. Ma non restare adesso. Vorrei farti restare, ma egoisticamente. Vai via adesso. Fallo per me e sorridi… che… che io sarò lì, tra i tuoi denti e quell’angolo delle labbra. Felice quando lo sei tu. Fai ciò che desideri e se non sai cosa vuoi, esplora”.
Tamara non mi diede il tempo di dirle nulla. Neanche un vero bacio. Mi innamorai di quell’atteggiamento: nelle sorprese e nel libero modo di agire trovai gratitudine.

Avrebbe lasciato il suo lavoro. Si sarebbe dedicata alla famiglia. Poi ai viaggi. Pensavo questo, perché mi attaccavo all’idea di lei. Ma era quello che lei non voleva. Voleva che quella notte fosse unica così da rimanere indelebile.
Ricordavo quelle parole guardando Giordano, il polo opposto di quella notte magica. Non era passata nemmeno un’ora, ma sembrava molto di più.

-Andiamo. Qua non puoi restare.

Jordie, sarebbe venuto comunque. Inutile opporsi. Sarebbe stato la mia eccezione alla regola.

“Non ti lascio solo”.

Era strano sentirlo così.
Un canto stonato arrivava da quel bagno che nonostante piccolo, sembrava potesse ospitare il mondo.

-Aaaaaaaah la france la vieeee! La vieeee en rose!

-Ma è Yvonne?
-Non sai che ti sei perso.
-E Nicolet…aspe… tutte e due.
-Due pazze.
-Ma come…?!
-Come? Come no! Eddaaaaai, non guardarmi così! L’India è un mistero! Come te fratello, come te.
-Su questo, senza dubbio, hai ragione.

La vie en rose impazzava per il Tivoli. Due donne non sapevano cosa stava succedendo e neanche più chi fossero.
E noi scappammo. Scappammo con la voglia di chissà cosa.

E io, gli occhi pieni di lacrime, a capire che puoi amare anche senza dover restare.

Jai guru deva om Tamara. Ti saluto Tamara.

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-Non sai che ti sei perso.

Prossimo capitolo Sambuca – 11 – La terrazza di Tunisi


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Sambuca – 9 – Per essere felici bisogna dimenticare

-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte. È stato qualcosa di… incredibile! Non hai mai saputo dirmi no. Ti ho trasformato in uno Yes Man!

Le lasciai questo merito. Tamara era stata incantevole, eppure io quella risposta non l’avevo fatta ancora mia. La felicità è una convinzione che applichiamo per poterci gridare felici di cose apparentemente futili, un assaggio di cose che sembrano belle, un insieme di piccole cose e personali definizioni.
Per me era così. Almeno prima di conoscerla. Prima di quella notte.

L’alba si faceva più lenta del solito in una serata che non aveva alcuna intenzione di finire.

-Perché hai avuto così paura davanti a… gli intoccabili?

Silenzio.

Cambiava passo, sembrava giocasse, ma non era così: solo un viso esperto può nascondere storie personali e lei ne aveva una da raccontare.

Provai a riaprire bocca ma mi fermò:

-Ti prego… no. Non chiedermelo ancora.

Perplesso, ma comprensivo continuai la strana passeggiata affiancato dal fiume Yamuna, scorgendo il primo sole del Taj Mahal. Tra pensieri ricchi di bellezza e ricordi.

Non avevo più tante parole, ma soltanto gesti. Tolsi le mani dalle tasche e passai dietro Tamara. Abbassai la testa sul suo collo, così per farla sorridere e cacciar via tutto ciò che potesse nel ricordo farle male. Sembravamo una coppia felice, di quelle che vedi negli studi dei fotografi per farsi pubblicità.

-Sono riuscito a farti sorridere. Sai, era l’unico modo che avevo per permettere al sole di uscire.

Era tutto così… magico.

Si fermò, si girò verso di me e poggiandomi le sue mani al collo, iniziò a guardarmi il petto, incapace di alzare il capo.

-Promettimi una cosa – disse deglutendo della saliva come fosse un boccone amaro – se adesso scaccio tutti i miei pensieri, tu guarirai finalmente i tuoi.
Non siamo nati per essere schiavi del male a noi afflitto. Siamo continua bellezza che sulle rive del fiume aspetta una brezza che lo rinnovi e tu… ti prego! Prometti che tornerai ad esserlo, ad essere bellezza! Adesso insieme a me!

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-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte.

Affascinato dalle sue parole dissi “sì” con un sorriso e un cenno del capo.

-Vieni. Vieni con me.

La seguii.

Il globo sfidava la luce specchiandola in un misto tra alba e tramonto. A complicare il tutto delle candele che apparvero affianco a noi, portate dal vento che ‘carezzava le acque torbide del fiume.

Eravamo un po’ come quelle candele noi. Come diceva Tamara: bellezza.

Arrivammo davanti a un uomo con un copricapo bianco diviso a fasce. Il mento era ormai invisibile, coperto da una lunga barba bianca. La carnagione scura, il vestito bianco e i piedi nudi permettevano di capire che si trattava di una di quelle guide spirituali che spesso si vedono su National Geographic in quegli splendidi documentari sull’India. Quando l’uomo vide Tamara sembrava avesse il cuore in tumulto, come un padre davanti a una figlia.
Non la vide subito. Aveva gli occhi chiusi, le mani a mó di preghiera e le gambe incrociate che lo facevano risultare seduto su quello che probabilmente era stato un piccolo molo.
Venne verso di noi in maniera delicata e non parlò, ma si inchinò a Tamara con movimenti lenti che lo fecero apparire come uomo buono e umile. C’erano anche altre persone, le quali furono invitate a fare un passo in acqua, mentre noi raggiungemmo il piccolo molo. Tamara sussurrò qualcosa all’uomo e poi mi invitò a sedermi, gambe a penzoloni sul fiume.

-Hanno bonificato da poco questo lembo di terra – disse.
-Ah. Davvero?
-Sì. Purtroppo sì.
-Lasciami indovinare… qualche nuovo resort?
-Esattamente. Ma non credo ci riusciranno… non è una zona adatta.

Mi strinse la mano. Poi continuò.

-Mi portarono qui. Avevo 11 anni e avevo anche l’abitudine di giocare con una palla insieme ai miei fratelli. Una specie di calcio, non ricordo neanche piu. Ce l’avevano regalata due turisti italiani, che erano proprio originari di Napoli e giravano nell’India più povera.

Sorrisi. Piccolo il mondo eh?

-Ecco spiegata la tua simpatia per me – la interruppi ridendo.

-Erano sorridenti e calorosi come te. Li guardavo con aspirazione, come un sogno, ma mai con invidia. Volevo essere come loro… restarono con noi un paio di giorni: noi provammo a spiegargli le abitudini della nostra terra e loro raccontavano l’occidente. Ovviamente a gesti… e si capiva poco, ma mia madre lavorava in un ristorante dove si dava molto da fare con i clienti del “vostro mondo”. Li ascoltava, li osservava. Fu per questo che riuscì a comunicare tanto quanto bastava a quella famiglia, per un recapito. Le lasciarono un bigliettino che ancora oggi conservo:

“Renata Caruso e Federico Almirante – Piccoli Grandi Imprenditori” recitava il bigliettino.

La mia famiglia era molto povera e per loro tutto questo fu un segno dell’universo, del karma. Ma il destino era dietro l’angolo, sai com’è, e mia madre passata dinanzi a un gruppo di intoccabili diede loro in dono tutto ciò che quel giorno aveva. Ci misi un po’ a capire quel gesto, ma capii che era il modo di mia madre di ringraziare l’universo. Improvvisamente quelli che credevamo persone umili e povere si rivelarono sciacalli e convinti fossimo persone ricche, ci fecero del male.

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Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Uno di loro mantenne mia madre, un altro prese per il braccio mio fratello e altri due portarono via me.  Ero una sorta di loro ostaggio. Chissà in quale dannato film di Bollywood avevano visto una cosa simile se mai ne avessero visto uno. Mia madre mi diceva sempre che i bambini rischiavano di sparire in India ma io non immaginavo cosa potessero farmi. Mi portarono sulle spalle e io piangevo e urlavo. Arrivarono proprio qui. Mi picchiarono. A turno. Prendendosi gioco di me. Mi strappavano i vestiti brandello per brandello. Ero sicura che mi avrebbero venduto a qualcuno il giorno dopo, ma prima volevano testare il prodotto.

Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.
Il signor Sahni era lì intento ad effettuare abluzioni, ovvero le purificazioni dell’anima. Aveva parecchie persone con se quel giorno, che si posero tutte a cerchio attorno a me e ai rapitori. Videro tutto.
Potevano lavarsene le mani ma non lo fecero. Chiusi gli occhi aspettando che tutto finisse. Non ci fu un lottare. Forse erano troppi, forse chi mi rapii era poco organizzato. Riportarono me a casa e quegli uomini furono obbligati ad andar via. Fui incredibilmente fortunata. I segni dei pugni vanno via. Una violenza sessuale no. Soprattutto da bambina. Da quel momento ogni anno vengo qui. Porto ancora con me quel brutto ricordo e per questo oggi ho ancora paura quando vedo degli intoccabili per strada. La maggior parte di loro sono innocui e non cattivi. Ma quel giorno non mi permette di essere tranquilla in loro presenza.

Mia madre riuscì a mandarmi in Italia da quei signori che divennero i miei genitori. Ho vissuto lì per molto, a Milano precisamente. I miei nuovi genitori lavoravano lì. Mi sono laureata alla Bocconi, e ho visto anche la tua città… molto bella. Chissà se ci siamo già incrociati qualche volta! Appena laureata ho deciso di tornare e … poi ho conosciuto te al Tivoli. Chiaro ora il mistero del mio italiano?

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Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.

-Perché sei tornata? – dissi ammirato da quanto appena detto. Il mondo è una grande casa e noi tutti siamo incredibilmente sotto lo stesso tetto: a volte azzurro, a volte grigio, a volte blu.

È incredibile quante storie esistano oltre il nostro naso e oltre il nostro instagram.

Oltre le nostre agiatezze e il nostro avere il pane a tavola… che alla fine è il miglior conforto.

Davanti a me storie infinite che nemmeno il migliore dei film può raccontare, si affacciavano sottoforma di un mondo da visitare, da scoprire, da affrontare.

– Sono tornata per mia madre… per dirle grazie. E probabilmente per restare un po’ e poi tornare a viaggiare. Magari con la mia famiglia… per mostrargli il resto del mondo.

-E tuo padre?

-Mio padre è un tuttofare. Ha trovato un buon lavoro anni fa. Ha studiato informatica ed è questo che gli ha permesso di salvare la mia famiglia. Quando ho saputo del suo lavoro volevo tornare… ma me lo impedì. Chiamò direttamente i miei “genitori italiani” dicendo loro che gli studi erano più importanti di tutto. Quando partii mi disse:

“anche la più lunga camminata comincia con un passo.”

Ci guardammo. Non aveva motivo di spiegarmi quella frase. La baciai.

-Non mi aspetto che tu rimanga qui con me… ma… vorrei che il tuo sorriso rimanesse sempre quello che hai fatto ora a me. Vorrei che fosse sempre così, sempre il mio. “Il sorriso per Tamara”, vorrei lo portassi nel mondo! Così che chiunque lo guardi, senza saperlo, guardi anche me. Devi liberare il cuore… è per questo che siamo qui.

Poi si alzò e si abbassò il pantalone, incurante della presenza di quelle persone troppo attente a pregare. E poi si sa, il fare occidentale ormai era una spiegazione della sua sfacciataggine: una splendida combinazione con la sua parte orientale: era come l’alba e il tramonto insieme. Come quel cielo. Lei era quel cielo. Mi mostrò un segno sul lato sinistro della gamba, altezza gluteo. Era una brutta cicatrice visibile alla luce e non molto al tatto.

-Non l’avevo notata prima… in macchina.
-La bagno ogni anno… qui. Come segno di purificazione di quel male. Vorrei ricordarla come segno di te e non di quel male.

Istintivamente la baciai, per 10/15 secondi. Volevo davvero che in quell’angolo del suo corpo lei si ricordasse per sempre di me. L’accarezzai e poi le dissi

-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Mi alzai.
Ci fu il silenzio.

-Adesso tocca a me… vero?

Non rispose a voce ma con gli occhi. Con quel suo modo di fare che era simile a quello di chi conosce l’amore oltre ogni sua forma di egoismo.

Nonostante quanto detto avevo bisogno di una piccola dose di coraggio.

Mi toccai la tasca, intrufolata, una bottiglietta di Sambuca. Di quelle piccole. La presi. Pensai che aveva ragione quel pazzo di Giordano a partire e a portare queste bottigliette. L’aprii. Quel molo sapeva di altro, oltre che delicatezza.

Sapeva di spontaneità.

Volevo lanciarla in acqua. Tamara mi guardò.

-Siamo noi a dare un valore alle piccole cose? – le chiesi.

-Sì. Siamo noi.

-…Sambuca?

-È come ai Navigli qui, no?

-Più o meno… è come ai Navigli. Tutto il mondo è paese.

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-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Prossimo capitolo Sambuca – 10 – Lontani da casa è sempre hangover


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Sambuca – 8 – In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba

-Tu pensaci. Pensa a quante chiacchiere fatte per niente.
I mille ti amo, quella marea di baci dati, la compagnia nei momenti bui…
tutti mattoncini che non hanno retto a una folata di vento.
Anzi sai che ti dico, i mattoncini li mettevo io e basta, lei di nascosto andava lì e li toglieva quando non guardavo.
Io volevo costruire palazzi, lei non aveva neanche il coraggio di costruire un muretto…
dove andiamo?
-Hai una strana voce. Calda.

Era vero. Spesso mi succedeva quando mi sentivo appagato. Una voce più bassa, mi veniva automatica.
Pensavo a Giordano e a cosa si sarebbe chiesto quando non mi avrebbe trovato in stanza. “Tanto in stanza manco ci dorme” pensai.
La mia mano sfiorava e poi accarezzava la coscia di Tamara. Avevo deciso che quello sarebbe stato il mio posto nel mondo, almeno quella sera.

-Dove andiamo?
-Sembri Barry White. Uoaaaa… – fece imitando il verso del famoso cantante. Quante ne sapeva? Poteva tranquillamente prendermi per il culo, non mi importava.

-Dove andiamo?
-…fanculo. Non te lo dico.

-Allora accosta.

Era divertente il fatto che ascoltasse tutto tranne quella domanda. La baciai prendendole la faccia tra le mani. Un bel bacio. La feci sorridere e ridere. Il suo imbarazzo quella sera divenne la mia forza.

La mia voce dopo quel bacio tornò pesante.

-A Napoli si dice che chi sa portare la macchina tra le strade della città può portarla in tutto il mondo. Credo sia arrivato il momento di dimostrarlo. Guidami che guido io.

Voleva dirmi di no, ma la banalità non sapeva nemmeno dove fosse di casa e me alla guida poteva essere per lei motivo di maggior divertimento.

-Ok. Tu le braccia, io la mente.
-Non ti esaltare…

*

Diamine se era bello guidare quella strana Chevrolet. Correva quella macchina. Sembrava volesse dimostrarmi che gli anni non l’avessero scalfita neanche un po’: un mucchio di ferraglia voleva essere la regina delle macchine indiane.
-Destra, la prossima a Sinistra…sì… ora vai dritto e punta sempre a Nord.
-Ma c’è un muro!
-Ma come? Il buon Harry Potter è arrivato solo qui?
-Tu sei pazza!

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Diamine se era bello guidare quella strana Chevrolet. Correva quella macchina. Sembrava volesse dimostrarmi che gli anni non l’avessero scalfita neanche un po’: un mucchio di ferraglia voleva essere la regina delle macchine indiane.

Girai a Sinistra.
Lei urlò come se fosse sulle montagne russe. Si era aperta appieno alla sensazionale forza della follia e tutto grazie al nostro incontro.

-Vai dove vuoi, basta che punti lì. – disse indicandomi un fiume. Ce l’hai un po’ di orientamento o no?
-Senso dell’orientamento? E certo! Ma non conosco l’India sai com’è.

Agitò la testa fuori dal finestrino per prendersi il vento della velocità che le spingeva indietro i suoi capelli. Phon naturale.
Era buia Nuova Delhi. Non eccessivamente grazie alle stelle rimaste e un cielo che passava dal blu notte a un dolce verde acqua con sfumature di viola. Chissà se quel colore era colpa dell’equatore o del fatto che ero stato drogato un paio d’ore prima.
Arrivammo davanti a questo fiume. Ma dinanzi a noi un uomo e una bambina si fermarono. Non avevano un’aria cattiva.

-Non indicarli. Aspetta. Aspetta che vadano via. – disse Tamara con non poca paura. Provò a nasconderla dietro ad un altro sorriso la sua paura, ma le si leggeva negli occhi che qualcosa non andasse.

Aveavano un aspetto molto povero.

-Sono degli Intoccabili. La casta dei più poveri. Dai, vai, sono andati via.

In India funziona a caste sociali. Un po’ come a Roma, ma più poveri. Pensai di chiedere a Tamara il motivo di quella paura, ma il suo sorriso vero era sparito e cambiai discorso per far sì che tornasse.

-È il Gange questo?

-No.

-Non hai paura a quest’ora?

La paura è una condizione d’animo per me. Ci sei tu stasera. Ho solo paura che tu non sia felice.

-Perché?

Behatareen samay subah hai!

Erano assurdamente le prime parole che sentivo in lingua locale in un’india tanto italiana quanto assurda.

Una donna con la quale avevo appena fatto l’amore mi faceva segno di seguirla.
Era bellissima e non avevo bisogno di dirle qualcosa per farla stare bene. Bastava che fossi lì. Poteva dire di tutto, ma mi bastava davvero soltanto guardarla.

E la guardai proprio come se la capissi, ma la curiosità mi spinse ad essere banale: – che significa?

-In India si dice che “l’ora più bella è quella dell’alba”. Dovresti saperlo. C’era scritto sul foglietto che avevi in tasca e ti ho rubato quando hai perso i sensi. È assurdo che non abbia mai valutato quanto sia bella l’alba qui. Forse lo sarà anche in altre parti del mondo, ma io adesso ho te qui, e credo che quell’alba finalmente … possa essere davvero l’ora più bella e voglio condividerla con te. È il mio dono per te. Allora? Che fai? Resti lì immobile?
Seguimi.

Quel caos era un ordine che nel mio silenzio non potevo che ascoltare.

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P.S.:

«In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba, quando la notte aleggia ancora nell’aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l’uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell’amore diventano Uno.»

(Tiziano Terzani – “Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo“)

Prossimo capitolo Sambuca – 9 – Per essere felici bisogna dimenticare


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Sambuca – 7 – Leoni Addomesticati

-A cosa pensi?

-Devo davvero risponderti?

Mi hai drogato in un paese lontano dal mio e non so manco più come cazzo mi chiamo. E perlopiù siamo due sconosciuti.

-Se lo fossimo non mi avresti seguita. Non lo hai fatto per gioco. Sei sicuro che non ti abbia conosciuto più io stasera di altri?

Questa frase mi turbò. Tutti i torti Tamara non aveva.

Chi siamo davvero convinti di conoscere?

La nostra famiglia. I nostri amici. Chi dice di amarci.

Ma è sempre così?

Penelope.

Che palle avere in testa un nome che in tutti i modi vorresti scordarti.

E sì: conoscevo più Tamara che lei. Nonostante fosse passata solo mezza giornata da quando l’avevo incontrata.

-È…è pericoloso qui. Dai chiamo Giordano.

-Il tuo amico?

-È mio fratello.

-Non vi assomigliate affatto.

-Lo so.

-…è più bello di te.

La fulminai con lo sguardo

-Seh.

-Ci offendiamo pure qui… allora c’è un piccolo sher dentro di te.

Sguardi.

-Un leone. Da noi si dice così. Sei un leone vestito da volpino.

-E questo come si dice in Indiano? Sherellin?

-No affatto. Si dice coglione.

Conosceva anche le parolacce.

Mi accorsi ancora che non avevo il telefono, come se fossi preso da sindrome della mano fantasma. Quel vecchietto indiano me l’aveva giocata sul serio.

-Manca qualcosa Sherellin?

Non le risposi. Cambiai voce. Quasi come se avessimo abbattuto tutti i muri della confidenza.

-Dove stiamo andando? Mi drogherai ancora?

-No. Sei già stupido così.

Tamara improvvisamente si fermò.

Ci fissammo, lo facemmo per almeno 15 secondi. Poi scoppiammo a ridere e mi accorsi di non essere l’unico a gesticolare come uno scemo quando scoppiava a farlo.

Ci fermammo e non parlammo più.

Non sapevo dov’ero.

Avevamo un grande istituto affianco a noi.

Non sembrava più la povera India.

I suoi occhi toccarono i miei.

Si gettò sulla mia bocca come se fosse legata ad essa da uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ero bloccato quasi.

Prima di quel bacio ne avevo dati tanti in vita mia, ma quello sembrava del tutto inedito.

Si accorse che qualcosa non andava e nonostante il modo in cui si piombò su di me, la sua bocca era delicata.

Dire che mi stuzzicò con la lingua non è corretto: semplicemente col corpo mi chiese di baciarla.

Per davvero.

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Si gettò sulla mia bocca come se quasi fosse legata ad essa come uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Non era il fato che ci aveva portato lì, ma il male che ci era stato fatto da chi in un modo o nell’altro aveva preso a calci il nostro cuore.

Non era compassione o desiderio di compagnia il nostro, ma era qualcosa di inetichettabile, che supera quell’ineffabile desiderio che certi baci a volte lasciano nella bocca di chi bacia per altro e non per quel momento.

Non ero abituato al sediolino del passeggero. Spesso guidavo in Italia.

Ci staccammo. Senza far rumore.

Io arretrai e non riuscivo ancora a guardarla negli occhi, quasi a dire a me stesso che non era più quello il mio posto. Vi direi che non sapevo il perché, ma sarei un’ipocrita dato il passato raccontato.

-Di solito mi trovavo sempre a darli dal tuo lato i baci, lo sai? – dissi a testa bassa.

-Ah sì? E com’è stare dall’altra parte?

-Bello. Davvero bello. Bellissimo…

Guardai la parte di sediolino che avevo liberato quasi come se le indicassi di mettersi lì.

Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore. Con una mano abbassò delicatamente il sediolino e si accoccolò attorno a me.

Mi sorrise imbarazzata. Rideva davvero come se nel sangue circolasse felicità e timidezza.

Io la guardavo ricambiando.

Mi toccò il naso.

Sembrava davvero un felino.

Cercava altri baci. Ma non forzati, naturali.

Mi baciò intervallando ad ogni bacio una frase.

-Questa è la mia università.
Bacio.

-La mia città.
Bacio.

-Le mie abitudini.
Bacio.

-La mia gioia.
Bacio.

-E…
-E..?

-E oggi ci sei tu.

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Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore.

Riabbassò gli occhi come quei bambini che compiono una marachella volontariamente.

Si nascondeva sotto le mani imbarazzata, cercandomi poi, con l’occhio che usciva tra l’indice e il medio.
Il suo sorriso avrebbe aggiustato qualsiasi marachella mi sa.
Capii che a me non aveva dato fastidio e mi andava di guardarla.
Nel silenzio mi toccò ancora il naso.

-La leonessa che è dentro di te sembra abbastanza docile.

Mi toccò ancora il naso.

Lo fece ancora.

E ancora, come fosse una zampa la sua.

La baciai e facemmo l’amore, senza staccare mai i nostri corpi.

Pensandoci eravamo fuori ad un college.

Di film e di campus ne avevo visti parecchi, soprattutto americani.

Ma il modo in cui successe tutto quella sera, non aveva eguali.

Posizioni strane, risate, gemiti e sudore misto a lucine blu e odore della semi-pelle di una Chevrolet.

E il suo odore e la sua delicatezza alternata a una focosità che mai appariva esagerata.

Quella sera l’India era insuperabile.

-Che cosa significa docile? Non so se ricordo questo termine – mi chiese quando finimmo abbracciati sul nostro sediolino a guardare l’università.

Sorrisi. Era difficile capire quando finiva di scherzare e sorprenderti per i suoi modi unici di fare.

Le toccai il naso. Lo feci ancora scrollando le spalle.

Provai a rifarlo e lei mi bloccò la mano con una presa.

-Adesso non sei più docile – le dissi.

-Adesso non esserlo più neanche tu.

Faceva caldo e Nuova Dehli era rimasta fuori da quella macchina con gli ammortizzatori ormai usurati dalla danza.
Una coppia di leoni si trovò e trasformò una gabbia in un hotel di lusso a 4 ruote.
C’era ancora da sudare quella notte.

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Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Prossimo capitolo Sambuca – 8 – In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba


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