L’ammore è ‘na femmena affacciat o’ barcon’

Sono libero di pensare a te
quanne me fa mal ‘a cap,
pecche sol ij sent o burdell
e sti piazz c nun fann rummore.
E sient,
e criature stann jucann ‘o pallon,
a signor o’ terz pian sta facenn ammore
e a zitell là sott s sta facenn nu bullore,
pecche ro purtier è gelos
ma iss o sape e nun a ‘ddon.

Vuless parla a te e sti crianzelle e sti scrianzat
“per poi ridere di me che sono sempre fuori”
comm cant Pino Daniele ngopp a stu telefn,
c sap e na vecchia radij
e di chilli messagg nuost figl e nata storij.
Un sax, una storia, tante storie,
bufere senza vient passano su Napoli e su di me,
nei giorni senza te,
senza tre,
c so chelli 3 cos
aro evma accummincia ro cap,
pecche “ij 3 cos bon agg fatt” cu tte
e non una di più.

Uard comm e bell Napl staser.
M par na nuvola e lot, famm e ammor.
L’agg semp vist accussi Napule.
Con odio, amore e comm uard a te a luntan:
ca passion e a speranzell
e te vere riman, ropp riman e diman ancor.
Comm rint a nu suonn re mij.
Chi o sape s ta raccuntaragg maje
ca alla fin
a signor ro terz pian for o barcon
chiagne
pecche l’omm suoje torna sul quanne c fa mal o core
e a zitell o pian e sott,
raccogl chelli lacrime un a un,
aspettann ca coccrun a buss
p nu cafe e p na notta sol,
p rimane na nott
na notta sol.

P.s.: Il Napoletano espresso, non segue a perfezione la grammatica Napoletana riconosciuta, pertanto esso si basa su una forma più vicina al parlato che alla forma scritta.

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vesuvio Federica Rispoli
Quadro di Federica Rispoli
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Liberato è … ‘o Munaciello

A Napoli c’è una leggenda popolare molto famosa, che come tanti napoletani ho avuto la fortuna di ascoltare dalle parole di mia nonna.

La leggenda parla di un uomo basso, incappucciato, che può arricchirti o mandarti in miseria. La nonna mi raccontava che se ti prendeva in simpatia, questo, quando nessuno lo vedeva, ti donava ricchezze. Ma, e sottolineo ma, se rivelavi la provenienza di quei soldi, ecco che su di te cadevano le peggiori sfortune.

Questo nostro attuale periodo storico, mi ha ricordato quei bei tempi, che di recente avevo dimenticato. Mi ha ricordato questa bella storia perché, oggi, in un mondo iperconnesso, c’è ancora spazio per le leggende.

Certo, non si diffondono come un tempo, eppur resistono. Mi sto riferendo a Liberato, il nuovo fenomeno musicale della scena napoletana.

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“Nascetto cu ‘o scartiello, curiuso e piccerillo, nunn’è maje stato bello, ma tene ‘a cerevella” G.Iodice

Chi è Liberato?

Eh. Vorrebbero saperlo tutti. Il 9 Maggio 2017, Liberato fa il suo debutto su Youtube, proprio con una canzone intitolata 9 Maggio, a cui faranno seguito altre 5 canzoni. I video di Francesco Lettieri, autore di video indipendenti, le tematiche napoletan-popolari adottate, le basi fatte in sala mixer che si sposano con testi in dialetto mescolati anche all’inglese, completano il quadro di un’artista (sicuri che sia uno? E chi lo sa?!) capace di riempire il lungomare Caracciolo con ben 20mila fan del concept Liberato. Concept sì, perché appare troppo difficile comprendere a chi piacciono le canzoni di Liberato e chi è soltanto incuriosito da questa brillante mossa di marketing.

Ultimamente si è detto che l’autore possa essere tale Emanuele Cerullo, poeta urbano di Scampia, che in alcune sue poesie ha usato frasi simili a quelle del cantante. Cerullo era comparso 7 anni fa a Domenica In. “L’ho inventato io!” urla da qualche parte Pippo Baudo. Ora, chi sia l’autore ancora non è detto. Che sia lui o meno, se Cerullo ammettesse di esserlo, probabilmente non finirebbe qui la storia dell’uomo incappucciato. Il cantante,  è veramente un totoliberato. L’autotune fa miracoli, e con una voce leggermente intonata, anche uno di noi potrebbe cantare che “ten’ ‘o cor’ ca’ nun po’ purt’ pacienz”.

La partnership con Converse

Si osanna lo storytelling della storia d’amore al centro dei video. De Magistris in piazza non si è perso il concerto. Ragazzi che parlano di Liberato come paladino della città e di chi non ha la voce per dirlo.

Le canzoni sono coinvolgenti, ok, ma ragazzi… sono vuote.

Beh. Questo munaciello ne ha di bocche da sfamare di ideologie.

Dal terzo video “Gaiola Portafortuna” si è inserito come sponsor numero 1 Converse. Partnership proseguita anche nel concerto del 9 Maggio 2018. L’ideologia che sposa il brand.

Rifletto ancora sulla mia esperienza personale. Nel programma trash (e che forse ha permesso alla parola trash di diventare di uso comune in Italia) “Uomini e Donne“, è sempre più frequente la scelta di tronisti Napoletani che marcano a fondo lo stereotipo di una certa Napoletanità. 3 su 3 al momento, mi dice mia madre, che ahimè provo a distogliere dal programma un giorno sì e un giorno no, finché qualche volta non crollo proprio io in chiacchiere banali al riguardo.

Liberato non è il primo a usare forti stereotipi, penso. È soltanto il tentativo 2.0 di portare uno stereotipo alla sua evoluzione. Lo stereotipo che diventa non più sottocultura, ma cultura vera e propria per i suoi fan, di tipo nazional-popolare, sotto un cappuccio di stoffa (ma anche ideologico-commerciale), alla portata di tutti. Un modo per vendere il senso di appartenenza ad un marchio.

Il “pirandelliano bucchinaro”

E se qualcuno rivelasse tutto? Un bel giorno. Così, d’un tratto. Si parlerebbe ancora del paladino napoletano? Quello che butta l’arte fuori dal quadro e ci mette la sua felpa e il suo paio di Converse? Quello studiato a tavolino in posti che potrebbero non essere nemmeno Napoli? Quello che dopo un concerto di 6 canzoni, in un evento unico, l’unica cosa che riesce a dire è “ragazzi non vi accalcate”? Magari è di cuore buono. No, quest’ultimo punto è un po’ politically uncorrect…

Liberato è ‘o munaciello. Uno che fa del non rivelarsi un modo di arricchire chi gli sta dietro e di quel suo banale essere senza volto, un modo per influenzare la società moderna, non soltanto Napoletana. Un altro concerto ora, il 9 Giugno, a Milano. In quella città dove la rivista Rollingstones lo intervistò, agli inizi, e chissà come si intervista un’entità (ce ne vorrebbe una al munaciello per chiedergli che cazzo si innervosisce a fare se lo sgami!).

Se rivelavi l’identità del munaciello, questo, ti faceva i peggiori dispetti dopo averti arricchito. Se riveli l’identità di Liberato, invece, smetti di fare arricchire alcune persone e dimostri che il senso di appartenenza ad una cultura napoletana è stata solo una moda di passaggio. Se inizi a pensare, quando scegli la tua musica, magari riesci a non farti vendere ciò che ti spetta di diritto: appartenere alla tua città, come e quando vuoi.

Liberato dopo un concerto di 6 canzoni non è riuscito a dire nulla più di un “ragazzi non vi accalcate”. Sicuri che siamo di fronte a un fenomeno culturale?

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Liberato sei tu, il tuo amico, la tua ragazza. O almeno è questo che passa dall’uomo senza volto: una mossa commerciale venduta come Napoletanità. “Mi sapresti recitare il 5 Maggio?” “Comm! 5 Maggio, te scurdat…” (vedi video sopra di “Alici come prima”)

Sarri, il comandante

Perché questo è un Comandante, non un semplice allenatore di calcio. E il calcio ha smesso di essere un gioco da un bel po’.
Ci sono altri problemi nella nostra società, è vero, ma questo è dei più piccoli e dalla base bisogna partire per mostrare la forza del cambiamento.
Ci irritiamo per un gioco perché è ciò che ci è rimasto.
I giocatori di squadre di testa guadagnano più di quanto gli è dovuto (ma tante volte), ma perché? Perché per un gioco vedo girare tanti soldi quanti ne girano in parlamento?
Il calcio non è più un gioco, ma un linguaggio, che parte dalle squadrette di periferia sino ad arrivare negli schermi delle nostre case, di appassionati e non. Ne parlano nei telegiornali, spesso anche a discapito di notizie importanti. Se parli di calcio con un ragazzo in spiaggia che viene dall’Africa, troverai punti in comune su quello che è un linguaggio universale e non più un semplice gioco.
Ora, quanto successo in questo weekend, mi porta ad un ragionamento, per me una settimana fa a Capodichino, assurdo: io spero che la Juventus F.C. vinca lo scudetto (cosa peraltro probabile al 99,9%).
Me lo auguro perché una squadra quotata in borsa, di proprietà di una delle più potenti (se non la più potente) famiglie italiane, che “disegna” con operazioni di marketing i propri supporters, deve vincere la battaglia per perdere la guerra.
E saranno molte le mosse di questa società vincente per proteggersi: una su tutte il sacrificio della vittima sacrificale, il coach Massimiliano Allegri. Parole sue: parlare troppo di schemi è il male del calcio italiano. Uno così, saccente e incapace di gestire la sua superbia, fino a permettersi di parlare con gli arbitri dopo una partita calda, può rimanere la punta di una iceberg di una società che fa dello sport meramente un’immagine?

Bidoni dell’immondizia al posto del cuore

Nel campionato della paura è uscita fuori tutta la mentalità “vincente” della Juventus F.C..
Prima di affidarmi a moviole e giudizi di parte, mi affido al buon senso, all’istinto e all’intuito e quindi, di conseguenza, alla deduzione.
L’atteggiamento di Buffon in Champions è figlio del suo essere costantemente un vincitore, che, trovatosi dinanzi al potere europeo del buon Perez, impazzisce e richiama l’arbitro all’attenzione europea per la sua mancanza di sensibilità. Se la partita di sabato sera fosse stata non Inter-Juve, ma la ormai famosa Real-Juve, dove la Juve avrebbe ricoperto il ruolo dell’Inter, avremmo parlato di bidoni dell’immondizia al posto del cuore di Orsato?
Allegri. La sua infinita saccenza. La discussione con Adani è la fine del calcio Italiano. I giornalisti che parlano di schemi sono la rovina del calcio italiano secondo il buon Max. Ma come si fa? Come si fa a sentire il tecnico vincitore degli ultimi 3 campionati sostenere una tale logica (paragonandola col basket, in un paragone che il buon Adani distrugge in pochissimo tempo)?

Sarri è un comandante. Uno che di questa vita calcistica, dopo i mozziconi sprecati su schemi e campi di calcio, ha deciso di entrarci in questo sistema. “Me lo merito” avrà pensato quando arrivato al Napoli, e figlio di anni di gavetta si è goduto un mondo d’affetto e maggiore fortuna economica per lui straordinario. L’apice.
Eppure ha dovuto fermarsi. Un po’ perché in questo campionato gli schemi sono “la rovina del calcio italiano”, un po’ perché vincono i più forti sul campo, ovvero quelli che giocano in 14 piuttosto che in 11. Giusto Max?
Ho criticato, come un ragazzo da bar, alcune scelte del Comandante. Si sa, in Italia e soprattutto nella realtà che conosco meglio, ovvero Napoli, ci improvvisiamo tutti allenatori e direttori sportivi. Ma me ne pento. Me ne pento perché provavo a parlare di sport quando di sport non si parlava più.
Si parlava di guerra dei colletti bianchi, e il nostro Comandante, così come ADL definito pappone dai muri di mezza città, il colletto ce l’hanno azzurro.
Uno fa cinema e imprenditoria e sa che gli investimenti vanno fatti quando c’è ipotesi di guadagno (voi lo comprereste un top player in un campionato già deciso a tavolino?); l’altro, fa della sua voce e della sua bravura, la rotta di una città tutta che si mobilita solo quando può divertirsi (abbiamo altri modi di mobilitarci laddove le istituzioni non ci sosterranno mai?).

Droga e rivoluzione

Il calcio è una droga. È il nostro oppio. È per noi ciò che è la storia per la politica. Girano i miliardi ma non possiamo farne a meno. L’ho provato sulla pelle, rinunciando a vedere tante partite, ma a piangere sul gol di Koulibaly così come su quello di Icardi sabato. Anche per il tossico qualcosa ha importanza in un mondo fatto di siringhe sporche di AIDS, scrivo, provando a fare l’Irvine Welsh italiano, che al posto degli aghi mette i palloni.

In famiglia abbiamo tre Fiat. Ci pensiamo da un po’, vorremmo venderle. Magari rottamarle direttamente. O incendiarle come in un gran gangster movie che si rispetti.
E tutto perché il calcio non è una cosa seria, ma non è nemmeno un gioco.

Ed ecco che la rivolta, l’unica per noi possibile senza che si affoghi nel sangue, deve partire dalle parole di chi magari a casa ci torna col portafoglio un po’ più pieno, ma con il cuore vuoto per non aver saputo omaggiare i suoi sostenitori.
Perché Napoli oggi è di un Fiorentino. Uno nato a Napoli ma cresciuto a Firenze. Dove è finito tutto. Dove anche vecchi avamposti della resistenza si sono trasformati in avvoltoi per divorare le carcasse dei nostri.
Le sue parole echeggiano nell’aria.
“Prima o poi tutto finisce”.
E come è crollato il nostro sorriso domenicale, crollerà anche il potere dei colletti bianchi.
Anzi, bianco-neri.

Gomorra 3 è iniziato alla grande

Ciro Di Marzio in Bulgaria, Gennaro Savastano che scopre l’imprevedibilità del mondo criminale, Scianel e Patrizia che fanno il loro ritorno in scena e Sangue Blu, la nuova comparsa criminale che prende il nome di Enzo Villa.

Questi sono gli eventi fondamentali per entrare nei meandri del crimine napoletano rappresentato nelle prime 4 puntate della terza stagione di Gomorra – La Serie.

Eliminato Fortunato Cerlino nei panni di Don Pietro, Napoli è vittima di nuove guerre e soprusi della cammorra organizzata. Organizzata mica tanto: in questa serie sono, sì, rappresentati i “potenti”, ovvero quelli che si dividono Napoli seduti a tavolino (credevate che dopo Cutolo il crimine non fosse più così?), ma c’è anche spazio per volti nuovi che fanno del gruppo e dell’omologazione un elemento fondamentale per contendersi il potere.

Ciò che balza agli occhi in questa nuova serie è sicuramente la bravura nel narrare una serie, in passato a tratti Shakespeariana, a tratti da popolino, in maniera nuova: il marketing ha fatto da padrone in campagna promozionale (e ora sui social), ma adesso conta la qualità. Eh sì, per fare una serie che duri nel tempo è necessario tenere alta l’attenzione per un bel po’ e se, il successo sembra in ogni caso assicurato, adesso non si scherza più.

Claudio Cuppellini firma i primi 3 episodi dove ci si ricollega al passato per poi chiuderlo definitivamente. Gennaro lascia che Ciro si sbarazzi di Malammore, e poi lo lascia andar via. Un uomo finito il Ciro interpretato da Marco D’Amore, privato dei suoi affetti dalla sua voglia di potere. Eppure Cuppellini ridisegna il personaggio ancora una volta, nella terza puntata, mostrando la vita nuova di Ciro sotto il bulgaro Valentin. Ciro è l’elemento centrale della puntata, il cardine con ciò che si è visto e ciò che non c’è più: è il giro di boa di Gomorra – La Serie. E in questo giro si infila Enzo Villa, interpretato da Arturo Musella, che vuole truffare il capo dei bulgari, racconta di essere nipote di un camorrista importante chiamato Il Santo, ma riceve una sonora lezione da Ciro Di Marzio. Ciro scopre della sua truffa dei soldi falsi, ma non lo ammazza. Preferisce mandare a casa o’ wagliunciell, che alla fin fine in questo mondo c’entra ancora limitatamente: fa solo chiacchiere.

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Ciro Di Marzio e Gennaro Savastano di nuovo “dalla stessa parte”, nella terza serie di Gomorra

Sucutato¹ come diremmo in Napoletano,e umiliato dal figlio di Valentin, Mladev, Ciro capisce che quello non è il suo posto. Non deve esserlo. E in un capolavoro di luci, location e inquadrature, Ciro lascia Sofia nel sangue e in dialoghi che hanno un impatto emotivo unico dato il suo vissuto. Ha ancora tempo per salvare una delle prostitute che era costretto a gestire, il tempo di giocare con i dadi del destino per purificarsi un’anima che è pronta di nuovo a macchiarsi. Se Cupellini è straordinario nella terza puntata, nella quarta Francesca Comencini è costretta a tenere alto il livello. E c’è un’altra caduta: la caduta di Gennaro, ormai convinto di essersi liberato del suocero boss Avitabile interpretato da Gianfranco Gallo. La Comencini coadiuvata da un’ottima sceneggiatura, lascia che quest’ultimo torni a Napoli con la bava e il sangue alla bocca, dopo essere stato privato della sua famiglia dal suocero, e aver visto cadere i suoi ultimi fidati² per mano dello stesso Giuseppe Avitabile. Nel mezzo di tutto questo sguazzano in maniera diversa Patrizia (Cristiana Dell’Anno) e Scianel (Cristina Donadio), cagne rabbiose per motivi diversi e con ideali diversi, ma unite da una sola cosa: il conoscere la strada.

Gomorra – La serie terza stagione per adesso è un capolavoro. Un lavoro registico, antropologico e sociologico che disegna la Napoli che nessuno vuole o sa disegnare per davvero. Girano soldi a profusione, c’è il Roberto Saviano sceneggiatore che tanti denigrano e accusano e c’è il sangue che non fa da esempio. Eppure il male è meglio raccontarlo o occultarlo?
Perdonate la parentesi nazionalistica, ma Gomorra adesso va visto, in quanto è una realtà parallela a quella Napoletana a tutti gli effetti. E guardatelo senza moralismi che sarà poi la strada a mettervi paura se abitate da queste parti: state senza penzier³ per due ore a settimana.

Sucutato¹: s.m. – scacciato, mandato via, essere allontanato 
fidati²: p. m. -espressione in uso tra i napoletani più giovani, un/a ragazzo/a di cui ci si fida ciecamente, un braccio destro
state senza penzier³: il motto della serie, “stai senza pensieri”, non ci pensare.

L’altro giorno sono stato un pericolo nazionale

Nella funicolare di Napoli, appena riaperta dopo più di un anno di lavori in corso (leggetelo con toni scabrosi), ho avuto una serie di pensieri tutti collegati al terrorismo.
Improvvisamente volevo gridare Allah akbar. Non avevo nessun dispositivo, né voglia di uccidere tranquilli. Ma una strana voglia di toccare parole difficili da ascoltare, mi invadeva il corpo.
Come quando da bambino la mamma ti dice di non tirare i capelli a tuo fratello, e te che neanche te lo cagavi prima, sei lì a punzecchiargli il cuoio capelluto.
La cosa buffa è che poi quando guardavo qualcuno di etnia diversa dalla mia, magari di carnagione dal marroncino in su, pensavo sempre avesse una cintura esplosiva, anche se mostrava lo stemma Louis Vuitton.

 

Streets of Naples (Napoli). Naples, Campania, Italy, South Europe.
Napoli, Via Roma

Di punto in bianco ero a via Roma, e un militare fermo a guardare una serie di sprazi di vita napoletana davanti a sé, aveva un mitra o fucile d’assalto, non so definirlo.
Mi sembrava un giocattolo. Un giocattolo che può uccidere. Eppure un altro pensiero, forse più perverso, apparve nella mia mente. “E se mettessi un dito lì dentro?”.
Penso di aver immaginato almeno 15 scenari diversi, tra cui uno dove avrei fatto invidia a mettete i fiori nei cannoni e un altro dove finivo spiaccicato al suolo come un moscerino su un parabrezza.
Non contento, la mia fervida immaginazione, di ritorno a casa, di fronte alla polizia municipale ha avuto la tentazione di rubare la pistola di uno dei due, intenti a fare multe. Cazzo, l’ho pure presa una volta una multa qui.
Ma il senso di tutti questi pensieri beceri, sciocchi, stupidi, da dove nasce?
Questo post si rivela quindi la mia psicanalisi. Un testo come assunzione di colpa di pensieri che nella società mi avrebbero etichettato come futuro omicida, terrorista, distruttore del bene di stato.
Stato. su questa parola vorrei soffermarmi un attimo.
Se ve la fate di Garzanti, avete un’idea di quante definizioni della parola stessa esistano. Un’infinità.

“Entità politica e giuridica, espressione organizzata della vita civile di una comunità nell’ambito di un dato territorio, sul quale esercita il potere sovrano.”

A me è sto potere sovrano che suona male. Perché un potere sovrano, per quanto sia necessario per garantire la pace, mi disturba di indole. Assicura la pace con le armi? Allora cambiamo il senso delle parole stesse. Perché è dalle parole che l’immaginazione prende corpo e assume svariate forme, come quell’assurda che vi ho descritto pocanzi.
‘sto stato, mi da l’impressione, giusto un po’, di privarmi di pensieri spontanei, miei. Pensieri che abbiano un valore attribuito da me.
E allora mi dico che la mia momentanea schizofrenia, che quel giorno custodii come si custodiva la cronologia dei computer fissi dei maschietti, è figlia di un voler scoprire il limite della paura.
Mia, e degli altri.
Tra le varie definizioni di terrorismo, c’è quello salutario:

“Norma di comportamento imposta coi modi dell’intimidazione e del ricatto.”

Una sorta di estorsione, e io così mi sento, quando mi propinano cazzate da dire e da incorporare. Se mi dicono che è caduto Giannino in mezzo Piazza Troisi, io devo andare a vederlo di persona per crederci un po’. Non perché non creda alla signorina della televisione, anzi è pure carina. Ma non credo a chi le scrive i testi, perché come diceva Moretti, “le parole sono importanti”, e questi signori lo sanno.
Lo sanno quando ci raccontano storie strazianti di persone uccise da terrorismo e criminalità, ma non gliene frega un cazzo di questi, ma vogliono condizionare noi. Perché noi abbiamo paura di fare la fine dei polli, e ci muoviamo come gallinelle impazzite se lo strato sovrano ci dice che ad A corrisponde una reazione uguale o contraria.
E abbiamo pure ragione.
Abbiamo ragione quando ci scordiamo egoisticamente, che il mondo oltre l’Europa (nel nostro caso) finisce. Là inizia una bambagia che non ci importa. Cazzo sono, se non delle bestie d’oltralpe? Oltralpe per mo’ di dire ecco.
No. In questo caso non abbiamo ragione, ve lo dico io. Sì, se lo leggi con un pizzico di presuntuosità non ti sbagli.
Ci sbagliamo perché l’unica cosa che ce ne fotte del giardino del nostro vicino e se magari legalizzano l’erba nel mondo o esce un film nuovo degli Avengers negli Stati Uniti. Questo sì che è un errore grande quanto una casa.

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Le spiagge non esistono solo in occidente. Così come la storia. Su, una vecchia foto della spiaggia di Mogadiscio.

In Somalia c’è stato quello che qualcuno ha definito l’11 Settembre Somalo.
276 morti.
La matematica delle cifre mi fa paura in questi casi. 276 poteva essere 275, 420, 506, ma la reazione potrebbe essere la stessa. Eppure ad ognuno di quei numeretti corrisponde un lamento, una madre che ti dice che va tutto bene, la voglia di fare sesso, la fame, i sorrisi, gli amici e tutte quelle cose che rendono un umano vivo.
A tutte quelle cose andrebbe dato il merito di essere raccontate dallo stato sovrano, quello che si dimentica, affinché questi eventi si riducano al minimo. Così potremmo smettere di definire la pace utopistica, e raccontare ai nostri figli che il mondo è un posto carino in cui vivere.
Ma questi sono i pensieri di uno che l’altro giorno ha rischiato per tre volte di essere un pericolo nazionale, e questo fa più notizia di chi rimane steso al suolo, fuori dal nostro giardino.

P.S.: chiedo scusa per il titolo utilizzato in apertura. È una di quelle tecniche usate per portare maggiori letture, ed è mio desiderio creare argomento di discussione con chi da qui passa. Il mio piccolo urlo di protesta, alla situazione odierna che oggi colpisce sia i malcapitati che chi osserva, mi ha portato a quel titolo. Nessuna sindrome da Cesare Battisti o da Al Baghdadi. Il mio punto di vista è esattamente l’opposto.

“Un camion-bomba è saltato in aria a Mogadiscio, capitale della Somalia, provocando decine di morti e di feriti. L’esplosione, intorno alle 14.40 italiane, è avvenuta vicino al ministero degli Esteri e al Safari Hotel, che in parte è andato distrutto. Le forze dell’ordine locali riferiscono di un secondo attacco nel quartiere di Wadajir (nel distretto di Madina), nei pressi della vecchia sede della compagnia aerea nazionale, la Somalia Airlines. Sarebbero due le persone morte in seguito a questa esplosione.” (Fonte La Repubblica)

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fonte: La Repubblica
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fonte: La Repubblica
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fonte: La Repubblica
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Hassan Sheikh Mohamud, ex presidente Somalo, a La Stampa, nel 2013: «Sono due le cose che voglio dire agli italiani. La prima è che negli ultimi 22 anni molti di voi sono morti in Somalia per appoggiare i somali ed è per questo, che a nome di tutti i somali, vorrei porgere le mie condoglianze a quelle famiglie italiane che hanno perso i loro cari in Somalia, che hanno perso la loro libertà in Somalia, spinti da un unico scopo: aiutarci. Ci spiace molto. L’altro messaggio che vorrei condividere con gli italiani è questo: guardateci, siamo di nuovo qui, dopo 22 anni torniamo in Italia e guardiamo a voi italiani e al vostro governo perchè ci appoggi. Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa. C’è una nuova possibilità e vi chiediamo di farlo, per dar modo ai somali di risollevarsi».

Sambuca – 10 – Lontani da casa, è sempre HANGOVER

Il vento caldo entrava dalla finestra spostando la tenda.

La stanza odorava di alcol e piscio.

Volevo andar via quella mattina, andare via dall’India.

Qualcosa mi portava lontano ma avevo il gran timore di dirlo a Giordano.
Sarei stato la Pantera Rosa se non avessi trovato la stanza così. In quel terribile stato.

E adesso. Attraversai la stanza e vidi Giordano steso con una bottiglia in mano.

Sarà buffo ma pensai “è Sambuca?”. Ormai quel liquore era un compagno di avventure. Un amico.

-Io non ci sto a capì un cazzo – sussurrai.

Giordano aprii gli occhi. Non aveva una bella cera.

-Gr…gr…graa…

La tenda attirò la mia attenzione più del tentativo di parola di mio fratello. Svolazzava quasi come in segno di saluto. Sembrava sapesse a cosa andavamo incontro e ci preparava con il suo agitarsi. Vento caldo per cuori freddi.

-Giordà! – gli feci.
Gli strappai di mano la bottiglia e feci un sorso di Sambuca. Quel mio atteggiamento quella mattina, trovò riscontro lì. In quel sorso.

-Graaaandissimo coglione io ti ammazzo! – urlò all’improvviso, tentando di afferrarmi. Trovò rovinosamente il pavimento piuttosto che la mia pelle.

Mi alzai. – Ma che cazz e fatt qua dentro?!
-Io? Mi scusi signor Nuova Dehli. Ha visitato tutta la città …SENZA DARE SUE NOTIZIE IN CULO AL MONDO?!
Yvonne doveva essersi svegliata e aver raccontato tutto. In quel momento uscì Nicoletta dal bagno.
Scene da Una notte da Leoni: Nicoletta aveva i capelli azzuffati e una mano sul seno a cercare i suoi vestiti.
Non salutò. Aveva avuto il sesso, bastava e avanzava per tornare all’educazione della sera precedente.

-Giordà io me ne vado – ripresi.
Riattaccò col dialetto. Era tipico quando litigavamo, – Ma aro cazz vaje tu…
-Giorda me ne voglio andare in Perù – esclamai senza senso. Era frutto di un’idea figlia di una filosofia mattutina.
– Frate tu te si drogat!
-…mmm… non è la cosa principale che mi è successa. Comunque, io parto stamattina. Ma… qua dentro che hai fatto? La guerra?
-Con me stesso ho fatto la guerra. Tuo fratello lascia a bordo piscina una francese ubriaca … così… senza senso. Comme a nu strunz…” disse fallendo il suo primo tentativo di alzarsi e ricadendo culo a terra, abbandonato da una mano scivolata su un letto malfatto.
-E che hai fatto, o poé?
-Mi so disperato.
-Ah così?
-Sì così.
-Naaaah. Ti credo poco. Mi faccio la valigia va.

-Ma chist’ che ha passat…? – fece a gran voce Giordano, che finalmente riuscì ad alzarsi.
Nicoletta apparve da questa cucina a petto nudo, incurante della mia presenza. Forse la mano che la copriva in precedenza serviva a mantenere un seno troppo grande per la schiena appena sveglia. Aveva perso quel minimo di pudore mentre baciava la schiena di mio fratello. Non finì nemmeno di fare colazione.
Quando finì la valigia ero convinto di dover partire da solo. Era successo davvero qualcosa dentro di me e avevo voglia di lasciarlo fare.

Subire me stesso.

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Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

D’altronde tutti siamo yin e yang. Luce e oscurità. 0 e 1. Non potevo fermarmi. Anzi. Non avrei potuto fermarlo.

-Senza di me non parti.
Giordano stava vicino alla porta con tanto di zaino in spalla.
-Perché cazzo vuoi andare in Perù?
-Non lo so, mi piace l’idea.
-Magari un’altra volta. La Tunisia ti va bene?

Giordano aveva voglia di salvare il fratello ad ogni costo. Le avrebbe fatte tutte. Io volevo irrimediabilmente rimanere solo e compiere ogni mia volontà, ma ne valeva la pena? Davanti ai sacrifici di un fratello, ne valeva la pena?

Vattene. Non passerai mai più una notte così bella. Vattene per me. Vattene perché mi ami, ma non azzardarti a dirmelo. Amami in silenzio ogni volta che guarderai davanti a te con la voglia di esplorare. Guardami quando non ci sono. Ma non restare adesso. Vorrei farti restare, ma egoisticamente. Vai via adesso. Fallo per me e sorridi… che… che io sarò lì, tra i tuoi denti e quell’angolo delle labbra. Felice quando lo sei tu. Fai ciò che desideri e se non sai cosa vuoi, esplora”.
Tamara non mi diede il tempo di dirle nulla. Neanche un vero bacio. Mi innamorai di quell’atteggiamento: nelle sorprese e nel libero modo di agire trovai gratitudine.

Avrebbe lasciato il suo lavoro. Si sarebbe dedicata alla famiglia. Poi ai viaggi. Pensavo questo, perché mi attaccavo all’idea di lei. Ma era quello che lei non voleva. Voleva che quella notte fosse unica così da rimanere indelebile.
Ricordavo quelle parole guardando Giordano, il polo opposto di quella notte magica. Non era passata nemmeno un’ora, ma sembrava molto di più.

-Andiamo. Qua non puoi restare.

Jordie, sarebbe venuto comunque. Inutile opporsi. Sarebbe stato la mia eccezione alla regola.

“Non ti lascio solo”.

Era strano sentirlo così.
Un canto stonato arrivava da quel bagno che nonostante piccolo, sembrava potesse ospitare il mondo.

-Aaaaaaaah la france la vieeee! La vieeee en rose!

-Ma è Yvonne?
-Non sai che ti sei perso.
-E Nicolet…aspe… tutte e due.
-Due pazze.
-Ma come…?!
-Come? Come no! Eddaaaaai, non guardarmi così! L’India è un mistero! Come te fratello, come te.
-Su questo, senza dubbio, hai ragione.

La vie en rose impazzava per il Tivoli. Due donne non sapevano cosa stava succedendo e neanche più chi fossero.
E noi scappammo. Scappammo con la voglia di chissà cosa.

E io, gli occhi pieni di lacrime, a capire che puoi amare anche senza dover restare.

Jai guru deva om Tamara. Ti saluto Tamara.

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-Non sai che ti sei perso.

Prossimo capitolo Sambuca – 11 – La terrazza di Tunisi


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Intervista a Tommaso Primo, il Naïf di Marechiaro

Tommaso Primo, giovane cantautore napoletano, ha già inciso due album: Posillipo Interno 3 e Fate, Sirene e Samurai. Estremamente creativo, Tommaso è capace di mischiare tra loro più culture nelle sue canzoni, non perdendo mai di vista il suo modo di fare da “equilibrista, tra ciò che è bello e ciò che è trash”, frutto di una leggerezza e una genuinità che lo contraddistinguono.

Tommaso, hai iniziato a scrivere canzoni in un’età dove i bambini di solito preferiscono giocatoli alle parole, o magari le prime sigarette e i primi baci. Come è iniziata la tua passione per la musica e soprattutto cosa ti ispirava a quell’epoca?

Voglio dire una cosa: i primi baci e le prime sigarette le facevo pure io! (ride) Ero un bambino un po’ particolare, perché ho perso mio papà a 8 anni e sono cresciuto in questo ristorante che era il ristorante di mio nonno , che poi è passato a mio zio e poi è passato a mio fratello, tra questi personaggi strambi, quali camerieri, cuochi, parcheggiatori abusivi “autorizzati” , clienti. Quei personaggi che ogni quartiere ne ha uno, sai, i simboli del luogo. E ho avuto questa infanzia al limite tra la magia e la verità . Io penso sempre che è la musica che ti sceglie, non sei mai tu che scegli la musica, la musica non si impone, senti quel prurito dentro , quella cosa che ti preme nelle meningi e capisci che nella vita devi fare questo.

Hai parlato di “geni analfabeti” come un certo Pino che si vantava di non aver mai fatto il biglietto, sino a quella volta che si vestì da suora in metro per evitare il controllore…

Sì, una volta, praticamente io prendevo la metropolitana per andare a scuola e conobbi questo personaggio che si chiamava Pino che si vantava con me di avere questo dono, come se fosse metafisico, o un titolo di studio, ovvero quello di andare da una parte all’altra della città senza mai fare il biglietto. Una mattina presi la metropolitana che era vuota, eravamo soltanto io e una suora. All’improvviso salì il controllore e io non tenevo il biglietto perché la presi d’urgenza. Il controllore mi prese per un orecchio e mi invitò a scendere, mentre io scendevo, mi girai e vidi nel finestrone questa suora che mi sorrideva ed era Pino che si era vestito da suora. E da lì è nato il concetto di geni analfabeti, che oggi si porta tanto, la famosa “ignoranza”.

Hanno influenzato molto il tuo modo di scrivere?

Sì, io sono naïf, nel senso che il naïf è un genere particolare, perché è un filo che sta tra ciò che è bello e ciò che è trash. Allora tu devi stare sempre su quel filo come se fossi un’acrobata, che può carè a na part , può care a nata part e devi cercare di proseguire come un bravo equilibrista.

Oggi si inglesizzano termini come cantautore in Songwriter. Tu hai inglesizzato un tuo brano con il titolo The White Virgiliano’s Man. Se dovessi definirti invece con un termine o un’espressione Napoletana, come ti definiresti?

Bella domanda. Mia mamma sicuramente non mi direbbe cose carine. Non ti so dire… però ci sta un signore a Napoli che mi ha fermato per strada e mi ha detto “ma tu si chill c cant a canzon ro verm solitarj” . Forse potrei essere questo: un verme solitario (ride).

Chi parla con leggerezza dell’amore, spesso porta un dolore dentro di se. Posillipo interno 3, il tuo primo album, è l’indirizzo che questa ragazza ti dava per “appenderti” in maniera educata. Pensi mai a qualcuno mentre canti? E comunque questa ragazza è tornata mai? Soprattutto quando ti ha sentito cantare.

È tornata è tornata (ride), ma era un amore giovanile. Non sono arrabbiato anzi se non mi avesse dato quel palo non avrei mai scritto la canzone, quindi la devo ringraziare nel male.
Si pensa sempre a qualcuno quando si canta. Sai un vecchio poeta diceva che nelle sofferenze in amore ne godono soltanto i cantautori perché poi ci scrivono le canzoni sopra, ed era un poeta che abitava sotto qui il vesuvio ed è Massimo Troisi.

Posillipo nasce come un quartiere di pescatori. Credi che oggi abbia perso quella sua semplicità?

In alcuni posti no, e in alcuni posti sì, nel senso che la mia famiglia è proprio originaria di Marechiaro, dove mio nonno con i suoi dodici fratelli abitava sotto la finestrella , che poi è diventata un ristorante. C’erano i pescatori, c’erano i contrabbandieri figura storica di Napoli. Oggi c’è questa alta-medio borghesia malata, contro la quale la mia arte combatte. Ogni quartiere ha i suoi pro e i suoi contro, però ci sono anche radici molto profonde come in ogni angolo della città. Io sono convinto che è la gente semplice di Napoli che manda avanti questa città, che salva questa città, che ha un amore così garbato, così gentile, così intelligente, e io sono un grande fan delle persone normali. Anche perché credo che la genuinità sia la vera fonte di rivoluzione, oggi tutti vogliono fare i cattivi, io la cattiveria l’ho vista da molto vicino.
Ma nella genuinità c’è la verità. Sei come Goku quando diventa super sayan gold.

Qual è l’obiettivo principale della tua musica e il risvolto sociale che ne consegue?
Il mio obiettivo a livello sociale. Tutti quanti dicono “a voce e napule”. Anche nei miei confronti, Il cantante deve essere sempre “a voce e napule”. Io non mi definisco assolutamente un cantante che possa rappresentare tutta la città , ma una parte di città. In questi giorni non so se avete visto il concerto che abbiamo fatto a Pontida con i 99 Posse, dove c’erano un sacco di ragazzi. Abbiamo avuto un accoglienza calorosissima. Vedere negli occhi di questi ragazzi l’aver capito la mia leggerezza, io che ho sofferto tanto nella vita per la mia leggerezza, e aver trovato tanti amici, tanta gente, che ascolta le mie canzoni, che sogna con le mie canzoni, è la cosa più bella della musica. Non so se posso insegnare qualcosa, però posso dire che io faccio questo mestiere perché ho tante persone che mi vogliono bene, e questa è la cosa più bella: l’aver trovato degli amici, prima che un pubblico. Degli amici che ti vogliano bene, che ti sostengano quando sei triste, è la cosa più bella. Io ho sempre sofferto di mancanze e loro riescono davvero a coprire tutti questi buchi. Io devo tutto, veramente, al mio fantastico pubblico che ritengo fatto di persone speciali.

”E cerca arraggia in miez e’ purtualli, na’ casa fatta e’ mandorle e taralli, e pe’ me fa felice dirai, je faccio ammor cu’ nu samurai”. Mai nella mia vita avrei pensato di incrociare nella stessa frase purtualli e samurai.
Cosa ispira maggiormente la tua creatività nei testi?
Fate sirene e samurai sono tre culture, la fata che rappresenta il Brasile, la Sirena che rappresenta Napoli, i samurai che rappresentano i cartoni giapponesi che ancora ne vedo tantissimi alla quale devo moltissimo.
Tu prima mi dicevi: come ti definisci? Ecco, io credo di essere uno che faccia “fantascienza napoletana”, che è una cosa che nelle canzoni probabilmente mancava. Questa canzone poi è stata scritta per una persona speciale, la persona per cui ho imparato a nuotare. Io da bambino guardavo questa ragazza che stava su questo scoglio, che poi è diventata la mia fidanzatina quando siamo diventati grandi, e una volta stavo anche rischiando di affogare per poterla guardare. Ho vissuto tante cose nella vita e la leggerezza è fra queste, è il sentimento che più mi piace, e cerco sempre di farlo uscire, di mettere tutto ciò che è sognante, tutto ciò che è Tommaso Primo.

James Taylor e Billy joel, Caetano Veloso e Djavan, Panjabi. Hai uno stile originale ma che nell’inconscio credi sia stato influenzato da autori completamente diversi da loro, sia per stile che per provenienza.
C’è qualcuno che invece ritieni simile a te nella musica napoletana?

Tutti i ragazzini hanno preso la chitarra in mano perché c’era Pino Daniele. Però Pino era troppo più bravo di tutti, un talento inarrivabile. E poi noi siamo altre cose, ognuno di noi ha un percorso diverso, anche la modernità, è un qualcosa di veramente diverso da quello che era il “Napoletan power”. Oggi c’è un altro movimento artistico, che prende le radici da tutto ciò che c’è stato, ma non soltanto da Pino o da Avitabile, ma anche dai 99 Posse, i 24, gli Alma, ancora prima con Carosone. C’è tutto un patchwork di generi che oggi come oggi sta esplodendo. Napoli ha una forte gamma di artisti, nel rap, nella musica underground con generi diversissimi fra loro, e il neomelodico, perché è un genere anche quello che va rispettato. Poi c’è chi lo fa meglio, chi lo fa peggio, chi lo fa in maniera un po’ più sguaiata mostrando cose indicibili.

Cosa ne pensi del fenomeno neomelodico?
Io sono un fan dei neomelodici. Trovo una verità in loro. A volto vengo criticato per questo. Per esempio i grandi registi Tarantino, Fellini, si sono sempre ispirati a ciò che è di serie b, ai B-movie, e io sono un fan dei neomelodici.

Cos’è Napoli per te?

È una città che mi ha dato la fortuna di vederla da un punto di vista privilegiato, è una città speciale, con cui ho un rapporto speciale, a cui devo tantissimo, perché quello che sto avendo io a Napoli, in questo periodo della vita, è una cosa che la città non concede a tutti, già il fatto che io la mattina non volevo andare a scuola, e oggi quando prendo il pullman ci sono quelle persone che ti fermano , è una cosa che ti da una botta di vita. Oggi farei lo studente volentieri, invece prima non volevo andare mai a scuola, andavo per scherzare, facevo gli scherzi, sono stato bocciato per 5 in condotta… e quindi oggi la città oggi è una città che amo. Spesso le persone vengono deluse da Napoli. Invece a me è l’unica città che non mi delude mai.

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Chi ama napoli davvero sa che parlare di questa città è solo una chiacchiera, che poco risolve e poco racconta. Napoli ha bisogno di chi ha la forza di raccontare l’amore di questi vicoli, della bellezza di stare tutti i giorni ai piedi del Vesuvio.
Napoli ha bisogno della gioia, “Gioia” di cantanti come Tommaso Primo che con parole e musicalità fondono amore e passione in un termine che può chiamarsi Napoletanità.