Sambuca – 3 – L’India

Nuova Delhi. Che cosa ci facevo lì, non saprei dirlo, ma mio fratello era l’incarnazione del detto “a vit s’adda piglia comme vene!” ed ecco due biglietti per l’India. India o meno, come diceva Troisi, a me la vita… vene sempre ‘na chiaveca.

Alto, muscoloso, sorriso a 32 denti sotto un paio di Tom Ford che finivano su un naso non piccolino, ma da attore di cinema. Capelli sistemati e maglia bianca. Mio fratello Giordano era il meno appropriato a quel trenino indiano, bensì avrebbe potuto lasciarsi fotografare in ogni angolo del treno per farne un book da portare a Calvin Klein.

Eravamo comunque simili nell’aspetto, nonostante io non mi curassi, soprattutto in quel periodo. Anzi, in quel periodo mi prendeva anche di mira.

-Sei adatto all’ambiente – mi disse sottovoce ghignando.

-Non credo ci siano italiani, tranquillo. Alza pure la voce.

Giordano. Una vita fatta di istinti e scelte last minute. Ed io ero lì, al suo fianco. Senza ricordare nemmeno come e quando mi convinse a partire.

Da appassionato di cinema mi aspettavo di vivere un’esperienza come Il treno per Darjeeling di Wes Anderson, ma per quanto la vita possa assomigliare ad un film, non è mai come t’aspetti.

-Dovremmo fare le domande che facciamo appena conosciamo qualcuno più spesso e non solo nei primi tempi. Ci pensi? Se ti chiedessi che musica ascolti ora mi diresti che sei fan dei One Republic, nonostante credo che tu li abbia cominciati ad ascoltare seriamente da ieri.

-Mo’ ricominci?

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Da appassionato di cinema mi aspettavo di vivere un’esperienza come Il treno per Darjeeling di Wes Anderson, ma per quanto la vita possa assomigliare ad un film, non è mai come t’aspetti.

-Dovremmo fare le domande che facciamo appena conosciamo qualcuno più spesso e non solo nei primi tempi. Ci pensi?

Giordano si era abituato a quel mio atteggiamento, anche se non gli piaceva. “Sii più semplice, lo sei sempre stato” mi diceva. Ma io lo ascoltavo e non capivo, anzi, non ci riuscivo più.

-Chiedilo al Dalai Lama mo che lo vedi, e non ci pensare.

-Tu che musica ascolti fratellone? – insistei con una faccia sorridente e da schiaffi a mano aperta.

-Quella che brucia il cervello, ma non ai livelli delle tue chiacchiere.

*

La nostra coincidenza sarebbe dovuta arrivare la sera in zona hotel: una delle poche situazioni ricche di quel posto.

Prima di scendere notai mio fratello fissare un uomo molto magro.

-Chissà cosa pensa… – mi fece – che ne dici pensatore?

Mi fermai a fissarlo. Poi iniziò a pregare con la stessa delicatezza con cui Chopin suonava i suoi notturni.

-Allora non sono l’unico che osserva – dissi a mio fratello alzandomi.

Gli diedi un bacio sulla fronte e mi andai a sedere vicino a quell’uomo.

-Ma che cazzo fai? – mi fece imbarazzato ma divertito Giordano. Sapevo che qualunque cosa avessi fatto sarebbe stato felice, l’importante era non pensare troppo.

C’erano poche possibilità che io e il mio amico indiano ci intendessimo. Per farlo? Diventammo improvvisamente bambini.

Mi sorrise, gli sorrisi.

Le sue rughe non potevano nascondere il suo sorriso bambino. Mi guardò immobile. Poi fece dei movimenti con le mani che io istintivamente notai. Raramente mi sono divertito con così poco. Ci capivamo soltanto io e lui lì dentro e la cosa straordinaria fu che non dovemmo proferire parola. Era uno spettacolo per pochi, con mio fratello che faceva da platea ridendo ormai imbarazzato.

Lentamente lo spettacolo si allargò quando iniziammo ad emettere versi. Io sembravo uscito da Karate Kid. Lui pareva uno di quei monaci che potrebbero anche stenderti col pensiero.

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Sii più semplice, lo sei sempre stato

Le risate si allargarono dopo che brillantemente il nostro attore di strada indiano mi fece segno di inginocchiarci al centro della carrozza. Chissà se la gente rideva per derisione o comprensione si sarebbe chiesto chiesto un affascinato Pirandello.

Mio fratello fu causa però dell’evento delirante, quello provocante caos. Estrasse dallo zainetto una bottiglia di Molinari, che signori miei, non so nemmeno perché l’avesse. Non riusciva a star fuori dalla scena e così, si piazzò al centro dell’attenzione poggiando due bicchierini davanti a noi.

Sambuca! – esclamai dandogli corda.

Il mio nuovo amico provò a ripetere ma ridemmo tutti nel suo tentativo.

Gli feci segno di seguire me nel bere e capì. In quella vacanza la sambuca sarebbe stata il nostro linguaggio internazionale.

Bevemmo in un sorso solo dopo aver fatto battere anche il bicchierino a terra. Il linguaggio del cicchetto divenne legge anche su quella corrispondenza. Eravamo compagni di bevute per dirla alla Bukowski. La faccia che fece l’amico quando lo bevette fu la stessa che fanno i neonati quando assaggiano per la prima volta il gelato. Disgustata, ma vogliosa di riprovare.

Fu lì che mio mio fratello alzando la bottiglia gridò – Sambuca per tutti!

Giordano non perse l’occasione di rendere brillo un intero treno. Bocche aperte, bottiglia che passava di mano in mano e una quantità immensa di bicchierini. Iniziai a pensare che mio fratello, che in quel momento seduceva una prosperosa 40enne indiana, nel suo zaino avesse solo bicchieri e bottiglie. Sperai che almeno in valigia avesse abbigliamento e non ne chiedesse a me in cambio di bottiglie.

Quell’uomo scese prima di tutti. Lasciò lo “spettacolo” tra gli applausi e credo – per non so quale motivo – che quello fosse il suo intento. Dava l’impressione di essere un uomo povero di tasca, ma non di spirito.
Mi stampai la sua faccia come un poster nella mente quando scese nel buio, per paura di dimenticarlo.

Sorrise, mentre i suoi passi ciondolavano in una stazione della quale si vedeva a malapena il pavimento.

Chiesi in giro chi fosse, ovviamente invano: nessuno sembrava conoscerlo, né sembravano capire molto l’inglese. A difesa loro posso dire che il mio inglese non era comunque dei migliori.

-Giordà, secondo te chi era?

-Un mezzo pazzo fratello mio. Ma quanto ci ha fatto ridere?

Mi toccai la tasca che sentii vuota. Non trovavo più il portafoglio e il telefono.

-Giordà Giordà! Ho capito chi era! Questo si è rubato tutto!

-Ma che dici…?

Trovai stranamente i soldi nella tasca del giubbino, insieme a passaporto e carta d’identità.

-Ma scusa il portafoglio ce l’avevi. Se qualcuno l’avesse preso che senso ha tenerselo e ridarti tutto?

-Il cellulare poi… – risposi avvolto nei miei pensieri.

Era la nostra fermata. Scendemmo. Ci guardammo con sorrisi strani. Eravamo tanto brilli quanto lucidi. Forse l’euforia, forse il viaggio, forse addirittura la sorpresa.

Mi resi conto poi, che quell’uomo che vidi l’ultima volta sparire nell’ombra, non fece che farmi il regalo più grande di quella vacanza: lasciarmi soltanto gli occhi per immortalare l’India.

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Dava l’impressione di essere un uomo povero di tasca, ma non di spirito.
Mi stampai la sua faccia come un poster nella mente quando scese nel buio, per paura di dimenticarlo.

Sorrise, mentre i suoi passi ciondolavano in una stazione della quale si vedeva a malapena il pavimento.

Prossimo capitolo Sambuca – 4 – Lezioni di Nirvana


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Sambuca – 2 – I fiocchi di neve

Il mondo è fatto da due tipi di persone:

quelli come i fiocchi di neve, unici e irripetibili;

e gli osservatori, ovvero quelli che li guardano cadere rimanendo a bocca aperta ogni volta che li guardano librare nell’aria.

Sentivo i suoi occhi sul collo, fiato sulla pelle, dita che sfioravano il mio viso, delicate.

Mi guardava con un’ammirazione che non ritenevo possibile.

-Spiegati! Che cosa sono questi fiocchi?

-Non mi va. Mi va solo di fare l’amore.

Era vero. Quando ami qualcuno, le parole sembrano il contrappeso del futuro, qualcosa che vuoi evitare per non perdere quella sensazione che colpì anni addietro Stendhal, estasiato delle bellezze artistiche delle città italiane. Per me era così. Incanto ogni volta. In tutta la sua semplicità e purezza.

-Non fare il bamb…- un bacio da parte mia la fece cadere – …ino.

Cadde profondamente in quello che con orgoglio e umiltà, due sentimenti distinti e separati in molte occasioni, chiamiamo amore.

*

Pensavo seduto sul ciglio del letto e ancora a schiena nuda, a quanto le persone non sanno mai chi sono davvero. Affannano per tutta la vita a cercare risposte sperando di scoprirsi, così da dimenticare di costruirsi un mattoncino alla volta.

La guardavo la mattina avvolto in tutti questi pensieri, mentre accarezzandola, sentivo sotto mano tutta la sua unicità. Non avevo il coraggio di mostrarmi davvero per quello che ero con lei. Paura che tutto finisse, paura di molte cose. Semplicemente mi prendevo l’attimo, quando incurante del futuro, vivevo stralci di presente.

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Amavo le lenzuola bianche, odiavo la sua insicurezza.

Di storie di uomini forti ne ho sentite, di donne quasi mai. Perché le donne non hanno bisogno di raccontarle. Agiscono direttamente.

Alla radio partì Stay.

Rihanna come colonna sonora delle mie paure, mentre gemiti, passione e sentimento galleggiavano nell’aria. La mia vita era un film. Una commedia con una morale romantica. L’avessi fatto l’avrei chiamato Le anime gentili.

Ma non avrei saputo godermelo quel film, troppo ossessionato da qualcosa che potesse andare storto, perché la felicità dovrebbe essere proprio questo: non pensarci. Ed io non ero bravo in questo.

Amavo le lenzuola bianche, odiavo la sua insicurezza.

Aveva quel modo di coprirsi che mi inteneriva e mi incuriosiva quando la scoprivo. Andava presa per piccole dosi.

Quella mattina alzandosi dal letto inciampò spaccandosi all’altezza del mento. La sua fronte corrugata mostrava quanto si fosse fatta male davvero, ma in qualche modo fu capace di fingere di stare bene.

La soccorsi ridendo, e questo le mise agitazione nonostante invocassi calma.

In ospedale mi sa che peggiorai la situazione. Litigai con i medici che non avevano spazio per medicarla, e poi per aggiustare il tutto la misi su una carrozzella a fare corse per i reparti. Facevo di quella mia instabilità un modo d’essere.

Pensavo le piacesse davvero.

Ma quando la vita ti mostra le sue pressioni e le sue difficoltà, la gente smette di sorriderti, chiunque essa sia. Anche l’amore della tua vita.

Pensavo fosse più forte.

Pensavo fosse diversa.

Ma così non fu. Mi lasciò solo, rubandosi gran parte di me e i battiti felici del mio cuore.

Il fiocco di neve iniziò a sciogliersi, davanti ai miei occhi.

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Mi lasciò solo, rubandosi gran parte di me e i battiti felici del mio cuore.

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Sambuca – 1 – Ancora un po’

Non avrei mai pensato in vita mia di poter scrivere un libro. E infatti non è quello che sto facendo.

2017: scrivo un racconto in un blog. Particolare come mezzo, non definibile come libro.

Il libro è carta, sensazione al tatto, orecchietta alla pagina sul lato preferito, insomma… è tante cose.

Lo diventerà.

Sento con tutto me stesso che il racconto, alla quale non credevo potere dare un seguito, sia invece l’unico che abbia avuto il coraggio di uscire dalla mia mente, per primo, senza chiedermi il permesso.

Il racconto, che durante bevute, lacrime e risate, ha preso vita e mi ha fatto capire tante cose tramite lettere, frasi ed esperienze.

Il tutto nato da me. 

Il titolo è un chiaro riferimento a quel forte alcolico che ricorrente è apparso nei miei venerdì, quando la vita si presentava al mattino con la mano sinistra e di fare del bene non ne aveva intenzione.

Di cosa parla? Lo lascerò dire a voi e a Francesco. Il Francesco protagonista di Sambuca, che ci mette una vita a rivelare il suo cognome, ma ancor di più ad aprirsi completamente  con se stesso.

Io rimango orgoglioso di “tessere” queste parole, in qualità di avere, per adesso, l’unica copia di questo libro. Da qualche parte dentro di me. Perché se devo dirti la verità, mentre scrivo queste parole, il racconto non è nemmeno finito.

Perché iniziare a pubblicarlo?

Perché voglio che vi ubriachiate mentre lo leggete, che dite a chi amate che lo amate, che sappiate piangere e che sappiate emozionarvi, e che soprattutto non abbiate mai la sicurezza che ci sia un capitolo dopo ciò che state leggendo. Perché l’amore per chi resta solo è così, e soltanto il conforto e la speranza possono salvarlo. Ubriacatevi come diceva Baudelaire. 

E se non vi piacerà, pazienza: mi ricorderò di voi sul fondo dell’ultimo brindisi al sapore di anice.

Sambuca per tutti.

P.S.: il racconto ha anche un profilo instagram che è questo qui: @sambucailracconto. Ci troverai vari contenuti con estratti o opinioni sul libro.


E se ci dicessero che il nostro non era amore
io vorrei incontrarti ancora
per far nascere
quell’amore mai nato.

Quel parco mi ricordava Neverland, il film con Johnny Depp. Avevo uno stile inconfondibile quel giorno, quasi come l’attore.
Cappotto bleu, tinte scure, mani nelle tasche, capelli curati. La vita mi aveva cambiato.

Mi chiamavano l’artista gli amici, anche se rimanevo un bohemien dentro. Uno di quelli che vive alla giornata dispensando storie e consigli a chi incontra.

Credo che in questo parco mi ci portò quel viaggio a Londra, decisamente.

Avete mai avuto l’impressione che ci sia un particolare motivo che guidi i vostri passi?

Londra era multietnica, esageratamente grande e una realtà nuova per uno come me: attento e osservatore, ma pur sempre un tipo semplice.
Ora che ci penso, pensare e osservare sono due delle parole che mi sono rimaste addosso senza il bisogno di ricorrere ad un tatuatore.

La panchina era comoda per essere di un legno della quale, da ignorante in materia, non conoscevo le qualità. Eppure sapevo che sedermi lì significava gustarsi la culla del mondo. Una stanza dello spirito e del tempo dove i bimbi che giocavano, i giovani amanti e gli anziani che parlano di ogni tipo di bocce, non erano altro che per me distrazione. Per me e chi avrebbe colmato quel vuoto su di un legno che a malapena conoscevo.

Erano il paesaggio che vedi fuori dal treno quando nell’imbarazzo cerchi le parole per sostenere la conversazione con la ragazza che ti piace e alla fine è lei ad avvicinarsi a te.

-Hai scoperto cosa sei?

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Intollerante. Odiosa. Era come i ricci: potevi guardarla ma non toccarla.

Una voce fece campo nei miei pensieri. Era sempre bella, ma un po’ meno da quando si ricercava nelle parole e nei gusti degli altri.

-Non potrò mai scoprirlo, posso solo provare a…

-E non parlare sempre! – mi fece – voltati!

-Ma non ti sei nemmeno seduta.

Si sedette.

Intollerante. Odiosa. Era come i ricci: potevi guardarla ma non toccarla.

Soprattutto se eri me.

-Ciao – le dissi. La coda dell’occhio era un espressione a me congeniale in quel periodo. Le rivolsi uno sguardo leggero, senza guardarla davvero. Giusto per accarezzarla con gli occhi, senza darle la giusta importanza.

Silenzio. Non occorrevano davvero parole tra noi. Non occorrono mai tra due anime in subbuglio. Accenno di sorrisi. Mi guarda quando non la guardo. In quei momenti sembrava di ritornare alle prime volte.

-Ti va di camminare? – le chiesi.

-Fatti guardare ancora un po’ – rispose.

Ebbi un sobbalzo al cuore e i miei sentimenti, dondolarono come su un’altalena.

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Non occorrevano davvero parole tra noi. Non occorrono mai tra due anime in subbuglio.


Prossimo capitolo Sambuca – 2 – I fiocchi di neve


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Ronaldinho e quella sera che cambiò il mio modo di guardare il calcio

26 Novembre 2006.

Il Barcellona affronta il Villareal.
È un giorno che non dimenticherò mai.
Sì perché ero uno di quegli antipatici bambini che andava contro gli idoli del fratello solo per litigare.
Ma quella sera compresi il valore della qualità del gioco, qualcosa nella mia vita cambiò.
Il Barça all’88esimo vince per 3-0. Partita già in cassaforte.
Ronaldinho ha ancora tempo però, per lasciare tutti a bocca asciutta.
Assist perfetto per il suo stop di petto. Ronaldinho ruota su se stesso sfidando la fisica di un pallone che sarebbe dovuto cadere.
Ronaldinho segue il pallone con gli occhi e prepara il corpo: rovescia.
Palla in rete.
Credo di aver fatto la sua stessa corsa quando agitai la maglia per casa svegliando anche i miei genitori.
Quel giorno ho compreso il valore del gioco.
Oggi nel giorno del suo ritiro comprendo che non guarderò il calcio con gli stessi occhi: gli occhi del joga bonito che non dimenticherò mai.

Joga bonito Gaucho, sempre.

ronaldinho

 

 

Amico Bukowski, ascoltami bene

C’è che conosci tutti all’improvviso. Non c’è nessuno che ti sorprende.
Non è che sono pochi quelli interessanti, Buko, è che tutti sono diventati saccenti riguardo loro stessi, convinti del potere del singolo nel castello.
L’uomo ha sempre desiderato essere al centro dell’universo. Oggi? Oggi è creatore del proprio universo, e quando gli passa per la testa si piazza lì al centro, giocando con il tasto online e offline che equivale al mantello dell’invisibilità del signor Potter.
Buko, hai scritto per anni minchiate lasciando delle piccole briciole a chi era capace di vedere bellezza anche nella feccia. Hai scritto stronzate su stronzate riguardo al malsano, al perverso, al morboso, eppure eri lì Charles, tra quelli poco interessanti. Compreso da tutti, odiato da tutti, amato da tutti. In base a come giravano palle e uteri.
Le tue parole si alternavano tra oro colato e lacrime di coccodrillo, non eri niente Charles.
Ma l’avevi visto, tu. L’avevi visto prima che arrivasse l’oblio. L’oblio
Lo scorgevi sul fondo della bottiglia e quello lo potevi capire solo tu.
Avevi creato un universo e lo vedevi e ti chiedevi come fosse finito sul fondo della tua ultima bottiglia, lo guardavi così come si guardano quelle navi che mettono nelle bottiglie.
Cazzo Charles, tra te e gli altri non c’erano differenze, Charles.
Diamine Charles, un computer o una bottiglia, sono lo stesso sfogo.
Tra me e te non c’è differenza, anzi.
Io sono ancora sul palco… e mi batteresti le mani.

 

charles-bukowski
“Mi capisca. Io non sono come un mondo comune. Io ho la mia pazzia, io vivo in un’altra dimensione…e non ho tempo per le cose che non hanno anima.”

 

Le persone non sono soltanto le loro azioni

Le persone
Non sono
Soltanto
Le loro azioni

A volte esse
Sono figlie
Dei loro sogni
Delle loro ambizioni

Ciò che hanno
Dentro
Va oltre
L’immenso infinito

Ma quali uomini e
Quali donne
sanno riconoscere
Dello spazio lo spartito?

Soltanto coloro
Ricchi di spirito
Potranno nel tempo
Sfidare il finito

E fare
Della terrena vita,
Dell’anima
Il vestito.

 

ronhicks

Cosa vuoi fare da grande?

Cosa vuoi fare da grande?

Forse a questa domanda non abbiamo mai saputo rispondere. Forse non siamo mai diventati davvero grandi.

Forse è per questo che sento dire ai bambini: “Mamma voglio fare lo youtuber”.

Generazione wi-fi, bambini 3.0 che lontanissimo vedono i bimbi felici con le trottole e da poco hanno salutato quelli che mescolavano pallone e playstation. La gioia è nei tablet che nemmeno riescono a stringere con i loro piccoli polpastrelli.

Ma non siamo qui per fare mea culpa, mea culpa, mea culpa. Mia grandissima colpa è non capire, come molti altri, dov’è la linea che divide l’etica del giusto o sbagliato e soprattutto se questa linea c’è ma non si vede.

Mi presento, ma già il nome del mio sito vi lascia immaginare chi sono.

Francesco Gallucci, nato a Napoli in un freddo Febbraio del ’95.

Diventato “scrittore” per scherzo con gli amici, figlio dell principio ciò che scrivi ti rimane, sono nato ai tempi del verba volant whatsapp manent nel quale ho deciso di invischiarmici chiedendomi dov’è la qualità di Camus, se Bukowski è mai stato compreso sotto le foto del profilo delle ragazze che si mettono in mostra e se le ore di filosofia e letteratura vengono davvero insegnate nelle scuole o è preferita la navigazione social nascosta dagli zaini.

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Confesso. Sono un’ipocrita signori miei. Ero il primo a mandare messaggini fingendo una discreta attenzione ai miei tempi da studente. Motivo per cui sono un’universitario distratto che fa chiedere alle persone: ma questo gli esami come li da? Ansie che non ho mai compreso.

Mi ci sono ritrovato. Ho capito che oggi, mettere le mani nel fango con i modi di er Faina o scrivere il nuovo Conte di Montecristo che si innamora di Anna Karenina sotto gli occhi di un Dostoevskij esterrefatto sono la stessa identica cosa. Per occhi e orecchie offuscate.

Qui mischierò tutto come mente sincera (ma mica tanto), sarò bastone e carota, carn’ e furnacell, tutto e niente. Qualcuno capirà che la differenza ci sta e me la spiegherà prima o poi.

In un paese dove onesto rima con modesto, per dirla alla Marracash, mai e dico mai riusciremmo a insegnare a chi verrà e soprattutto a noi stessi cosa vorremmo fare da grandi.

Al massimo mi sento di rispondere viaggiare, ma come diceva quel Montaigne che fece litigare Massimo Troisi e Lello Arena nel celebre Ricomincio da 3: “chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca!”.

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A breve ne faccio 22, e non condanno più nessuno, nonostante la nostalgia di un passato che non ho conosciuto, quello delle storie e delle leggende delle piazze e non solo ganja e fb.

Ma come rimanerne fuori? Impossibile.

Aspettatevi il peggio, magari un giorno farò anche lo youtuber, magari no, magari boh. Fortunatamente c’è il Vecchio Dogma che in The Big Kahuna, recitava Kevin Spacey.

A presto, buona lettura.

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi, tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto e in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi. Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa’ una cosa, ogni giorno che sei spaventato. Canta.
Non esser crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l’invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco, ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche. Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo. Usalo in tutti i modi che puoi. Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla. Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza. Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che t’indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant’anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio… per questa volta

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