Il quadro di Raysse, parole mie e quel bacio Nissa Bella, quel bacio

Nessuno lo merita quel bacio Nissa Bella.
Mi guardi.
Mi scruti.
Con gli occhi di emozioni riciclate, mi fissi.
Non mi rivolgi la parola.
Cerchi un bacio in quel punto.
Dove qualcuno è riuscito a metterti
un cuore
ad alto voltaggio sul viso.
Scotta.
Suona.
Come un misto tra un neon normale e quello per le zanzare.
È la tua arte.
Rimanere inerme a tutto il dolore subito.
Il dolore che solo le donne sanno sopportare.
Mi guardi Nissa Bella.

Cosa vuoi che ti dica?

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Martial Raysse – Nissa Bella
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Il crollo di un uomo è proporzionale alla sua caduta

Zidane contro Klopp. Real Madrid da una parte, Liverpool dall’altra. È la finale di Kiev. La partita più importante del mondo del calcio.

La partita

Il Liverpool entra in campo dimostrando la non casualità della sua presenza in finale di Champions League. Gioca di prima intenzione, Salah è il leader perfetto per questa squadra e Mané questa sera è un treno.

Real da subito costretto a chiudersi, un fortino la difesa dei madrileni. Al 13′ una mischia, subito dopo Ronaldo tira un missile sopra la traversa. Siamo al minuto 15′.

Carvajal fa confusione, ma non è l’unico del Real Madrid. Il centrocampo del Liverpool è onnipresente, clamoroso accostando i nomi delle sue squadre. Ma i nomi sono fatti per gli appunti sulla carta: qui non importa il singolo, bensì la qualità di questi a coinvolgere gli altri esponenti. Il gol per il Liverpool deve essere una ciliegina sulla torta di un’azione che potrebbe continuare all’infinito se il campo non finisse.

Ma nel campo ci sono quelle laterali e quelle di fondo, la palla è rotonda, e gli episodi disegnano storie in quella porzione di spazio dove cresce l’erba.

22′. Firmino si gira in area, il suo tiro rimbalza sul muro Real, sarà Arnold a provarci. La classe dell’invenzione di Klopp è straordinaria, ma Navas la blocca, chissà come. Un missile che poteva essere spento solo dalle braccia del Costaricano.

Il gegenpressing, la filosofia di gioco Kloppiana, è una lezione di tattica, quando al 25′, Isco ruba un pallone e si trova accerchiato da 3 maglie reds.

Perdere palla e poi pressare alzando il baricentro della squadra. Stupendo.

Eppure quando Ramos atterra Salah, qualcosa nella partita cambia. Un brivido sulla schiena delle maglie rosse dei tifosi del Liverpool.

Cambio.

Salah esce per Lallana. Siamo alla mezz’ora, l’egiziano, migliore calciatore dei campionati europei quest’anno per rendimento, è in lacrime. Non ce la fa.

È il preludio di una partita che cambia sponda, come altre finali in cui la favorita lentamente inizia a dettare legge.

Per giustizia sportiva, anche il Real perde il confuso Carvajal, ma ad entrare è Nacho. Una garanzia per qualunque allenatore in cerca di un terzino.

Lovren blocca Marcelo al 45′ , poi Nacho e Benzema completano l’opera della paura: 3 guizzi che anticipano un difficile secondo tempo per una squadra rimasta senza il suo leader.

Nella ripresa Lallana combina un disastro: serve involontariamente Isco che a porta vuota becca la traversa.

Minuto 51′. Il Real è salito in cattedra, ma la classe è assente per poter opporsi con una discreta rivoluzione. Karius deve rinviare il pallone. Probabilmente convinto che il gioco sia fermo, va di fretta. Rinvia con le mani, ma Il pallone rimbalza sulla gamba di Benzema. Gol. Il fiato trattenuto in gola, per chi non tifa Real, sale di temperatura ma rimane strozzato. È un gol che per ridere vorresti vedere sempre, ma non stasera. Da videogioco, e nemmeno.

Dopo la simulazione triste di Sergio Ramos, Varane è costretto a salvare su Firmino: è la reazione del Liverpool.

Mané! 1-1. Lovren sale in cielo, oltre Ramos, e chiedere a Godin e compagni dell’Atletico Madrid se questa non sia già da sola un’impresa. Mané allungando la gamba spiazza Navas. Pareggio meritatissimo per quanto mostrato sin’ora.

Karius al 59′ risponde ad Isco, e per un attimo spazza via lo spettro del primo gol.

Entra Bale al posto dello spagnolo stesso, mentre Wjnaldum egregiamente padroneggia al centro del campo.

Ma al minuto 64′ tutto si ferma per l’assurdità di una squadra dai giocatori disumani. Non è bastato il gesto apparentemente unico di Cristiano Ronaldo ai quarti di finale, è Gareth Bale questa volta a segnare in rovesciata. Un gol all’altezza dei capolavori di Vermeer, che ti lascia interdetto per come ci sia stata quella scelta di colori piuttosto che un’altra. Rovesciata in contropiede su un cross di Marcelo col destro (lui è mancino). Da mani nei capelli. Non una giocata, ma LA giocata. Il pupillo di Florentino non aveva digerito la panchina…

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Vorrei scriverne per ore, ma per assurdo non è l’elemento principale della serata.

Mané in giocata individuale si dimostra il migliore dei suoi. Punta due avversari, libera il sinistro e becca il palo al 70′. Dopo 3 minuti reclama un rigore Firmino, un minuto dopo ancora Robertson, chissà come, ferma Ronaldo in contropiede.

Ronaldo: uno fra tanti in questa strana partita per qualità tecniche e tattiche dimostrate. Ma il Real non è più un fortino, bensì un castello, di cui Bale ne è il proprietario. Esterno meraviglioso ad aprire sulla sinistra per Benzema, che trova prontissimo il buon Karius, in ripresa dopo il precedente errore. Ma per lui non è finita qui la tragedia.

83′. Bale calcia dal limite. Nella testa di un portiere in finale di Champions League mi chiedo cosa possa mai passare. Tensione, paura, agonismo: “ferma quel pallone!”. Ma dopo aver commesso uno dei peggiori errori della storia delle finali di Champions League, appare plausibile commetterne un altro. Karius non blocca un tiro potente del gallese, ma non lo respinge neanche. Gli rimbalza sulle mani, finendo alle sue spalle.

Una caduta simile ti spezza in due

Sa cosa è successo Karius. Non lo sanno ancora bene i tifosi, qualcuno da casa ride e il Real porta a casa la 13esima coppa a casa. Salah da qualche parte piange ancora. Ronaldo non segna, rischia sul finale di poterlo fare, ma l’ennesima invasione di campo macchia questo sport sempre più in preda a fanatismo e business. Karius è lì.

“Quando c’è una tempesta e tu stai di fronte a un albero, se guardi i suoi rami penseresti che esso cadrà, ma se guardi il suo tronco, vedrai stabilità” (dal film Revenant

Tendenzialmente sì. È un po’ quell’albero Karius. Costretto ad indagare sulle sue radici per non cadere nel vento di critiche che rischiano di bruciargli la carriera, oltre che essere colpevole della disfatta in finale di Champions League.

Due errori tragici in una finale simile non puoi commetterli se desideri continuare a fare questo mestiere. E le sue lacrime lo sanno. Mentre chiede scusa ai tifosi, a tutti. Meglio le partite da ragazzini quando dopo il primo errore magari ti mandavano fuori. Lui preferito a Mignolet dal tecnico, che ora delude tutti. Tutti, compreso se stesso. Non la indossa la medaglia. Sente di non meritarla. Una gran partita esclusi quei due imperdonabili errori. Verrà ricordato per questo nei giorni a seguire e non solo. Se ne parlerà molto. La caduta di un uomo fa male tanto più alto è il punto e la velocità con cui impatta al suolo. Karius ci è caduto di pancia, di testa, col corpo: ogni punto ha incontrato il fallimento con la stessa veemenza che può avere un corpo sedotto dalla gravità.

Vederlo piangere così mostra il lato umano del calcio. Chissà se quella frase “chi cade deve saper rialzarsi” vale davvero. Da certe sere si rischia di non rialzarsi più. Se non cambiando bar, sport, o vita.

Real Madrid batte Liverpool. 3-1. È la terza Champions League di fila per gli uomini di Zinedine Zidane.

(Fonte foto: Getty Images)

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Attacchi di panico: non ti crederanno mai

La cosa più brutta degli attacchi di panico, è la gente attorno a te. Ti guardano come un malato, ma non ti ritengono in malattia. Ti osservano come si osserva un piatto flambé: qualcosa che arde, e che può salvarsi solo se decide di spegnersi. Cioè, che tu, nel tuo stato, versi il tuo bicchiere d’acqua su ciò che hai davanti.

Quando ci riesci

Quando poi ci riesci a versare quel bicchiere, ti rendi conto che era gassosa, e che il rumore di quelle bollicine infrante ti stride nella testa, come il peggiore dei rumori dei televisori analogici dopo lo switch-off.

Bzz-bzz.

Non scherziamo eh. Quel suono è il caos. Ci credo che ci abbiano girato i migliori horror degli ultimi anni. Ma torniamo a noi.

Perché questo giro di parole insensate?

Perché quel panico è così. Ingestibile. Diverso di persona in persona. E la compassione molte volte non aiuta. C’è bisogno di un percorso certe volte che ti svesta di quel malessere, quel dolore di vivere senza sapere uscire da quel cammino, con un lampione a intermittenza che ti segue sul tuo cammino. Io non ci credevo. Ritenevo esagerato chi ne soffrisse. In cerca di attenzioni. Ma poi qualche volta credo di averli provati.

Perché l’attacco di panico è il climax della tua esistenza ogni volta che ne affronti uno, ma se non ci se abituato subito neghi di averne avuto uno. Oppure non lo sai. Un po’ come l’ubriachezza. Una brutta sbronza. Non sai mai cosa ti è successo.

“La percentuale di pazienti nei quali la malattia scompare varia da un 12 a un 38%. Secondo l’Alpa da un’analisi della letteratura scientifica emerge “che il 20-40% dei pazienti trattati farmacologicamente non risponde alle terapie” e la stessa cosa succede “al 30-40% dei pazienti trattati con la terapia cognitivo-comportamentale. Queste percentuali – precisano gli esperti – sembrerebbero sconfortanti ma in realtà sono più il risultato di cure inadeguate e non corrette piuttosto che l’effetto della reale resistenza del disturbo di panico alle cure”.”

Questo il parere de larepubblica.it in un articolo di Valeria Pini con il consulto di Giampaolo Perna, primario di Neuroscienze Cliniche di Villa San Benedetto Menna. Continua quest’ultimo:

“Le uniche cure che hanno chiare dimostrazioni di efficacia sono la terapia farmacologica con farmaci che agiscono sulla serotonina e la psicoterapia cognitivo comportamentale. La combinazione delle due sembra essere la soluzione migliore e può nell’arco di un anno riportare la persona alla normalità. E’ molto utile integrare a questa terapia l’esercizio fisico aerobico come, ad esempio, corsa, cyclette, danza, etc.almeno tre volte alla settimana per 30 minuti) e evitare di fumare. E’ stato chiaramente dimostrato che il fumo di sigaretta può scatenare il panico e sicuramente lo peggiora. La terapia sicuramente aiuta molte persone a guarire per sempre anche se in diversi casi, soprattutto se mal curati, è possibile una ricaduta una volta sospesa la cura”.

Come si affronta… il panico?

Lo stile di vita. Tendenzialmente la causa è questa. Eppure mille motivi possono essere additati come causa di una patologia che colpisce gran parte della popolazione. Io credo che a volte possano essere anche rari, non una vera e propria patologia. L’attacco di panico isolato: il panico è il panico. Ma quanto può influire sullo stile di vita di chi ha un serio disturbo? Come lo si affronta? Come lo si accetta? Come ci si può far accettare da chi intorno a noi?

Curioso di ricevere i commenti di chi passa. Il vero modo per capirne di più e per una maggiore sensibilizzazione al problema.

(Fonte foto: Riza.it)

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Curioso di ricevere i commenti di chi passa. Il vero modo per capirne di più e per una maggiore sensibilizzazione al problema.

La città bianca

Fuggo verso la città bianca
mentre persone intorno
si disperano in infiniti
“pipponi mentali”
figli del tempo
e dei luoghi
di chi
non ha nulla da chiedere o conquistare.
La città bianca…
città pop con il cuore rock
ma costruita
sulle vecchie macerie
di gesta eroiche,
mi aspetta,
mi chiama,
quando sono stanco.
Stanco di surrogati,
ragionamenti complessi
e compagnia cantante.
Così stanco, e così fuggo
nella città bianca
dove soltanto lì accetterò
una chiacchiera sulla vita
e sul domani:
tra un pezzo di storia
e un whisky,
di quelli che non c’entrano niente col sole
e ti fanno sudare fino al prossimo tuffo.

Quanto sono fortunato già solo a pensarla la città bianca.

Il vuoto attorno a Iniesta è il vuoto di uno sport in fin di vita

Andrés Iniesta.

Monumentale. Non esiste altra parola per descrivere il suo ruolo in campo. Uno dei tre moschettieri del Barcellona imbattibile: Xavi, Iniesta e Messi. Uno di quelli che in mezzo al campo dipingeva come Pablo Picasso: geometrie e traiettorie impensabili. Iniesta non lascia, bensì punta ai campionati asiatici, sfruttando quelli che sono i meccanismi dello showbiz, che nutre gli appassionati del calcio di un latte fetido, putrido, disgustoso, per chi conosce gli ideali dello sport. Ma che fai? Tu non li prenderesti i milionazzi di imprenditori asiatici? Aspetteresti di ricevere i contributi statali per la pensione?

Non credo li abbia versati Andrés.

Seduto in mezzo al campo. Tristezza infinita per chi pensa alla crudeltà del non poterlo più vedere un giocatore così. Palla al piede, l’arte della retorica lo incorona poeta del pallone, lui che ha reso la Roja la squadra più forte del mondo in quel teatro sudafricano che sono stati i mondiali del 2010. Teatro sì, perché mentre la Roja esultava, gente senza casa e senza il pane rimaneva denutrita fuori, cacciata dalle città.

Allora immagino, viaggio con la mente, come lo spagnolo magico, lui seduto al centro del Camp Nou, io seduto sul mio letto improvvisato, nel soggiorno, per problemi con la mia stanza da letto. Molti penseranno sia andata meglio a lui, ma non mi lamento. Nello sport, nella vita, cercare di definire il mejor, è chiacchiera da bar per chi ha bisogno di idoli forti che sopperiscano alla loro mancanza di autostima e personalità.

Come i famosi tributi ai grandi giocatori sportivi, a volte eccessivi, fuori luogo, si vedano i calciatori, i tennisti, i cestisti, e così via, stanchi della fama, di fare autografi, perché la loro vita deve essere rispettata, ma il portafoglio nutrito. È questo che conta. Vincere è l’unica cosa che conta, lo dicono e lo pensano in molti in Italia e non solo.

Io per una notte mi sento Andrés. Lui con il rammarico di non potersi più commuovere da giocatore con la maglia blaugrana, io triste per come vanno le cose, per come i media abbiano invaso quel gioco che giustamente molte donne (come mia madre) definiscono lapidariamente: “ma sono solo 22 uomini che corrono dietro a un pallone!”. Santa bellezza quella delle donne. La sanno più lunga di me, dei miei amici, dei vostri amici e di tutti gli uomini che conoscete. Più di quelli che esclamano “lo vedi che non è solo un gioco?”.

È solo un gioco ragazzi. È quello che ha compreso Iniesta in mezzo a quel campo, pronto a prendere il suo aereo prima per i mondiali e poi per l’Asia.

È solo un gioco. È il collettivo che ci gira intorno che ne ha fatto una ragione di vita, perché incapace di godersi la bellezza del non prevalere su nessuno ad ogni costo, per scegliere la maglia, quando poi maglia non lo è più.

Inizio a pensare che non lo siano mai state semplici maglie.

È più giusto chiamarle divise, come quelle dei militari impegnati in guerra.

Guerra e calcio. Due modi simili di far girare i soldi.

Ma alla fine è solo il pensiero di uno incapace di elogiare e basta il più grande centrocampista degli ultimi anni.

Seduto su un letto improvvisato. Con quanto appena scritto. E nient’altro oltre alla doppia tristezza di vedere uno sport in fin di vita e un giocatore lasciare il calcio giocato (quello europeo).

(fonte foto: Il Post)

Barcelona v Real Sociedad - La Liga

Sambuca – 17 – Coma Etilico

Più si beve più si va sotto.
Ma non come credono i bevitori occasionali: si perde il senso per gradi.
Non c’è nessun metodo, a parlare è l’esperienza.
Ogni fattore influisce sulla psiche: lo stomaco vuoto, la chiacchierata col vecchietto al bar, il tipo di liquore.
Di conseguenza, il modo in cui si reagisce, è diverso in base al tutto: io ero un esperto per circostanze, o almeno credevo di esserlo diventato. Uno di quelli che “barista! Il solito!” e poi nessuno mi cagava perché cambiavo sempre bar. E poi rimane una frase da film…

Ero con quattro tizi di diverse età. Questo lo so perché erano diversi, dannatamente diversi in tutto e se la barba bianca di Jackie, un ragazzo inglese, era bianca dall’inizio della serata, vuol dire che avevo trovato il gruppo più assurdo di tutta Londra.

Avevo conosciuto questo gruppo per caso, nel London Boulevard, un bar nuovo, ma che ebbe grande successo quella notte probabilmente solo grazie a noi.
Mi avevano beccato brillo a filmare il mio liquorino ripetendo le parole “no shottino, cicchettino”. Ero fuso. Per qualcuno su instagram anche simpatico.
Da quando i social hanno invaso la nostra vita abbiamo placato anche il “non ho nulla da perdere”. Ero uno che non aveva nulla da perdere, tranne quella pseudo dignità del mondo social.
Almeno lì fingevo di essere un viaggiatore, che tradotto in termini moderni significava “essere qualcuno”.

Vennero tutti verso di me e io l’unica cosa che compresi fu “Another Shot-tino!”, con quell’accento fastidioso che per fortuna non aveva grossomodo Berenice. Chissà che pensava. Ora.
Capii, quella sera, che in Inghilterra dovevano limitarsi alla birra, i super alcolici per loro erano roba assurda, nessun cazzo di drink fatto come si deve. E allora, convinto di questa assurdità frutto della mia mentalità tutta italiana, mi misi a insegnare l’alcol a un gruppo di pazzi. Divertente. Ma la realtà era che volevo evitare una improbabile rissa: Inghilterra – Italia sarebbe finita con il facile punteggio di 4-1.

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“Più si beve più si va sotto.”

“Cicchetto of Absinth!” gridavo dopo mezzo’ora di improbabili lezioni di drink. E sorridevo come se avessi davanti la nonna con la torta al cioccolato.
“Cicchetto of Disaronno!” e l’alcol divenne il mio linguaggio universale, come il calcio, ma più facile ancora. E ricordavo cose come la mia prima volta in bici, con le ginocchia sbucciate e mi chiedevo tra quelle risate “perché ora?”
“20 esimo cicchetto siiiiiii!” e cantavo Felicità di Albano, con gli inglesi che seguivano un karaoke fasullo trovato su Youtube.
“Chiamatelo pure Shottino ma che cazzo me ne fotteeeee!”  è la penultima frase che ricordo per davvero. Se sei convinto di essere sulle nuvole, ma i tuoi piedi sono diventati delle zavorre, delle ancore, che non ti permettono di camminare, se non di dire “raga se piscio è Tamigi!”, beh… quello è il momento in cui sono cazzi amari.

Come nel buon Trainspotting, facevamo chiasso e il mio bicchiere, lo lanciai mentre cadevo su quelle parole.
Mi ritrovai giù.
Partì una rissa.
Jackie doveva essere assolutamente più giovane per come incassava, questo me lo ricordo.
Caddi sotto un pugno quando pensavo di poter girare in sala illeso. Mi alzai solo a fine rissa, presi la bottiglia e caddi di nuovo.

Il verdetto era coma etilico.

E non avevo neanche dove dormire.
Chiamare Berenice era uno sbaglio.
Uno sbaglio che non feci io, ma quei simpatici inglesi.

In un ospedale di Londra mi accorsi che un padre di famiglia, Christian, suo figlio Alan, con ottimi voti a scuola, Jackie, un ragazzo rimasto solo dopo essere stato lasciato come me, e Freddy, il nonno del gruppo, erano la famiglia più bella del mondo. Da raccontare come ciò che non potevi mai aspettarti prima. Da raccontare perché erano anche la famiglia di Berenice.
Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare. Vallo a spiegare anche alla sua famiglia poi. Una buona famiglia di giorno, degli Hooligans del Tottenham di sera.

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“Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare.”

La Casa di Carta: come creare una serie straordinaria nonostante errori grossolani

Zecca di stato. Rapina. Una voce sensuale che racconta.

Sono gli elementi principali della prima puntata de “La Casa di Carta”.

Attenzione: da qui in avanti ci saranno spoiler un po’ di qua e un po’ di là. Quindi se non l’avete vista o perlomeno non tutta fermatevi, prendete un bel respiro e buttate giù le due stagioni (divisione fatta da Netflix, in Spagna uscì come una stagione sola) prima di poter andare avanti.

La serie ideata dallo Steven Knight (per capirci l’autore di Peaky Blinders e format come Chi Vuol Essere Milionario?) spagnolo, Alex Pina, autore di programmi come Caiga quien caiga e Los Serrano, da noi diventati rispettivamente Le IeneI Cesaroni, approdata su Netflix è diventata un successo.

Eppure presenta dei buchi. Innamoramenti improvvisi, il rischio di far fallire il piano della rapina continuamente, un racconto finito troppo velocemente, per non parlare di Oslo, uno dei rapinatori ucciso, che respira platealmente in una scena in cui è disteso.

Di errori come questi ce ne sono e qualche cultore del cinema potrebbe anche criticare più di una scelta registica. Ma il successo è strepitoso. Se ne parla ovunque. Un prodotto di punta al momento per Netflix, che ha acquistato la serie dalla casa di produzione di Pina, la Vancouver Media.

La serie è piaciuta tanto anche a me. I motivi sono molteplici.

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Pronti a indossare “Dalì”?

I motivi per cui ho adorato La Casa di Carta.

  1. L’odio per l’istituzione. L’ideatore della rapina è Sergio Marchina, per tutti “Il Professore.” Praticamente ha previsto tutto. Nei minimi particolari sa cosa farà la polizia, finché non si innamora dell’Ispettrice Murillo e da lì è un casino. Il Professore più che desiderare i 2400 milioni di euro che la sua squadra di rapinatori vuole stampare nella zecca di Stato, desidera vendicare in primis la morte del padre, rapinatore di banche che gli raccontava i suoi colpi come nelle favole. Come dare torto al prof? Chi non ha desiderato per una volta di fare il Robin Hood? Il mondo gira a favore di banche e grandi colossi, e La Casa di Carta ci porta per una volta dalla parte dei più deboli: dei rapinatori che mettono in ginocchio l’istituzione Spagnola.
  2. Tokyo. La voce di Tokyo è suadente, avvolgente, elegante. Ursula Corbero interpreta un personaggio incasinato, forse quello che commette più errori per come viene presentata dal professore. Eppure il suo racconto rende, anche se interrotto improvvisamente sul finale. La scelta di Tokyo è la scelta Hitchcockiana di puntare sulla suspense. In ogni puntata la voce di Tokyo ti getta dalle Stelle alle Stalle, anche quando tutto sembra filare liscio.
  3. Il sottile filo che lega bene e male. L’ispettrice Murillo è un personaggio emblematico. Una donna divorziata, picchiata dall’ex-marito, adolescenziale in amore, ma ultracoscienziosa nel suo lavoro. Un segugio dal cuore debole. Quando si innamora del professore e scopre la sua vera identità è una donna persa. Persa tra il sesso che ora è “fare l’amore” e un lavoro che ha perso di senso.
  4. O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. L’urlo partigiano. Un canto per la resistenza. Quando il professore e Berlino si danno la mano iniziando a cantare questa canzone, la scena trasmette i brividi. È il motivo nascosto dentro di noi, a superare i limiti strutturali del cinema e della tv. L’immaginazione che completa il quadro. Il modo per sentirsi parte integrante della lotta al potere.

La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione. Nei metro, pullman e luoghi pubblici, alcuni intonano il coro partigiano della resistenza alla guerra. Un grido contro il filone fascista e nazista che torna ad impazzare per il mondo. La Casa di Carta si è trasformato in un fenomeno spontaneo che neanche Alex Pina poteva immaginare. Un prodotto immaginifico attraverso uno dei più grandi portali commerciali degli ultimi tempi.

O bella ciao allo stile e alle trame, un bentornato a questo canto dalle tute rosse.

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“La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione.”