Il mondiale delle sorprese, il mondiale dei fenomeni

Succede quello che non dovrebbe succedere secondo stampa e bookmakers: le grandi squadre faticano e il mondiale diventa un palcoscenico sulla quale c’è posto anche per quelli meno bravi, meno appariscenti.

Nascono quindi nuove stelle, o meglio, nuovi organici capaci di strappare punti alle squadre che nei mondiali hanno spesso avuto la meglio.

Vedi la Germania campione del mondo in carica, crollata dinanzi a Lozano, il messicano che senza paura, punta la difesa tedesca e fa sognare un paese come nemmeno nei mondiali giocati in casa del ’70 o dell’ ’86.

E Ronaldo. Gli si dica tutto, ma è comunque una sorpresa il rendimento mondiale di CR7, che mai con la Nazionale aveva avuto fortuna e mai aveva brillato così tanto con i lusitani come in queste due prime partite: 4 gol, di cui tre alla Spagna. È la rivincita del divo, del belloccio, criticato per anni come secondo a Messi, ma oggi osannato da tutti e che prova a giocare una partita importante anche con la sua maglia lusitana, dopo aver saltato la finale di Euro 2016, vinta dai suoi nonostante la sua uscita dal campo dopo il minuto 25 contro i francesi.

Non dite calcio dite Messi, è il motto di molti sul web, eppure dopo il primo turno verrebbe piuttosto da dire: non dite calcio dite Islanda. I “vichinghi” del grido “Huh” si confermano grande squadra dopo gli ultimi 10 anni all’insegna di un progetto calcistico che ha coinvolto tutta l’isola: di 330 mila abitanti, il 99.6% della popolazione ha guardato la partita d’esordio contro l’Argentina (l’altro 0,4% probabilmente era in Russia…) . Argentina – Islanda è terminata 1-1 con Messi che ha sbagliato un rigore. Non dite calcio, ma dite Islanda.

Tutti gli altri fenomeni hanno comunque trovato la rete. Pogba in maniera fortunosa, Diego Costa da grande attaccante, Suarez, Mertens, Modric, Golovin che si è messo in mostra, Lukaku, Griezmann, Coutinho con un gol straordinario e Harry Kane all’inseguimento di Ronaldo.

È mancato Neymar oltre a Messi, che però ha passato più tempo a terra che in piedi come ha scherzato il mondo social, nella gara finita 1-1 con la Svizzera. Delle sorprese, la gara del Brasile è forse quella che meno meritava il pareggio, ma la dura legge del gol, non premia i verdeoro, ma premia i rossocrociati.

Gran merito infine al Senegal, capace di battere la Polonia, sulla scia di quella magica squadra che arrivò ai quarti nel 2002.

È il mondiale delle sorprese, è il mondiale dei fenomeni.

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Marco Cecchinato, costanza e tattica

Marco Cecchinato ha dato ai tennisti italiani una lezione di maturità che difficilmente dimenticheranno: dopo 40 anni dall’ultimo italiano in semifinale slam, ha superato ai quarti del Roland Garros l’ex dominatore del tennis mondiale Novak Djokovic.

Straordinario. Un match incredibile, dove il siciliano partito dal T.C. Palermo, ha dimostrato quanto la costanza sia sinonimo di maturità, la stessa maturità che gli ha permesso di risolvere più volte situazioni che vedevano il Serbo risalire la china.

Ma come è avvenuto tutto questo?

Marco veniva da un torneo di per sé già incredibile. Nonostante la sua non eccezionale classifica, nei giorni scorsi aveva sconfitto le teste di serie Goffin e Carreño Busta, due nomi di rilievo nel tabellone parigino, oltre ad aver rimontato due set e vinto al quinto per 10-8 contro Copil, partita che verrà ricordata per immortalare il torneo di un tennista sul filo: dopo il rischio di perdere quella partita, è avvenuto il meglio della sua carriera.

La vittoria di fine Aprile fa nel 250 di Budapest e oggi la semi a Parigi. È il momento della svolta:

“Sono diventato un giocatore vero”

ha detto il Siciliano in un’intervista.

Come ha battuto Nole Djokovic

Ma come si batte Novak Djokovic? Un paio d’anni fa questa domanda era da mal di testa. Oggi è una domanda più alla portata di una risposta, che Marco ha trovato in svariate armi tattiche sino a far affannare l’ex numero 1 del tennis mondiale più volte.

Su tutte: l’uscire dalla diagonale con il rovescio lungolinea. Marco, lontano dalla riga di fondo (ma non troppo), reggeva alla diagonale del serbo, sino al creare più che trovare, il momento giusto per concludere davanti a sé. Poi il drop. Amante della palla corta Novak, ha trovato un avversario capace di sorprenderlo proprio così. Per Cecchinato, il drop, è stato l’asso nella manica da ogni parte del campo, rigorosamente giocato in anticipo. Maturità, consapevolezza e velocità di gambe chiudono il quadro. Una partita simile, con due tie-break shock di cui l’ultimo vinto per 13-11 in un set recuperato dopo un parziale di 9 giochi a 2, non si vince senza le suddette caratteristiche.

Marco ha alzato il livello del suo gioco e riportato nelle tv e sui giornali italiani quello sport di cui il nome deriva dal francese “tenez” ovvero “prendete!” che era il grido lanciato dal giocatore che iniziava il gioco per avvertire l’avversario dell’arrivo della palla. Oggi grida simili non se ne lanciano più, ma sicuramente Marco Cecchinato ha lanciato il suo al tennis mondiale: l’urlo siciliano del tennista umile.

Cecchinato
Il tennista umile, Marco Cecchinato, è in semifinale a Parigi. Affronterà il temibile austriaco Dominic Thiem

Il crollo di un uomo è proporzionale alla sua caduta

Zidane contro Klopp. Real Madrid da una parte, Liverpool dall’altra. È la finale di Kiev. La partita più importante del mondo del calcio.

La partita

Il Liverpool entra in campo dimostrando la non casualità della sua presenza in finale di Champions League. Gioca di prima intenzione, Salah è il leader perfetto per questa squadra e Mané questa sera è un treno.

Real da subito costretto a chiudersi, un fortino la difesa dei madrileni. Al 13′ una mischia, subito dopo Ronaldo tira un missile sopra la traversa. Siamo al minuto 15′.

Carvajal fa confusione, ma non è l’unico del Real Madrid. Il centrocampo del Liverpool è onnipresente, clamoroso accostando i nomi delle sue squadre. Ma i nomi sono fatti per gli appunti sulla carta: qui non importa il singolo, bensì la qualità di questi a coinvolgere gli altri esponenti. Il gol per il Liverpool deve essere una ciliegina sulla torta di un’azione che potrebbe continuare all’infinito se il campo non finisse.

Ma nel campo ci sono quelle laterali e quelle di fondo, la palla è rotonda, e gli episodi disegnano storie in quella porzione di spazio dove cresce l’erba.

22′. Firmino si gira in area, il suo tiro rimbalza sul muro Real, sarà Arnold a provarci. La classe dell’invenzione di Klopp è straordinaria, ma Navas la blocca, chissà come. Un missile che poteva essere spento solo dalle braccia del Costaricano.

Il gegenpressing, la filosofia di gioco Kloppiana, è una lezione di tattica, quando al 25′, Isco ruba un pallone e si trova accerchiato da 3 maglie reds.

Perdere palla e poi pressare alzando il baricentro della squadra. Stupendo.

Eppure quando Ramos atterra Salah, qualcosa nella partita cambia. Un brivido sulla schiena delle maglie rosse dei tifosi del Liverpool.

Cambio.

Salah esce per Lallana. Siamo alla mezz’ora, l’egiziano, migliore calciatore dei campionati europei quest’anno per rendimento, è in lacrime. Non ce la fa.

È il preludio di una partita che cambia sponda, come altre finali in cui la favorita lentamente inizia a dettare legge.

Per giustizia sportiva, anche il Real perde il confuso Carvajal, ma ad entrare è Nacho. Una garanzia per qualunque allenatore in cerca di un terzino.

Lovren blocca Marcelo al 45′ , poi Nacho e Benzema completano l’opera della paura: 3 guizzi che anticipano un difficile secondo tempo per una squadra rimasta senza il suo leader.

Nella ripresa Lallana combina un disastro: serve involontariamente Isco che a porta vuota becca la traversa.

Minuto 51′. Il Real è salito in cattedra, ma la classe è assente per poter opporsi con una discreta rivoluzione. Karius deve rinviare il pallone. Probabilmente convinto che il gioco sia fermo, va di fretta. Rinvia con le mani, ma Il pallone rimbalza sulla gamba di Benzema. Gol. Il fiato trattenuto in gola, per chi non tifa Real, sale di temperatura ma rimane strozzato. È un gol che per ridere vorresti vedere sempre, ma non stasera. Da videogioco, e nemmeno.

Dopo la simulazione triste di Sergio Ramos, Varane è costretto a salvare su Firmino: è la reazione del Liverpool.

Mané! 1-1. Lovren sale in cielo, oltre Ramos, e chiedere a Godin e compagni dell’Atletico Madrid se questa non sia già da sola un’impresa. Mané allungando la gamba spiazza Navas. Pareggio meritatissimo per quanto mostrato sin’ora.

Karius al 59′ risponde ad Isco, e per un attimo spazza via lo spettro del primo gol.

Entra Bale al posto dello spagnolo stesso, mentre Wjnaldum egregiamente padroneggia al centro del campo.

Ma al minuto 64′ tutto si ferma per l’assurdità di una squadra dai giocatori disumani. Non è bastato il gesto apparentemente unico di Cristiano Ronaldo ai quarti di finale, è Gareth Bale questa volta a segnare in rovesciata. Un gol all’altezza dei capolavori di Vermeer, che ti lascia interdetto per come ci sia stata quella scelta di colori piuttosto che un’altra. Rovesciata in contropiede su un cross di Marcelo col destro (lui è mancino). Da mani nei capelli. Non una giocata, ma LA giocata. Il pupillo di Florentino non aveva digerito la panchina…

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Vorrei scriverne per ore, ma per assurdo non è l’elemento principale della serata.

Mané in giocata individuale si dimostra il migliore dei suoi. Punta due avversari, libera il sinistro e becca il palo al 70′. Dopo 3 minuti reclama un rigore Firmino, un minuto dopo ancora Robertson, chissà come, ferma Ronaldo in contropiede.

Ronaldo: uno fra tanti in questa strana partita per qualità tecniche e tattiche dimostrate. Ma il Real non è più un fortino, bensì un castello, di cui Bale ne è il proprietario. Esterno meraviglioso ad aprire sulla sinistra per Benzema, che trova prontissimo il buon Karius, in ripresa dopo il precedente errore. Ma per lui non è finita qui la tragedia.

83′. Bale calcia dal limite. Nella testa di un portiere in finale di Champions League mi chiedo cosa possa mai passare. Tensione, paura, agonismo: “ferma quel pallone!”. Ma dopo aver commesso uno dei peggiori errori della storia delle finali di Champions League, appare plausibile commetterne un altro. Karius non blocca un tiro potente del gallese, ma non lo respinge neanche. Gli rimbalza sulle mani, finendo alle sue spalle.

Una caduta simile ti spezza in due

Sa cosa è successo Karius. Non lo sanno ancora bene i tifosi, qualcuno da casa ride e il Real porta a casa la 13esima coppa a casa. Salah da qualche parte piange ancora. Ronaldo non segna, rischia sul finale di poterlo fare, ma l’ennesima invasione di campo macchia questo sport sempre più in preda a fanatismo e business. Karius è lì.

“Quando c’è una tempesta e tu stai di fronte a un albero, se guardi i suoi rami penseresti che esso cadrà, ma se guardi il suo tronco, vedrai stabilità” (dal film Revenant

Tendenzialmente sì. È un po’ quell’albero Karius. Costretto ad indagare sulle sue radici per non cadere nel vento di critiche che rischiano di bruciargli la carriera, oltre che essere colpevole della disfatta in finale di Champions League.

Due errori tragici in una finale simile non puoi commetterli se desideri continuare a fare questo mestiere. E le sue lacrime lo sanno. Mentre chiede scusa ai tifosi, a tutti. Meglio le partite da ragazzini quando dopo il primo errore magari ti mandavano fuori. Lui preferito a Mignolet dal tecnico, che ora delude tutti. Tutti, compreso se stesso. Non la indossa la medaglia. Sente di non meritarla. Una gran partita esclusi quei due imperdonabili errori. Verrà ricordato per questo nei giorni a seguire e non solo. Se ne parlerà molto. La caduta di un uomo fa male tanto più alto è il punto e la velocità con cui impatta al suolo. Karius ci è caduto di pancia, di testa, col corpo: ogni punto ha incontrato il fallimento con la stessa veemenza che può avere un corpo sedotto dalla gravità.

Vederlo piangere così mostra il lato umano del calcio. Chissà se quella frase “chi cade deve saper rialzarsi” vale davvero. Da certe sere si rischia di non rialzarsi più. Se non cambiando bar, sport, o vita.

Real Madrid batte Liverpool. 3-1. È la terza Champions League di fila per gli uomini di Zinedine Zidane.

(Fonte foto: Getty Images)

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Il vuoto attorno a Iniesta è il vuoto di uno sport in fin di vita

Andrés Iniesta.

Monumentale. Non esiste altra parola per descrivere il suo ruolo in campo. Uno dei tre moschettieri del Barcellona imbattibile: Xavi, Iniesta e Messi. Uno di quelli che in mezzo al campo dipingeva come Pablo Picasso: geometrie e traiettorie impensabili. Iniesta non lascia, bensì punta ai campionati asiatici, sfruttando quelli che sono i meccanismi dello showbiz, che nutre gli appassionati del calcio di un latte fetido, putrido, disgustoso, per chi conosce gli ideali dello sport. Ma che fai? Tu non li prenderesti i milionazzi di imprenditori asiatici? Aspetteresti di ricevere i contributi statali per la pensione?

Non credo li abbia versati Andrés.

Seduto in mezzo al campo. Tristezza infinita per chi pensa alla crudeltà del non poterlo più vedere un giocatore così. Palla al piede, l’arte della retorica lo incorona poeta del pallone, lui che ha reso la Roja la squadra più forte del mondo in quel teatro sudafricano che sono stati i mondiali del 2010. Teatro sì, perché mentre la Roja esultava, gente senza casa e senza il pane rimaneva denutrita fuori, cacciata dalle città.

Allora immagino, viaggio con la mente, come lo spagnolo magico, lui seduto al centro del Camp Nou, io seduto sul mio letto improvvisato, nel soggiorno, per problemi con la mia stanza da letto. Molti penseranno sia andata meglio a lui, ma non mi lamento. Nello sport, nella vita, cercare di definire il mejor, è chiacchiera da bar per chi ha bisogno di idoli forti che sopperiscano alla loro mancanza di autostima e personalità.

Come i famosi tributi ai grandi giocatori sportivi, a volte eccessivi, fuori luogo, si vedano i calciatori, i tennisti, i cestisti, e così via, stanchi della fama, di fare autografi, perché la loro vita deve essere rispettata, ma il portafoglio nutrito. È questo che conta. Vincere è l’unica cosa che conta, lo dicono e lo pensano in molti in Italia e non solo.

Io per una notte mi sento Andrés. Lui con il rammarico di non potersi più commuovere da giocatore con la maglia blaugrana, io triste per come vanno le cose, per come i media abbiano invaso quel gioco che giustamente molte donne (come mia madre) definiscono lapidariamente: “ma sono solo 22 uomini che corrono dietro a un pallone!”. Santa bellezza quella delle donne. La sanno più lunga di me, dei miei amici, dei vostri amici e di tutti gli uomini che conoscete. Più di quelli che esclamano “lo vedi che non è solo un gioco?”.

È solo un gioco ragazzi. È quello che ha compreso Iniesta in mezzo a quel campo, pronto a prendere il suo aereo prima per i mondiali e poi per l’Asia.

È solo un gioco. È il collettivo che ci gira intorno che ne ha fatto una ragione di vita, perché incapace di godersi la bellezza del non prevalere su nessuno ad ogni costo, per scegliere la maglia, quando poi maglia non lo è più.

Inizio a pensare che non lo siano mai state semplici maglie.

È più giusto chiamarle divise, come quelle dei militari impegnati in guerra.

Guerra e calcio. Due modi simili di far girare i soldi.

Ma alla fine è solo il pensiero di uno incapace di elogiare e basta il più grande centrocampista degli ultimi anni.

Seduto su un letto improvvisato. Con quanto appena scritto. E nient’altro oltre alla doppia tristezza di vedere uno sport in fin di vita e un giocatore lasciare il calcio giocato (quello europeo).

(fonte foto: Il Post)

Barcelona v Real Sociedad - La Liga

Sarri, il comandante

Perché questo è un Comandante, non un semplice allenatore di calcio. E il calcio ha smesso di essere un gioco da un bel po’.
Ci sono altri problemi nella nostra società, è vero, ma questo è dei più piccoli e dalla base bisogna partire per mostrare la forza del cambiamento.
Ci irritiamo per un gioco perché è ciò che ci è rimasto.
I giocatori di squadre di testa guadagnano più di quanto gli è dovuto (ma tante volte), ma perché? Perché per un gioco vedo girare tanti soldi quanti ne girano in parlamento?
Il calcio non è più un gioco, ma un linguaggio, che parte dalle squadrette di periferia sino ad arrivare negli schermi delle nostre case, di appassionati e non. Ne parlano nei telegiornali, spesso anche a discapito di notizie importanti. Se parli di calcio con un ragazzo in spiaggia che viene dall’Africa, troverai punti in comune su quello che è un linguaggio universale e non più un semplice gioco.
Ora, quanto successo in questo weekend, mi porta ad un ragionamento, per me una settimana fa a Capodichino, assurdo: io spero che la Juventus F.C. vinca lo scudetto (cosa peraltro probabile al 99,9%).
Me lo auguro perché una squadra quotata in borsa, di proprietà di una delle più potenti (se non la più potente) famiglie italiane, che “disegna” con operazioni di marketing i propri supporters, deve vincere la battaglia per perdere la guerra.
E saranno molte le mosse di questa società vincente per proteggersi: una su tutte il sacrificio della vittima sacrificale, il coach Massimiliano Allegri. Parole sue: parlare troppo di schemi è il male del calcio italiano. Uno così, saccente e incapace di gestire la sua superbia, fino a permettersi di parlare con gli arbitri dopo una partita calda, può rimanere la punta di una iceberg di una società che fa dello sport meramente un’immagine?

Bidoni dell’immondizia al posto del cuore

Nel campionato della paura è uscita fuori tutta la mentalità “vincente” della Juventus F.C..
Prima di affidarmi a moviole e giudizi di parte, mi affido al buon senso, all’istinto e all’intuito e quindi, di conseguenza, alla deduzione.
L’atteggiamento di Buffon in Champions è figlio del suo essere costantemente un vincitore, che, trovatosi dinanzi al potere europeo del buon Perez, impazzisce e richiama l’arbitro all’attenzione europea per la sua mancanza di sensibilità. Se la partita di sabato sera fosse stata non Inter-Juve, ma la ormai famosa Real-Juve, dove la Juve avrebbe ricoperto il ruolo dell’Inter, avremmo parlato di bidoni dell’immondizia al posto del cuore di Orsato?
Allegri. La sua infinita saccenza. La discussione con Adani è la fine del calcio Italiano. I giornalisti che parlano di schemi sono la rovina del calcio italiano secondo il buon Max. Ma come si fa? Come si fa a sentire il tecnico vincitore degli ultimi 3 campionati sostenere una tale logica (paragonandola col basket, in un paragone che il buon Adani distrugge in pochissimo tempo)?

Sarri è un comandante. Uno che di questa vita calcistica, dopo i mozziconi sprecati su schemi e campi di calcio, ha deciso di entrarci in questo sistema. “Me lo merito” avrà pensato quando arrivato al Napoli, e figlio di anni di gavetta si è goduto un mondo d’affetto e maggiore fortuna economica per lui straordinario. L’apice.
Eppure ha dovuto fermarsi. Un po’ perché in questo campionato gli schemi sono “la rovina del calcio italiano”, un po’ perché vincono i più forti sul campo, ovvero quelli che giocano in 14 piuttosto che in 11. Giusto Max?
Ho criticato, come un ragazzo da bar, alcune scelte del Comandante. Si sa, in Italia e soprattutto nella realtà che conosco meglio, ovvero Napoli, ci improvvisiamo tutti allenatori e direttori sportivi. Ma me ne pento. Me ne pento perché provavo a parlare di sport quando di sport non si parlava più.
Si parlava di guerra dei colletti bianchi, e il nostro Comandante, così come ADL definito pappone dai muri di mezza città, il colletto ce l’hanno azzurro.
Uno fa cinema e imprenditoria e sa che gli investimenti vanno fatti quando c’è ipotesi di guadagno (voi lo comprereste un top player in un campionato già deciso a tavolino?); l’altro, fa della sua voce e della sua bravura, la rotta di una città tutta che si mobilita solo quando può divertirsi (abbiamo altri modi di mobilitarci laddove le istituzioni non ci sosterranno mai?).

Droga e rivoluzione

Il calcio è una droga. È il nostro oppio. È per noi ciò che è la storia per la politica. Girano i miliardi ma non possiamo farne a meno. L’ho provato sulla pelle, rinunciando a vedere tante partite, ma a piangere sul gol di Koulibaly così come su quello di Icardi sabato. Anche per il tossico qualcosa ha importanza in un mondo fatto di siringhe sporche di AIDS, scrivo, provando a fare l’Irvine Welsh italiano, che al posto degli aghi mette i palloni.

In famiglia abbiamo tre Fiat. Ci pensiamo da un po’, vorremmo venderle. Magari rottamarle direttamente. O incendiarle come in un gran gangster movie che si rispetti.
E tutto perché il calcio non è una cosa seria, ma non è nemmeno un gioco.

Ed ecco che la rivolta, l’unica per noi possibile senza che si affoghi nel sangue, deve partire dalle parole di chi magari a casa ci torna col portafoglio un po’ più pieno, ma con il cuore vuoto per non aver saputo omaggiare i suoi sostenitori.
Perché Napoli oggi è di un Fiorentino. Uno nato a Napoli ma cresciuto a Firenze. Dove è finito tutto. Dove anche vecchi avamposti della resistenza si sono trasformati in avvoltoi per divorare le carcasse dei nostri.
Le sue parole echeggiano nell’aria.
“Prima o poi tutto finisce”.
E come è crollato il nostro sorriso domenicale, crollerà anche il potere dei colletti bianchi.
Anzi, bianco-neri.

A. S. R. : Aò Straordinaria Roma

Manolas la mette dentro. È il gol che porta all’esultanza di mezza Italia ed è la firma, di una Roma straordinaria. Roma batte Barcellona 3-0. Non è la partita del 2002, e quindi non è neanche la Roma dello scudetto. È una Roma terza in campionato, a pari punti con la rivale storica Lazio, che affronterà nella prossima gara di campionato. Due partite per continuare il cammino in Champions League, ma quella con la Lazio, per assurdo, la più facile. Il Barcellona all’andata ha vinto 4-1. È vero, la squadra di Di Francesco aveva fatto una grande gara, ma quando perdi 4-1, al di là di tutto, esci dal campo e dici bravo! all’avversario.

Edin Dzeko, questo sconosciuto

La partita inizia stramaledattamente bene. Il gol di Dzeko è come si suol dire un lampo a ciel sereno. Stasera si muove, e pure bene. All’andata nonostante il gol, sembrava meritarsi le frequenti critiche ricevute. Una copia di un buon attaccante, nulla più. Ma poi stasera. La sera che ti cambia una stagione. Il gol è poca cosa rispetto alla sua partita. Ogni rilancio dalle retrovie è un pericolo per il Barça. Come lo contieni un treno in corsa?

Giustizia Sportiva

All’andata due autogol romani erano costati la beffa giallorossa in terra blaugrana. Due errori non tremendi, ma dallo stesso sapore della tristezza. A Torino si perde per un capolavoro, la Roma perde per due autogol. Che il calcio spagnolo continua a dominare nel mondo dei club traspare dai risultati, ma Daniele De Rossi, Capitan Presente, Passato e Futuro, ha suonato la carica nello spogliatoio. Daniele non è più il ragazzaccio dai modi bruti a centrocampo e in sala stampa. Piuttosto è l’uomo giusto per la serata della vita, una gran partita e nulla di più, parafrasando le sue parole ai microfoni. È diventato diplomatico Danielino, anche coi piedi. Dzeko va giù dopo l’ennesima sportellata a Pique, che di rabbia quanto di sostanza, lo atterra. Stasera va così Gerard. Rigore.

Eccolo accarezzarlo con gli occhi, quel pallone lì. Uno che di critiche ne ha ricevute tante, a volte anche meritandole, avrà pensato per un attimo Daniele prima di calciare. Quell’attimo in cui mandi via le paranoie dei momenti bui. La calcia. Sbraita. Urla. È un passo verso l’olimpo del calcio Europeo. 2-0. Stavolta è la porta giusta.

νίκη

Chiedere a Manolas cosa significa la parola greca appena scritta. Se il traduttore non mi inganna, la traduzione dovrebbe essere “vittoria”. Non credo, però, che il difensore vi risponderebbe a parole. Bensì di testa, mettendola sul secondo palo, di mestiere e con un’esultanza dagli occhi spiritati. È la Vittoria con la V maiuscola. Il secondo eroe ad aver sbagliato porta una settimana prima, la porta a casa. Il calcio europeo ha preso una piega diversa, per una notte, affogata nelle esultanze che colorano il cielo d’estate, col giallo e il rosso. Due colori che la rendono la Magica, e stavolta non solo a Roma. Che partita allo Stadio Olimpico. L’ha vinta l’A.S.R, la nuova sigla dell’impero pacifico romano: Aò, Straordinaria sta Roma eh?

E chi lo dice che la magia non esiste?

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Nato su una stella caduta in Portogallo. Segni particolari: può colpire in rovesciata un pallone che si aggira a due metri di altezza.

“CR7 ci è o ci fa?”, penserà, in qualche dimensione parallela, Zizou Zidane, nel momento in cui Ronaldo divora un gol a fine partita, dopo aver segnato una doppietta storica allo Juventus Stadium di proprietà della Juventus Football Club: di tale proprietà fino a stasera.

Cambio di proprietà

Sì, dal 3 Aprile 2018, la Juventus posa le chiavi dello Stadium tra le mani di Cristiano Ronaldo. Scherzi a parte, almeno per un attimo, giusto il tempo di un volo che sfida la fisica, quel tiro trasforma davvero lo stadio nel CR7 Stadium. La colonizzazione del portoghese è accettata di buon grado dal pubblico bianconero, che non può che rimanere a bocca aperta, applaudire ed allargare le braccia come Barzagli, e pensare: ma questo proprio stasera doveva scrivere la storia?

Come ha fatto? Come può solo pensarlo un gesto simile? Sicuramente è uno che di queste partite ne ha giocate tante, fisicamente è il giocatore perfetto e la sua squadra gli consente di poterle anche solo pensare tali pazzie calcistiche.

La Juve in quel momento lascia il campo. Se il primo gol è un tiro d’esterno impensabile, questo è già il fischio finale. Gli sfottò in Italia saranno tanti, in molti aspettavano il tracollo, l’umiliazione della zebra, la fatidica fine del #finoallafine. Ma quando arriva così, tutto fa un po’ meno male. Meglio perdere contro una rovesciata, che perdere con una propria rovesciata, si veda il gol di Mario Mandzukic nella finale dell’anno scorso nella tragica Cardiff.

Il calcio italiano

Dopo aver esaltato il gesto, subito a dare per finito l’intero movimento calcistico italiano: certo che i giornali e i giornalisti sono la peggiore delle bestie. Il calcio italiano non è giunto alla fine, signori, bensì ha visto la sua squadra maggiormente rappresentativa in Europa, soccombere ancora dinanzi la tenebra bianca dei Blancos, una luce tanto bianca quanto oscura. Hanno trionfato, ancora, e ancora vanno avanti. Come fa il Real Madrid a vincere così tanto? È più forte, stop. È cultura calcistica, potere globale, invincibile fino al prossimo colosso, non si batte.

Il calcio italiano non è la Juve. La Juve ne è una parte, così come il Real è una parte di quello spagnolo. Grandi fette della torta della vittoria nazionale, vero, ma non la loro totalità. La Juve scopre le difficoltà tattiche di un gioco impossibile per decretarsi i migliori in Europa. Il Real non è lo Scansuolo, o la Scansatalanta, come alcuni le hanno definite, è una squadra dove l’unica cosa che conta è vincere, ma non come obbligo da marketing, bensì come obbligo vero. Non vincere per il Madrid è la vera fine, non vincere per la Juventus significa puntare tutto sul campionato, sull’essere i migliori d’Italia, ancora una volta. Il calcio si è globalizzato e i poteri forti in Europa sono altri, leggerà un giorno Max Allegri su un giornale trovato per caso in un bagno di uno spogliatoio della sua nuova squadra. Sarà troppo tardi per tornare su quegli scenari: troppo tardi per le occasioni sprecate per diventare il Roberto di Matteo 2.0.

Un gol educato

Hai il tempo di guardarlo quel gol lì, a qualsiasi altezza o latitudine. Puoi ritenerlo un caso, o una vera e propria magia, esaltarti o rimanere zitto fino ad un mite “vabbè”, ma quel gol lì, se hai visto la partita, lo hai visto in diretta. Ronaldo si comporta come un talento che non si esalta se non ha il fiato di tutti sul collo. L’errore dell’asse del senato Buffon-Chiellini e il mancato gol (parata straordinaria) danno tempo a tutti di girare lo sguardo verso la tv: sei distratto dal cellulare o dalla tua cena fatta tardi perché di ritorno da lavoro? Tranquillo Cristiano Ronaldo ti avvisa. Il cross sembra un pò lontano per il 2-0. Sembra così a tutti, che ora stanno riabbassando il capo per finire quanto iniziato. Invece no. Lui salta come una statua in movimento.

Una rovesciata la sbagli più volte di quante la azzecchi. È un tiro da 3 sulla sirena per i cestisti. Il momento prima di essere eletto presidente. Si alza in volo. Il punto alto della torsione misura almeno 3 metri. Nessuno può nulla. È lui il padrone dello Stadium e della nostra attenzione in quel momento. Quando tocca la palla. Un gesto straordinario. Un capolavoro d’arte in movimento.

Tutti ricordano la figurina Panini, Carlo Parola in torsione, in un carpiato difensivo diventato storia. Parola giocava da quelle parti, stessa maglia solo con le righe più larghe. Il tecnico gli disse quando arrivò a Torino che da attaccante non sarebbe stato bravo quanto difensore. Quella scelta migliorò la sua carriera, e ancora lo riportiamo alla mente oggi, dinanzi ai capolavori sportivo-artistici chiamati rovesciata. Alcuni lo chiamano caso, altri magia. E Ronaldo questa storia difficilmente la conoscerà. Eppure…ci sarà sempre un nesso tra caso, magia e fenomeni. E il brivido provato dinanzi a gesti come questi, è pregio di chi con le proprie giocate, per un attimo, zittisce e unisce il mondo.

Cristiano Ronaldo. Segni particolari? Tutto.

Juventus F.C. – Real Madrid C.F. : 0-3