L’ammore è ‘na femmena affacciat o’ barcon’

Sono libero di pensare a te
quanne me fa mal ‘a cap,
pecche sol ij sent o burdell
e sti piazz c nun fann rummore.
E sient,
e criature stann jucann ‘o pallon,
a signor o’ terz pian sta facenn ammore
e a zitell là sott s sta facenn nu bullore,
pecche ro purtier è gelos
ma iss o sape e nun a ‘ddon.

Vuless parla a te e sti crianzelle e sti scrianzat
“per poi ridere di me che sono sempre fuori”
comm cant Pino Daniele ngopp a stu telefn,
c sap e na vecchia radij
e di chilli messagg nuost figl e nata storij.
Un sax, una storia, tante storie,
bufere senza vient passano su Napoli e su di me,
nei giorni senza te,
senza tre,
c so chelli 3 cos
aro evma accummincia ro cap,
pecche “ij 3 cos bon agg fatt” cu tte
e non una di più.

Uard comm e bell Napl staser.
M par na nuvola e lot, famm e ammor.
L’agg semp vist accussi Napule.
Con odio, amore e comm uard a te a luntan:
ca passion e a speranzell
e te vere riman, ropp riman e diman ancor.
Comm rint a nu suonn re mij.
Chi o sape s ta raccuntaragg maje
ca alla fin
a signor ro terz pian for o barcon
chiagne
pecche l’omm suoje torna sul quanne c fa mal o core
e a zitell o pian e sott,
raccogl chelli lacrime un a un,
aspettann ca coccrun a buss
p nu cafe e p na notta sol,
p rimane na nott
na notta sol.

P.s.: Il Napoletano espresso, non segue a perfezione la grammatica Napoletana riconosciuta, pertanto esso si basa su una forma più vicina al parlato che alla forma scritta.

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vesuvio Federica Rispoli
Quadro di Federica Rispoli
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Il quadro di Raysse, parole mie e quel bacio Nissa Bella, quel bacio

Nessuno lo merita quel bacio Nissa Bella.
Mi guardi.
Mi scruti.
Con gli occhi di emozioni riciclate, mi fissi.
Non mi rivolgi la parola.
Cerchi un bacio in quel punto.
Dove qualcuno è riuscito a metterti
un cuore
ad alto voltaggio sul viso.
Scotta.
Suona.
Come un misto tra un neon normale e quello per le zanzare.
È la tua arte.
Rimanere inerme a tutto il dolore subito.
Il dolore che solo le donne sanno sopportare.
Mi guardi Nissa Bella.

Cosa vuoi che ti dica?

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martial raysse
Martial Raysse – Nissa Bella

La città bianca

Fuggo verso la città bianca
mentre persone intorno
si disperano in infiniti
“pipponi mentali”
figli del tempo
e dei luoghi
di chi
non ha nulla da chiedere o conquistare.
La città bianca…
città pop con il cuore rock
ma costruita
sulle vecchie macerie
di gesta eroiche,
mi aspetta,
mi chiama,
quando sono stanco.
Stanco di surrogati,
ragionamenti complessi
e compagnia cantante.
Così stanco, e così fuggo
nella città bianca
dove soltanto lì accetterò
una chiacchiera sulla vita
e sul domani:
tra un pezzo di storia
e un whisky,
di quelli che non c’entrano niente col sole
e ti fanno sudare fino al prossimo tuffo.

Quanto sono fortunato già solo a pensarla la città bianca.

Sambuca – 17 – Coma Etilico

Più si beve più si va sotto.
Ma non come credono i bevitori occasionali: si perde il senso per gradi.
Non c’è nessun metodo, a parlare è l’esperienza.
Ogni fattore influisce sulla psiche: lo stomaco vuoto, la chiacchierata col vecchietto al bar, il tipo di liquore.
Di conseguenza, il modo in cui si reagisce, è diverso in base al tutto: io ero un esperto per circostanze, o almeno credevo di esserlo diventato. Uno di quelli che “barista! Il solito!” e poi nessuno mi cagava perché cambiavo sempre bar. E poi rimane una frase da film…

Ero con quattro tizi di diverse età. Questo lo so perché erano diversi, dannatamente diversi in tutto e se la barba bianca di Jackie, un ragazzo inglese, era bianca dall’inizio della serata, vuol dire che avevo trovato il gruppo più assurdo di tutta Londra.

Avevo conosciuto questo gruppo per caso, nel London Boulevard, un bar nuovo, ma che ebbe grande successo quella notte probabilmente solo grazie a noi.
Mi avevano beccato brillo a filmare il mio liquorino ripetendo le parole “no shottino, cicchettino”. Ero fuso. Per qualcuno su instagram anche simpatico.
Da quando i social hanno invaso la nostra vita abbiamo placato anche il “non ho nulla da perdere”. Ero uno che non aveva nulla da perdere, tranne quella pseudo dignità del mondo social.
Almeno lì fingevo di essere un viaggiatore, che tradotto in termini moderni significava “essere qualcuno”.

Vennero tutti verso di me e io l’unica cosa che compresi fu “Another Shot-tino!”, con quell’accento fastidioso che per fortuna non aveva grossomodo Berenice. Chissà che pensava. Ora.
Capii, quella sera, che in Inghilterra dovevano limitarsi alla birra, i super alcolici per loro erano roba assurda, nessun cazzo di drink fatto come si deve. E allora, convinto di questa assurdità frutto della mia mentalità tutta italiana, mi misi a insegnare l’alcol a un gruppo di pazzi. Divertente. Ma la realtà era che volevo evitare una improbabile rissa: Inghilterra – Italia sarebbe finita con il facile punteggio di 4-1.

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“Più si beve più si va sotto.”

“Cicchetto of Absinth!” gridavo dopo mezzo’ora di improbabili lezioni di drink. E sorridevo come se avessi davanti la nonna con la torta al cioccolato.
“Cicchetto of Disaronno!” e l’alcol divenne il mio linguaggio universale, come il calcio, ma più facile ancora. E ricordavo cose come la mia prima volta in bici, con le ginocchia sbucciate e mi chiedevo tra quelle risate “perché ora?”
“20 esimo cicchetto siiiiiii!” e cantavo Felicità di Albano, con gli inglesi che seguivano un karaoke fasullo trovato su Youtube.
“Chiamatelo pure Shottino ma che cazzo me ne fotteeeee!”  è la penultima frase che ricordo per davvero. Se sei convinto di essere sulle nuvole, ma i tuoi piedi sono diventati delle zavorre, delle ancore, che non ti permettono di camminare, se non di dire “raga se piscio è Tamigi!”, beh… quello è il momento in cui sono cazzi amari.

Come nel buon Trainspotting, facevamo chiasso e il mio bicchiere, lo lanciai mentre cadevo su quelle parole.
Mi ritrovai giù.
Partì una rissa.
Jackie doveva essere assolutamente più giovane per come incassava, questo me lo ricordo.
Caddi sotto un pugno quando pensavo di poter girare in sala illeso. Mi alzai solo a fine rissa, presi la bottiglia e caddi di nuovo.

Il verdetto era coma etilico.

E non avevo neanche dove dormire.
Chiamare Berenice era uno sbaglio.
Uno sbaglio che non feci io, ma quei simpatici inglesi.

In un ospedale di Londra mi accorsi che un padre di famiglia, Christian, suo figlio Alan, con ottimi voti a scuola, Jackie, un ragazzo rimasto solo dopo essere stato lasciato come me, e Freddy, il nonno del gruppo, erano la famiglia più bella del mondo. Da raccontare come ciò che non potevi mai aspettarti prima. Da raccontare perché erano anche la famiglia di Berenice.
Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare. Vallo a spiegare anche alla sua famiglia poi. Una buona famiglia di giorno, degli Hooligans del Tottenham di sera.

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“Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare.”

Sorprendersi ancora

Vorrei stupirmi del fatto che ce ne sono di cose da fare per guadagnare e vorrei farlo perché la sorpresa è sempre interessante, fa stare bene in quanto novità. Eppure non ci riesco. Tutti corrono a inviare i loro CV, chi va a lavorare nell’azienda del padre, chi già lavorava. Poi ci sono quelli che cambiano tutto, cambiano percorso e arrivano a percorrere strade mai pensate o lontanamente immaginate. Nessuno, e sottolineo nessuno, rimane se stesso così come avrebbe voluto, che so, ai tempi lontani delle medie, o quelli in cui il diploma di istituto superiore, era un lasciapassare per la vita da ricchi, felici e strabelli. O magari semplicemente tranquilli.
Forse risiede lì il problema: aspettative.
La tranquillità è un miraggio e aspettarsi qualcosa da qualcuno è totalmente inutile. Di certo avvengono le sorprese, quelle che fanno effetto, ancora, anche a me: un amico felice di sentirti, quello che ti chiama perché non lo segui più su instagram o ricevere una lettera al posto di un whatsapp da chi ci pensa ancora e noi non lo sapevamo.
Possiamo aspettare affacciati alla finestra che accadano eventi simili? No.
Possiamo continuare a porci semplici quesiti di tipo astratto e non provare a cambiare ogni giorno? No.
No e no. Certo, un sì potrebbe starci bene, ma che tristezza dover continuare a mentire a quel bambino nascosto dentro di noi, quel “fanciullino” di Pascoli che ci faceva ridere nelle ore di italiano già per il solo fatto che si chiamasse così: fanciullino. È l’unica cosa che oggi ricordo di Pascoli, così, su due piedi. È ciò che cerco oggi, davanti alla responsabilità.
Sorprendersi. Magari un giorno la scriverò in un libro questa parola. O su un muro.  Smetterò di scrivere per risvegliare quel ragazzino.
Sorprendersi. La scriverò provandola. Sorprendendomi.

Sambuca – 15 – Figlio di nessun posto

Quando gli dissi del Soukra, Giordano e Linda si autoinvitarono subito.
Non era per le giostrine, anzi.
Giordano si era stancato di girare a vuoto, Linda non sopportava l’idea di non avere potere su di me: era passata dall’essersi scopata il ragazzo che la rifiutò a scuola, al volerlo plasmare in qualche modo, per il semplice gusto di farlo.

Il Soukra era un parco per bambini, ma io ero felice di sentire quel posto mio.

“Ma qua ci vengono i bambini” osservó a denti stretti Linda.
“Ne vendono dell’alcol?” disse Giordano.
“Guardare questi bambini è rilassante. Non è male. Lo siete stati anche voi… e poi le giostre mi piacevano. Anzi, vado proprio a provare quella lì.” Come un bambino, trascinai Berenice sulla giostra lasciando quei due al posto loro, una Berenice disciolta nelle emozioni dei suoi stessi occhi. Una bambina, col casco rosa, senza lingua se non per lo zucchero filato.

“Questo è stupido. Dopo ieri sera se ne va con quella”.
“È carina” fece Giordano “non credi?”
“Ma tu credi che mi importi? L’hai portato qui per me, no? Ci siamo messi d’accordo Giordà!”
“Linda cara…l’ho portato qui perché voleva andarsene in Perù e non avevo intenzione di viaggiare tutto il globo per degli impulsi. Vedendo te, speravo desse un calcio al passato. Non posso obbligarlo se non ti vuole… guardalo: sembra finalmente libero.”
“Dovrebbe esserlo con me”
“…e non sarebbe più libero Linda. C’ha una gabbia in testa che si apre e si chiude quando vuole. Ma la sua volontà è una chiave che perde spesso ultimamente. Sei mai stata lasciata?”
“Io non sono stata lasciata mai. Io lascio e basta”.
“Che donna” uscì ironico dalla bocca di Giordano, che quasi si pentiva della scelta di Tunisi. Eravamo lì con le sue finanze, che tralaltro, sembravano non gioire più della sua fama da modello. E delle sue spese.

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Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro.

Berenice forse ne doveva sapere qualcosa, mentre i suoi occhi poggiavano sui miei. Su una tazzina di caffè che gira in tondo, prese il suo telefonino e iniziò a tradurre qualcosa.

‘Le parole servono a poco’ usci sullo schermo.
Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro. Lo facevo spesso con Penelope che chissà dov’era. A volte ci pensavo. Pensavo a quanto fosse lontana dai battiti del mio cuore, che una volta diceva, battevano all’unisono.

“Quando siamo insieme, lo sento. Non sono pazza, metti la mano qui stupido!”

Quando cresci perdi l’idea romantica dei bei momenti. Smetti di cercare la luna, perché ti sembra già vista. Eppure i lupi ululano solo alla vista della luna, e non alla vista delle stelle, che brillano forte ma non sono così belle da vedere come la Luna. A volte rossa, a volte piena, a volte bionda.

Berenice non sapeva nulla di me. Assolutamente. La accompagnai presto.

“Andiamocene wagliu. Torniamo in Italia. Mi so rotto il cazzo della Tunisia, del mondo. Voglio casa mia.”
“France, ma tutto a posto?”

Giordano era il re delle domande inutili. Come quella volta che chiese al suo amico piromane delle elementari, se il fuoco sotto il culo della maestra gli avesse mai ustionato le mani. Un Marzullo.

Questa era l’ennesima. Ma il suo viso diceva altro. Ero felice quella sera. Perché dovevo andar via?
Linda voleva un altro po’ di tempo con me lontano dal paese.
Berenice, beh… chissà che pensava. La conoscevo appena e poi pensava inglese, chissà se avremmo potuto capisci, figuriamoci capire che pensava.

Era bellissima. Una di quelle che piacciono solo a te, e che gli amici dicono solo che non è brutta.
Era magra, ma aveva dei fianchi leggermente pronunciati. A malapena. Non ispirava sesso, ma profumo d’estate e spensieratezza, quella voglia irrefrenabile di sorridere al mare.

“Ti accompagno io in Italia! Ora non ci pensare…” tuonò la bionda amica, “ma adesso andiamo a bere. Vi porto io.”

Giordano non parlava più. Era uno spirito libero, ma non quella notte.
Fu tutto un po’ fiasco quella sera. Bevemmo in un bar vicino all’albergo, vista mare. C’era musica, gente. Ma tutto era apatia. Era dannatamente triste. Io continuai sulla strada della Sambuca. Avevo voglia di bere, ma non riuscivo quella sera.
Andai in bagno. Una tipa col vestito blu e il doppio lato A e B troppo pronunciato, sfidava le moderne pratiche femministe tra volgarità e sensualità.

La presi, e la baciai: una donna brilla che nonostante l’occhiolino mi diede uno schiaffo. Era fusa, non la ricordo nemmeno più. Semplice provocatrice lei, troppo italiano io. Tornai al bar. Era tutto così vuoto nonostante musica e persone.
Vidi che il barman era distratto da una conversazione con una bella ragazza ispanica. Doveva esserlo. Sembrava spagnolo quel suo flusso di parole.
Presi la bottiglia da dietro al bancone senza che sentisse nulla. Fuggii al tavolo.

“Ragazzi dobbiamo andare via, veloci” dissi “ho rubato una bottiglia” e la cacciai come fossi Nembo Kid.
“Embé” fece Linda con un fare che portava dall’infanzia.
“Tu sei pazzo” suggerì la risata di Giordano che come me, si sorprendeva delle piccole cose.
Sgusciammo fuori quando uno dello staff stava rientrando.
Ci vide.
“Correte wagliù!”

Quell’uomo probabilmente ci ha ignorato. Ma io me lo ricordo con la faccia di uno che sta per pestarti e… va bene così:

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…una bella storia è bella quando sembra vera.

Ci riunimmo in piazzetta giù da Linda.
“Alla salute ragazzi” disse il capitan Francesco, che ero io, ormai brillo.
“Ai fratelli” disse Linda.
“Ci sto. Va bene Giordà?”

Giordano era triste. Aveva il viso di chi non riesce a trovare la via per la tranquillità. Me ne accorsi.

“Cosa ti manca Giordà?”
“E a te? A te manca quello che io non ho mai avuto. A me manca il poter sapere cosa si prova”

Giordano non aveva mai amato. Aveva fatto regali, frequentato donne, avuto relazioni, ma diceva di non aver mai amato. Anche da piccolo cambiava giocattoli di continuo, non era legato a loro come gli altri bambini. Ed era così con le donne. Aveva un problema a legarsi, diceva che non ci credeva. Ed era uno che si curava spesso, fanatico lo sfottevo.

“Sono il simbolo del consumismo e del maschilismo!” fece per rompere quel sorriso mancato, “dammi un altro bicchiere fratello!”

Lo affogò quel mezzo sorriso.

Il telefono mi vibrò in tasca. C’era un messaggio da un numero che non conoscevo.
“Ti va? Almeno un’ultima volta. Stronzo.”
Capii che era lei.
Capii che era lei che aveva capito per un attimo cosa aveva perso. Chi aveva perso. Capii che non ero quel male che si diceva. Capii che per un attimo i nostri cuori dovevano aver battuto all’unisono e lei aveva notato questa casualità. Voleva sapere se era una casualità o meno. Solo questo riuscì a pensare. Linda e Giordano se ne accorsero.
Eravamo seduti a terra. Giordano si accese una sigaretta e appena Linda mi domandò “vuoi ancora tornare in Italia?”, si alzò fingendo di non ascoltare, con quel modus operandi da superiore che hanno i fratelli maggiori.

“No. Non ne ho voglia Linda. A te va di venire su?”

Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

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Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

Mi affacciai al balcone. Trovai ancora Giordano lì. Affacciato. Sembrava scrutasse tutta Tunisi. Aveva bisogno forse, più lui di me, di qualcosa. Mi promisi che l’avrei fatto, che l’avrei aiutato a trovare quello che non aveva mai avuto.

Tornai a letto. Guardai Linda negli occhi che ormai si chiudevano. Ci vidi qualcosa. Ci vidi Tamara, Yvonne, Berenice e… Penelope.
Neanche la Tunisia era posto per me.
Berenice sarebbe tornata a Londra tra un paio di giorni.
Mi dissi meglio Londra che l’Italia.

Ormai avevo la mia storia.

La corrente mi portava a largo, e chissà dove mi avrebbe portato ancora.


Prossimo capitolo Sambuca – 16 – (Prossimamente)


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Ti vestisti di Rimmel quel Sabato Sera

Ti vestisti
di Rimmel
e sorrisi
in una notte
non avente
più niente
da dire.

Diamine
se era bella
la tua faccia
truccata
a festa
per la sala
Morente
dei lamenti soliti
di cui muoiono
I Sabati Sera.

Preferendo il tuo
fare
a chi ti invitava
ballare,
desti
una lezione
Di vita
A chi cercava
di capirne
di ballo;

e così,
il vuoto
lasciato
attorno a te,
ricordava
alle “ciurme abbordaggio”
che non erano cosa tua,
il tuo cuore
era un tumulto
troppo difficile
da tollerare.

L’odore passato
del “ti va di restare”
valeva più
dello sfarzo
portato
alle idi di Marzo
del sapore rimasto
di pelle e sangue
strappata
dai morsi
del simpatico
scherno;

e ora non sai più
se lo ricordi
in evitati discorsi
per non affogare
i trascorsi.

La gente
non capì
e non lo farà mai,
ma quella sera
come tutte le altre,
non aveva e
non avrà colpe:

il sapore
del tuo sorriso muto
in un nobile divertirti,
non è di bisogno
esaltare,
né di esperienza
Peccare.

È
solo i tuoi occhi
solo la tua bocca
solo il tuo viso,
senza così tante
spiegazioni.
L’unione perfetta
di carezza
già persa
tra gioia e
tristezza.

In volto
ma non in petto,
l’unica cosa
ti importi
è
questa notte,
il suo ricordo
e
quell’accompagnare
i tuoi passi
sfuggenti
in un bagno,
per i fiori e la vergogna,
vomitare.

Lo hanno capito
fino oltre
il separé di quella toilette
divisa tra il mondo esterno
e te:
se lui ti rendeva
ogni
sera
diversa
valeva la pena
ostinarti
a cercare
te
stessa?

Ma la risposta la conosceva soltanto
quel lui, ovvero io,
un po’ meno tu,
e il male che ci siamo fatti.
Il dolore rimasto
senza nessuno accanto.

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Il dolore rimasto
senza nessuno accanto.