Qualunquisti, europeisti e schiavi

Qual è il desiderio di ogni uomo?
Quali sono i desideri del cittadino?

Domande a cui è difficile rispondere, soprattutto in base al ruolo che ognuno di noi ricopre nella società.

“Il termine ruolo deriva dal teatro, anticamente gli attori, sul palco, leggevano le proprie battute da un foglio di carta arrotolato denominato rotulus, in latino. Il termine rende bene l’idea della parte che ciascuno recita sulla scena della società, conformandosi alle aspettative ed alle regole stabilite.
Nella maggior parte delle situazioni possiamo prevedere il comportamento degli altri e dare alle nostre azioni una forma conseguente.”

Il potere logora chi?

Ognuno di noi desidera probabilmente fare a meno di un ruolo ben stabilito. Ciò si lega con il desiderio di successo, economico o sociale, che è spesso parte integrante di nostre molte decisioni, le quali spesso non regalano i risultati sperati.
Una lotta tra “poveri” per dirla con i termini dei “ricchi” e dei “potenti”, due delle classi più odiate da chi proviene dal basso. Perché?
Il motivo è facile da trovare: una mancata distribuzione della ricchezza tra tutti i cittadini e un’ attribuzione dei diritti e dei doveri legata piuttosto al luogo di provenienza che a motivi meritocratici.
La nostra non è una società meritocratica, e su questo non ci piove.
Da qui la suddetta “lotta tra poveri”, nasce. Masse ragionano da schiavi, che odiano i loro padroni, ma li ammirano e desidererebbero essere al loro posto.

Stato scuola.png

Una classe di giovani schiavi

E allora si è gestibili. Una massa fatta di pulsioni consumistiche, agitata a destra e sinistra dalla classe dirigente.
L’Italia non sfugge a questa logica. Il nostro è un paese che vive un periodo storico figlio di malsane gestioni sin dalla propria unità nazionale e che al momento giusto, cerca il nemico da esorcizzare, in base a ciò che gli viene promesso e ciò che gli viene dato in pasto.

Oggi siamo diventati così, sulla questione immigrati. Figli della terza repubblica, diventati attivisti qualunquisti grazie alla rete e ad una mancata sensibilizzazione al contesto, abbiamo estrapolato i nostri diritti dal web, e sullo stesso web abbiamo affermato il nostro desiderio di dire la nostra, che altro non è, che il potere di prevalere e di ottenere ciò che non si ha: poltrona e dignità di cittadino.
Una nave con più di 600 persone affanna le cronache nazionali per essere stata rifiutata dai nostri porti, con la motivazione che l’Europa ha dimenticato il Bel Paese, in seguito al trattato di Dublino che sancisce il dovere, al paese in cui attraccano i migranti, di dover gestire la questione immigrati smistandoli nelle proprie città.
Da qui proviene la tratta illegale, come dicono i nostri vicepresidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, da eliminare secondo uno dei loro 20 punti del Governo del Cambiamento.
Ma questo problema poteva essere gestito diversamente? Sì.
È stato dimenticato, o non valutato di meritevole attenzione, che su quelle navi c’erano vite umane da rispettare tanto quanto noi.
Invece la condanna. L’immigrato nemico come in campagna elettorale, ora è un motivo per farsi sentire in Europa, dimenticando che quegli immigrati, non trovavano la cosiddetta “pacchia” in Italia.

“Ci siamo solo dimenticati di aggiungere che molte di queste vite salvate le abbiamo poi abbandonate a esistenze miserrime, negli angoli dimenticati delle nostre città, se non direttamente alla schiavitù degli agri pontini o calabresi.”

Giocare con le vite umane ora è legittimato, tramite il nostro odio per loro, che alla fine è diventato una semplice alternativa all’odio che proviamo tra noi cittadini stessi.

Renzi.png

Opposizioni che fanno solo rumore

In un certo senso la cosa ha funzionato: la nave attraccherà in Spagna. L’Europa in tutto questo continua a vacillare e il senso umanitario dello stesso continente è in bilico, come il senso di pace che ha contraddistinto a tratti, il periodo post-bellico delle guerre mondiali nel vecchio continente.
E se L’Italia avesse investito nell’accoglienza? Se avesse investito maggiore forza lavoro nello smistamento degli immigrati? Se avessimo ricordato che “prima gli italiani” avrebbero potuto guadagnarci da una giusta collocazione degli stessi immigrati nel nostro paese?
Invece no. Abbiamo lasciato correre il mercato illegale, finché il populismo politico dei nuovi partiti dominanti ne ha fatto un motivo per diventare establishment, condannando le altre classi dirigenti, che tutto sommato tanto diverse non erano. Le stesse che ora chiamano le nuove con questa parola: establishment. Sembra quasi una parolaccia in bocca a Renzi, sia per l’Inglese che per il senso attribuitogli.

Opposizione: il vecchio potere critica il nuovo, per un assalto all’Europa ma non a quei poveri migranti. Poco importa se è impossibile “Aiutarli a casa loro”. L’importante è che facciano parte delle campagne elettorali, da una parte e dall’altra.

Davide ha sconfitto Golia

Le istituzioni creano schiavi nelle scuole, nelle università, sui posti di lavoro.
L’odio comune per queste è evidente, ma non se ne puo fare a meno, le si accetta, le si incorpora, le si ingloba, in un meccanismo perverso, dove sei uguale agli altri, ma gli altri li devi sovrastare per essere migliore.
Un ragionamento senza senso, ma che trovò risposta e avversità nel 1944, da Guglielmo Giannini e il suo giornale L’Uomo Qualunque, che porterà all’omonima fondazione del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Tess Uq.png

Il partito riscosse successo al grido “abbasso tutti”. Io in primis, ammetto che un’idea simile dopo il fascismo era geniale, nonostante subì essa stessa accuse di vicinanze a logiche filofasciste.
Direi piuttosto anti-politiche, se non fosse per i continui schieramenti prima a destra e poi a sinistra del Fronte qualunquista, che ne portarono all’inevitabile scioglimento nel ’48. Era diventato un partito come gli altri, e questo era in contrasto con la loro stessa ideologia: fine del consenso popolare.
Oggi inutile raccontare la somiglianza col Movimento 5 Stelle, ai suoi scambi di poltrone, alle sue continue frasi incoerenti su alleanze e idee. “Davide contro Golia” ha scritto Luigi Di Maio riguardo ai candidati M5S presenti alle recenti elezioni comunali, e mi chiedo cosa sia rimasto di Davide, se questi oggi è più alto di Golia e gli ha stretto la mano, piuttosto che darla ai cittadini su cui issarsi per sconfiggere il gigante.
Oggi il gigante è al loro fianco, Matteo Salvini, che li ha cambiati con l’ausilio della logica da Palazzo, profondamente, dopo anni e anni di populismo che per una volta aveva iniziato ad avere accezione positiva.

Giannini del suo movimento terminato nel 1948 disse:

“Il prototipo dell’uomo qualunque era mio padre, che valeva cinquanta volte più di me ed era cinquanta volte più povero. Comprai la casa a lui e a mia madre, ma loro vi morirono. Quando gli diedi la casa morirono, proprio come l’uomo qualunque morì quando gli diedi la poltrona di deputato”

Ed ora siamo di nuovo qui. Punto e da capo. La politica ci ha ancora delusi.
Nessuno mai sara dalla parte del popolo se non il popolo stesso. Il popolo di tutto il mondo, fatto da persone e non da pedine. Quello fuori dai grandi palazzi, abbandonato all’odio e a se stesso.

Immigrati

Annunci

Attacchi di panico: non ti crederanno mai

La cosa più brutta degli attacchi di panico, è la gente attorno a te. Ti guardano come un malato, ma non ti ritengono in malattia. Ti osservano come si osserva un piatto flambé: qualcosa che arde, e che può salvarsi solo se decide di spegnersi. Cioè, che tu, nel tuo stato, versi il tuo bicchiere d’acqua su ciò che hai davanti.

Quando ci riesci

Quando poi ci riesci a versare quel bicchiere, ti rendi conto che era gassosa, e che il rumore di quelle bollicine infrante ti stride nella testa, come il peggiore dei rumori dei televisori analogici dopo lo switch-off.

Bzz-bzz.

Non scherziamo eh. Quel suono è il caos. Ci credo che ci abbiano girato i migliori horror degli ultimi anni. Ma torniamo a noi.

Perché questo giro di parole insensate?

Perché quel panico è così. Ingestibile. Diverso di persona in persona. E la compassione molte volte non aiuta. C’è bisogno di un percorso certe volte che ti svesta di quel malessere, quel dolore di vivere senza sapere uscire da quel cammino, con un lampione a intermittenza che ti segue sul tuo cammino. Io non ci credevo. Ritenevo esagerato chi ne soffrisse. In cerca di attenzioni. Ma poi qualche volta credo di averli provati.

Perché l’attacco di panico è il climax della tua esistenza ogni volta che ne affronti uno, ma se non ci se abituato subito neghi di averne avuto uno. Oppure non lo sai. Un po’ come l’ubriachezza. Una brutta sbronza. Non sai mai cosa ti è successo.

“La percentuale di pazienti nei quali la malattia scompare varia da un 12 a un 38%. Secondo l’Alpa da un’analisi della letteratura scientifica emerge “che il 20-40% dei pazienti trattati farmacologicamente non risponde alle terapie” e la stessa cosa succede “al 30-40% dei pazienti trattati con la terapia cognitivo-comportamentale. Queste percentuali – precisano gli esperti – sembrerebbero sconfortanti ma in realtà sono più il risultato di cure inadeguate e non corrette piuttosto che l’effetto della reale resistenza del disturbo di panico alle cure”.”

Questo il parere de larepubblica.it in un articolo di Valeria Pini con il consulto di Giampaolo Perna, primario di Neuroscienze Cliniche di Villa San Benedetto Menna. Continua quest’ultimo:

“Le uniche cure che hanno chiare dimostrazioni di efficacia sono la terapia farmacologica con farmaci che agiscono sulla serotonina e la psicoterapia cognitivo comportamentale. La combinazione delle due sembra essere la soluzione migliore e può nell’arco di un anno riportare la persona alla normalità. E’ molto utile integrare a questa terapia l’esercizio fisico aerobico come, ad esempio, corsa, cyclette, danza, etc.almeno tre volte alla settimana per 30 minuti) e evitare di fumare. E’ stato chiaramente dimostrato che il fumo di sigaretta può scatenare il panico e sicuramente lo peggiora. La terapia sicuramente aiuta molte persone a guarire per sempre anche se in diversi casi, soprattutto se mal curati, è possibile una ricaduta una volta sospesa la cura”.

Come si affronta… il panico?

Lo stile di vita. Tendenzialmente la causa è questa. Eppure mille motivi possono essere additati come causa di una patologia che colpisce gran parte della popolazione. Io credo che a volte possano essere anche rari, non una vera e propria patologia. L’attacco di panico isolato: il panico è il panico. Ma quanto può influire sullo stile di vita di chi ha un serio disturbo? Come lo si affronta? Come lo si accetta? Come ci si può far accettare da chi intorno a noi?

Curioso di ricevere i commenti di chi passa. Il vero modo per capirne di più e per una maggiore sensibilizzazione al problema.

(Fonte foto: Riza.it)

panico

Curioso di ricevere i commenti di chi passa. Il vero modo per capirne di più e per una maggiore sensibilizzazione al problema.

La Casa di Carta: come creare una serie straordinaria nonostante errori grossolani

Zecca di stato. Rapina. Una voce sensuale che racconta.

Sono gli elementi principali della prima puntata de “La Casa di Carta”.

Attenzione: da qui in avanti ci saranno spoiler un po’ di qua e un po’ di là. Quindi se non l’avete vista o perlomeno non tutta fermatevi, prendete un bel respiro e buttate giù le due stagioni (divisione fatta da Netflix, in Spagna uscì come una stagione sola) prima di poter andare avanti.

La serie ideata dallo Steven Knight (per capirci l’autore di Peaky Blinders e format come Chi Vuol Essere Milionario?) spagnolo, Alex Pina, autore di programmi come Caiga quien caiga e Los Serrano, da noi diventati rispettivamente Le IeneI Cesaroni, approdata su Netflix è diventata un successo.

Eppure presenta dei buchi. Innamoramenti improvvisi, il rischio di far fallire il piano della rapina continuamente, un racconto finito troppo velocemente, per non parlare di Oslo, uno dei rapinatori ucciso, che respira platealmente in una scena in cui è disteso.

Di errori come questi ce ne sono e qualche cultore del cinema potrebbe anche criticare più di una scelta registica. Ma il successo è strepitoso. Se ne parla ovunque. Un prodotto di punta al momento per Netflix, che ha acquistato la serie dalla casa di produzione di Pina, la Vancouver Media.

La serie è piaciuta tanto anche a me. I motivi sono molteplici.

1522916850_ezgif-1-e9579bcbae.gif
Pronti a indossare “Dalì”?

I motivi per cui ho adorato La Casa di Carta.

  1. L’odio per l’istituzione. L’ideatore della rapina è Sergio Marchina, per tutti “Il Professore.” Praticamente ha previsto tutto. Nei minimi particolari sa cosa farà la polizia, finché non si innamora dell’Ispettrice Murillo e da lì è un casino. Il Professore più che desiderare i 2400 milioni di euro che la sua squadra di rapinatori vuole stampare nella zecca di Stato, desidera vendicare in primis la morte del padre, rapinatore di banche che gli raccontava i suoi colpi come nelle favole. Come dare torto al prof? Chi non ha desiderato per una volta di fare il Robin Hood? Il mondo gira a favore di banche e grandi colossi, e La Casa di Carta ci porta per una volta dalla parte dei più deboli: dei rapinatori che mettono in ginocchio l’istituzione Spagnola.
  2. Tokyo. La voce di Tokyo è suadente, avvolgente, elegante. Ursula Corbero interpreta un personaggio incasinato, forse quello che commette più errori per come viene presentata dal professore. Eppure il suo racconto rende, anche se interrotto improvvisamente sul finale. La scelta di Tokyo è la scelta Hitchcockiana di puntare sulla suspense. In ogni puntata la voce di Tokyo ti getta dalle Stelle alle Stalle, anche quando tutto sembra filare liscio.
  3. Il sottile filo che lega bene e male. L’ispettrice Murillo è un personaggio emblematico. Una donna divorziata, picchiata dall’ex-marito, adolescenziale in amore, ma ultracoscienziosa nel suo lavoro. Un segugio dal cuore debole. Quando si innamora del professore e scopre la sua vera identità è una donna persa. Persa tra il sesso che ora è “fare l’amore” e un lavoro che ha perso di senso.
  4. O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. L’urlo partigiano. Un canto per la resistenza. Quando il professore e Berlino si danno la mano iniziando a cantare questa canzone, la scena trasmette i brividi. È il motivo nascosto dentro di noi, a superare i limiti strutturali del cinema e della tv. L’immaginazione che completa il quadro. Il modo per sentirsi parte integrante della lotta al potere.

La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione. Nei metro, pullman e luoghi pubblici, alcuni intonano il coro partigiano della resistenza alla guerra. Un grido contro il filone fascista e nazista che torna ad impazzare per il mondo. La Casa di Carta si è trasformato in un fenomeno spontaneo che neanche Alex Pina poteva immaginare. Un prodotto immaginifico attraverso uno dei più grandi portali commerciali degli ultimi tempi.

O bella ciao allo stile e alle trame, un bentornato a questo canto dalle tute rosse.

191370.jpg
“La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione.”

Liberato è … ‘o Munaciello

A Napoli c’è una leggenda popolare molto famosa, che come tanti napoletani ho avuto la fortuna di ascoltare dalle parole di mia nonna.

La leggenda parla di un uomo basso, incappucciato, che può arricchirti o mandarti in miseria. La nonna mi raccontava che se ti prendeva in simpatia, questo, quando nessuno lo vedeva, ti donava ricchezze. Ma, e sottolineo ma, se rivelavi la provenienza di quei soldi, ecco che su di te cadevano le peggiori sfortune.

Questo nostro attuale periodo storico, mi ha ricordato quei bei tempi, che di recente avevo dimenticato. Mi ha ricordato questa bella storia perché, oggi, in un mondo iperconnesso, c’è ancora spazio per le leggende.

Certo, non si diffondono come un tempo, eppur resistono. Mi sto riferendo a Liberato, il nuovo fenomeno musicale della scena napoletana.

O-Munaciello-Napoli.jpg
“Nascetto cu ‘o scartiello, curiuso e piccerillo, nunn’è maje stato bello, ma tene ‘a cerevella” G.Iodice

Chi è Liberato?

Eh. Vorrebbero saperlo tutti. Il 9 Maggio 2017, Liberato fa il suo debutto su Youtube, proprio con una canzone intitolata 9 Maggio, a cui faranno seguito altre 5 canzoni. I video di Francesco Lettieri, autore di video indipendenti, le tematiche napoletan-popolari adottate, le basi fatte in sala mixer che si sposano con testi in dialetto mescolati anche all’inglese, completano il quadro di un’artista (sicuri che sia uno? E chi lo sa?!) capace di riempire il lungomare Caracciolo con ben 20mila fan del concept Liberato. Concept sì, perché appare troppo difficile comprendere a chi piacciono le canzoni di Liberato e chi è soltanto incuriosito da questa brillante mossa di marketing.

Ultimamente si è detto che l’autore possa essere tale Emanuele Cerullo, poeta urbano di Scampia, che in alcune sue poesie ha usato frasi simili a quelle del cantante. Cerullo era comparso 7 anni fa a Domenica In. “L’ho inventato io!” urla da qualche parte Pippo Baudo. Ora, chi sia l’autore ancora non è detto. Che sia lui o meno, se Cerullo ammettesse di esserlo, probabilmente non finirebbe qui la storia dell’uomo incappucciato. Il cantante,  è veramente un totoliberato. L’autotune fa miracoli, e con una voce leggermente intonata, anche uno di noi potrebbe cantare che “ten’ ‘o cor’ ca’ nun po’ purt’ pacienz”.

La partnership con Converse

Si osanna lo storytelling della storia d’amore al centro dei video. De Magistris in piazza non si è perso il concerto. Ragazzi che parlano di Liberato come paladino della città e di chi non ha la voce per dirlo.

Le canzoni sono coinvolgenti, ok, ma ragazzi… sono vuote.

Beh. Questo munaciello ne ha di bocche da sfamare di ideologie.

Dal terzo video “Gaiola Portafortuna” si è inserito come sponsor numero 1 Converse. Partnership proseguita anche nel concerto del 9 Maggio 2018. L’ideologia che sposa il brand.

Rifletto ancora sulla mia esperienza personale. Nel programma trash (e che forse ha permesso alla parola trash di diventare di uso comune in Italia) “Uomini e Donne“, è sempre più frequente la scelta di tronisti Napoletani che marcano a fondo lo stereotipo di una certa Napoletanità. 3 su 3 al momento, mi dice mia madre, che ahimè provo a distogliere dal programma un giorno sì e un giorno no, finché qualche volta non crollo proprio io in chiacchiere banali al riguardo.

Liberato non è il primo a usare forti stereotipi, penso. È soltanto il tentativo 2.0 di portare uno stereotipo alla sua evoluzione. Lo stereotipo che diventa non più sottocultura, ma cultura vera e propria per i suoi fan, di tipo nazional-popolare, sotto un cappuccio di stoffa (ma anche ideologico-commerciale), alla portata di tutti. Un modo per vendere il senso di appartenenza ad un marchio.

Il “pirandelliano bucchinaro”

E se qualcuno rivelasse tutto? Un bel giorno. Così, d’un tratto. Si parlerebbe ancora del paladino napoletano? Quello che butta l’arte fuori dal quadro e ci mette la sua felpa e il suo paio di Converse? Quello studiato a tavolino in posti che potrebbero non essere nemmeno Napoli? Quello che dopo un concerto di 6 canzoni, in un evento unico, l’unica cosa che riesce a dire è “ragazzi non vi accalcate”? Magari è di cuore buono. No, quest’ultimo punto è un po’ politically uncorrect…

Liberato è ‘o munaciello. Uno che fa del non rivelarsi un modo di arricchire chi gli sta dietro e di quel suo banale essere senza volto, un modo per influenzare la società moderna, non soltanto Napoletana. Un altro concerto ora, il 9 Giugno, a Milano. In quella città dove la rivista Rollingstones lo intervistò, agli inizi, e chissà come si intervista un’entità (ce ne vorrebbe una al munaciello per chiedergli che cazzo si innervosisce a fare se lo sgami!).

Se rivelavi l’identità del munaciello, questo, ti faceva i peggiori dispetti dopo averti arricchito. Se riveli l’identità di Liberato, invece, smetti di fare arricchire alcune persone e dimostri che il senso di appartenenza ad una cultura napoletana è stata solo una moda di passaggio. Se inizi a pensare, quando scegli la tua musica, magari riesci a non farti vendere ciò che ti spetta di diritto: appartenere alla tua città, come e quando vuoi.

Liberato dopo un concerto di 6 canzoni non è riuscito a dire nulla più di un “ragazzi non vi accalcate”. Sicuri che siamo di fronte a un fenomeno culturale?

liberato.jpg
Liberato sei tu, il tuo amico, la tua ragazza. O almeno è questo che passa dall’uomo senza volto: una mossa commerciale venduta come Napoletanità. “Mi sapresti recitare il 5 Maggio?” “Comm! 5 Maggio, te scurdat…” (vedi video sopra di “Alici come prima”)

Il Sapore del Successo – Un inno alla cucina

Un vero e proprio inno alla cucina. Viene quasi da chiedersi perché non si è scelto nella vita di diventare chef. Sempre se non ci avete provato.

Il Sapore del Successo, titolo originale Burnt, è la storia di uno chef che ha rovinato tutto. Droga, caratteraccio, vendetta, sono gli elementi che portano Adam Jones dalla splendida Parigi, ad una snob città di Londra, dove il Tamigi non fa che da purificatore di ragù e soufflé venuti male. Adam, chef moderno, è interpretato dall’attore, moderno, Bradley Cooper, che supera il divismo alla Pitt o alla Depp, grazie a un sorriso e a un viso spesso trasandato, un marchio della sua maschera. Cooper sembra fatto apposta per questo film, ricco di cameo interessanti come quello di Uma Thurman, o il cuoco Riccardo Scamarcio, che nel film fa da addobbo ad una cucina che tenta di raggiungere la terza stella Michelin.

La Terza Stella

Se in Italia vanno forte 5 stelle, per gli chef europei (e oggi anche Newyorchesi, di San Francisco o Tokyo) sono fondamentali le 3. Quelle che permettono a uno chef di giungere all’immortalità, alla prodezza culinaria. È un ossessione poter vantare quel riconoscimento, che io, sin da quando ero bambino, non pensavo fosse chissà che. Ma che c’entra la Michelin con la cucina? – mi chiedevo.

Le stelle sono nel piatto, è il motto francese, di una guida stilata da un’azienda di pneumatici. La vita è strana. E lo sa anche Adam, che si porta appresso l’agognata Parigi degli errori sulle spalle: quando rivede Anne Marie (Alicia Vikander) ad esempio, oppure nei suoi incontri con Reece (Matthew Rhys), che ha ottenuto la fatidica stella, ma non il rispetto del suo ex collega. Appare difficile dire di più, soprattutto grazie a Nick Moore e al suo montaggio perfetto, invisibile, che accarezza i piatti, trasforma gli attori in chef, e da un senso al film scritto dall’abile penna di Steven Knight (Peaky Blinders e Chi vuol’essere milionario?) e alla regia di John Wells.

Il film è classificato come commedia, ma è evidente l’ostinata distanza che prende questo film dalla parola genere, in un continuo voler dar senso al mondo moderno della cucina, un mondo cool, strong e anche violento. I cazzotti presi da Cooper li sentiamo anche noi. La violenza di sapere poco, non conoscere mai il guru dello chef o di non vedere l’amata Parigi ci fa male, ci proietta sempre nel fatto che questo è un film, la vera cucina è un’altra cosa. È tutto un assaggio, non la stella.

Come il maitre interpretato da Daniel Bruhl o l’incantevole Sienna Miller. Il loro avvicinarsi ad Adam, in un modo o nell’altro, sono un non mostrare la stima provata per questo, in nessun modo. Helene è semplicemente perfetta quando lo guarda, tra una sogliola e l’altra, tentando di scrutare l’animo tortuoso di quello che è soltanto uno chef che rubava metadone e seminava ratti nelle cucine. Come in quella di Omar Sy, altro personaggio rocambolesco di questa Eneide culinaria, al quale si accompagna la consigliera, l’aiutante, la psicologa Emma Thompson, che in ogni modo tenterà di smontare le convinzioni di Adam.

Un gran bel film per chi per un attimo ha voluto fare lo chef in vita sua, adottandone metodi, ma portando con sé il proprio bagaglio di vita. Un inno alla cucina, che osanna il vero chef e mette in ridicolo i vari masterchef che fanno della cucina un’arte politico-culinaria. La stella è nel piatto, suggeriscono le immagini montate da Nick Moore. E come suggerisce la figlia di Helene ad Adam Jones, assaggiatatelo questo film, come una semplice fetta di torta.

Il-Sapore-del-Successo-

-“Adam Jones al Langham è ora uno dei posti migliori e più interessanti di Londra dove andare a mangiare.”
-Cosa non ti piace? “Uno dei” o “interessante”?”
-Non voglio che sia un posto dove mangiare! Voglio che sia un posto dove… hai mai sentito parlare di orgasmi culinari?

Ci siamo dimenticati di voi

Ci siamo dimenticati di voi
e ce ne ricordiamo quando
vi strumentalizziamo per il tg delle 20 o la cena di beneficienza
che finirà nelle tasche “di chi”.
Ci puliamo le coscienze
con un messaggino
mentre la sera stessa
indossiamo felpe provenienti
dai paesi meno industrializzati
e ci siamo cibati oltre il dovuto.
Vorrei chiederti se ancora respiri,
sotto quelle bombe,
che come degli eterni Novecento
vi hanno privato di un nome,
di un posto “sul” mondo.
“Il mondo è una nave troppo grande per me” scriveva Baricco
dell’uomo del secolo;
il mondo è una nave troppo grande
soprattutto per voi,
penso io, del secolo Duemila.

Vorrei chiederti se respiri ancora,
non perché sei una foto del passato,
ma una foto del quasi presente,
di un paio di settimane fa,
e un bambino come te ha diritto di essere felice e ancora a ballare su queste onde.
Non so chi sei,
assomigli a mio cugino di otto anni
e quindi assomigli anche a me,
sei un bambino come tanti
in una fotografia fatta da chissà chi
che piange di lacrime che non dovrebbe versare.
Ho scritto per te,
ma tornerò alla mia vita adesso
e chissà tu se ne hai ancora una.
La guerra.
Vorrei dirti che la mia è una poesia
ma sono solo versi
per dare ordine
a un pensiero
di mondi disordinati
presenti sulla stessa Terra.
Perdonami amico mio
se continueremo a dire
“aiutiamoli a casa loro”,
o ci facciamo problemi su
chi con noi stasera deve fare l’amore
senza fare altri bambini.
Sarà che l’effetto collaterale
del nostro mondo,
nell’inconscio,
è di non fare bambini
per non mostrargli questo mondo di
mer…di guerra.
Scusa amico mio,
se ti amo come un fratello,
un figlio,
un allievo.
Scusami,
se ti fanno vincere concorsi
“Sanremo”
e gare di sensibilità.
Scusami
se ci siamo dimenticati di te:
chissà se esisti,
oltre questa fotografia.
Ti chiedo scusa ancora sangue mio.
Potevo esserci io
al posto tuo.

articolo guerra

La Ruspa Premier, la Speranza Di Maio e l’assenza della Sinistra

Andare via, restare, partire, a malincuore ricominciare.
In tanti si chiedono cosa fare e cosa accadrà: un governo populista?
Beh, anni fa per questa parola hanno lottato.
“Potere al popolo” era il grido, come il nome del partito che oggi rappresenta l’ideale di sinistra preferito dai giovani.
“Io un voto così giovane non l’avrò più” penso. E mi rattristo.
Mi rattristo a pensare che chi è vicino al popolo lo fa solo sulla cresta dell’onda.
“Ma sei pro-sinistra?” qualcuno mi chiederà. No, non sono né pro-sinistra, né pro-destra, e vi confesso che la parola populista, prima di essere ingabbiata in termini come razzista, bigotta, fasulla,… mi piaceva.
Mi piaceva quando di politica non mi interessavo, ma di idee mi cibavo. Di nascosto guardavo V per Vendetta, filmati di Allende e sognavo lavoratori meno scontenti. Sognavo di passare più vacanze con papà, la mamma e tutta la famiglia.
Articolo 1 della Costituzione Italiana:
“l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.”
Sul lavoro, ma non sulla felicità. Magari fosse stata la felicità. Non avremmo dovuto preoccuparci di avercelo quel lavoro. Il lavoro non lo puoi trovare sempre, la felicità, invece, almeno ogni tanto sembra che ce l’hai.
Ma non sono di sinistra. Non sono di sinistra perché la sinistra è solo un desiderio che devi coltivare: “i bambini sono di sinistra” e i politici fanno i politici. Mica si può ascoltare il vagito di tutti?
Non sono di sinistra perché ho votato e sono sempre stato dalla parte dei 5stelle, soddisfatto, col sorriso a 32 denti, come se stessi io in prima fila. Ma l’ho fatto incazzato, perché come ha scritto un articolo del Corriere, contrario al partito stesso, ma cogliendo il punto: “«Avimmo ‘a sfucà tutt’ ‘o tuosseco ca tenimmo ncuorpo».
Sì. Nu ntuosseco, che dura da 150 anni e passa.
Ho votato per l’assistenzialismo? No. Ho votato perché era l’unica realtà? Un po’ sì. Non ci stava la sinistra, era sepolta quella.
Il mio è stato un voto di speranza. Un voto che mi ha quasi emozionato e commosso più della fine degli esami all’università.
Ma non posso parlare di vittoria. Il sistema è caduto sì, ma si è rialzato, più brutto di prima.
Si è rialzato con la faccia di plastica di Silvio Berlusconi: brutta, triste, ripugnante come quella che si arrabbiava con Enrico Mentana.
Si è rialzato con la faccia di Matteo Renzi: stanotte ha perso, ma ha anche vinto con se stesso. Era troppo importante dare dimostrazione di forza: chi non cade si rialza! È pronta la poltrona ribaltabile Matteo. Beato chi so fa er sofà.
Si è rialzato con la faccia di Matteo Salvini, narrastorie di professione, capace di essere il primo ufficialmente a calciare nel deretano berlusconiano, come mai nessuno. Ora non resta che guardarsi attorno e raccattare neopopulisti come lo spazzatore delle 7 di mattina che stacca gomme spiaccicate da terra lasciandone i resti. Quei resti poi se li magnano gli uccellini, cioè noi. Cioè quelli che quando ora vedono un immigrato col telefono in mano, possono tranquillamente digitare il numero VERDE. Scusate la battuta e il maiuscolo.
Di Maio, Di Battista, e “Di” Grillo mi fanno gran simpatia. Ho votato anche per questo, non lo nego. Ma ho votato loro soprattutto per la trasparenza. La trasparenza che potrebbe occultarsi in breve tempo, ma nella quale valeva la pena credere in mancanza di alternative.
Ma nemmeno la trasparenza momentanea paga. L’unica cosa che paga e si paga e l’intelligenza e il voto.
Connubio perfetto per la destra e il PD: in Comune, davanti a me, hanno venduto il voto per qualcosa che vale come “popcorn e patatin”.
Ma non me ne andrò da questo paese comunque vada.
Non mi lamenterò per così tanto tempo qualora dovesse accadere il peggio.
Scriverò soltanto un po di più.
Cercherò di coltivare qualche idea, con la speranza che fare il proprio dovere, ovvero PENSARE, sarà la piccola soluzione per questo enorme problema: in Italia si vota il razzismo.
Pensare per poi fare.
E se proprio dovesse accadere Salvini Premier…col cazzo che mi staccate dalla mia terra. Siete convinti possa spaventarmi una ruspa? Non mi ha spaventato crescere in una periferia abbandonata da tutto e da tutti, figuriamoci se mi spaventa la lega…Nord.
Mattarella, siamo nelle tue mani.
di maio salvini
(fonte foto in evidenza: Il Tempo)